La lotta dei compagni prigionieri tedeschi è la nostra lotta! Carcere di Novara – Comunisti prigionieri del “Blocco B”

Dal primo febbraio in Germania i prigionieri della RAF e della Resistenza rivoluzionaria sono in lotta, con lo sciopero della fame, contro l’isolamento totale a cui sono da sempre sottoposti e per il raggruppamento in grandi gruppi.

È un fatto che non può essere ricondotto alla sola situazione specifica della RFT. Questa lotta, al contrario, si inscrive chiaramente nel contesto più ampio dello scontro di classe in atto in Europa Occidentale.

Come comunisti prigionieri, come soggetti rivoluzionari attivi, interni ai percorsi delle forze rivoluzionarie italiane nello sforzo di riadeguamento dell’avanguardia e della progettualità rivoluzionaria in questo paese, riteniamo necessario essere da subito a fianco dei compagni prigionieri tedeschi.

L’insieme dei trattamenti riservati ai prigionieri della guerriglia, in ogni paese, non è altro che l’applicazione, in forme diverse, rispondenti alle specifiche realtà, della strategia di counterinsurgency varata dai governi degli stati europei (sul modello della “guerra al terrorismo internazionale”), per combattere la lotta di classe e antimperialista che si sta sviluppando in Europa Occidentale e che sempre più si lega – oggettivamente e soggettivamente – ai processi rivoluzionari dell’area mediterraneo/mediorientale.

L’esistenza ormai ventennale della guerriglia e di radicati movimenti antimperialisti in molti paesi europei, il loro carattere internazionale e la loro tendenza unitaria sono una contraddizione insostenibile per la borghesia imperialista di fronte ai passaggi obbligati che essa deve compiere per mantenere il sistema di sfruttamento e di valorizzazione di enormi masse di capitali nelle condizioni create da una crisi che non trova sbocchi risolutivi di lungo respiro. Condizioni che sono alla base dell’impegno politico dei vari esecutivi nel quadro della formazione del “blocco europeo occidentale” a sostegno di una maggiore integrazione del mercato capitalistico a livello continentale.

In questo contesto diventa sempre più pressante per ogni stato del “blocco” l’esigenza di reprimere e spezzare la resistenza proletaria ai progetti di ristrutturazione e ridefinizione generale dell’assetto sociale, distruggere le organizzazioni d’avanguardia della classe, in primo luogo la guerriglia. Di qui l’integrazione delle strategie controrivoluzionarie a livello europeo di cui è parte il trattamento carcerario dei rivoluzionari prigionieri.

In Germania, i prigionieri della guerriglia sono sempre stati sottoposti ad un trattamento particolare da parte dello stato.

All’isolamento politico, che in ogni paese la borghesia imperialista ha sempre tentato di imporre ai rivoluzionari, in questo caso si aggiunge l’isolamento fisico più assoluto, mantenuto scientificamente come condizione stabile, fin dai primi anni settanta, dall’inizio stesso della lotta armata in RFT.

Contro questa pratica di annientamento i compagni prigionieri della RAF e delle altre organizzazioni dell’esperienza guerrigliera tedesca hanno sempre opposto una costante iniziativa di lotta che ormai è diventata terreno “storico” di mobilitazione per il movimento in RFT.

In questa lotta sono caduti ben 9 compagni, assassinati per la “ragione di stato” dai boia del governo tedesco.

La ferocia che si è dimostrata inutile: i rivoluzionari prigionieri tedeschi hanno mantenuto la loro identità politica e i vincoli collettivi, sapendosi dialettizzare con il movimento nel suo complesso, e diventandone punto di riferimento.

Oggi questa lotta si svolge in condizioni mutate.

Davanti all’estendersi e radicarsi dell’iniziativa rivoluzionaria in RFT, il governo tedesco, al pari di altri paesi europei come Italia e Spagna, affina le sue strategie di attacco “per linee interne” alla guerriglia, varando leggi premiali per i “pentiti” e concedendo la libertà a noti traditori.

In questo quadro da tempo si sono attivati diversi esponenti di forze riformiste e della chiesa, nel tentativo di inserirsi nello scontro con una proposta di “dialogo” tra le istituzioni, i prigionieri e le organizzazioni combattenti.

Come già i compagni prigionieri della RAF hanno chiarito in alcuni interventi pubblici nello scorso anno, queste manovre sono tutte interne al progetto controrivoluzionario dello stato; il loro obiettivo non è altro che la “pacificazione” delle lotte rivoluzionarie attraverso l’attacco alla identità dei comunisti prigionieri e l’abiura della lotta armata.

Dalla classe vengono ben altri segnali.

Il movimento rivoluzionario tedesco ha saputo far propria questa lotta, e una articolata rete di solidarietà militante e comunicazione antagonista, unita alle mobilitazioni di massa verificatesi ultimamente a sostegno dei prigionieri, contribuiscono consistentemente a spezzare il tentativo dello stato di isolare i prigionieri e di distorcere i contenuti che stanno affermando.

Per noi prigionieri comunisti italiani, e crediamo per tutto il movimento rivoluzionario, non si tratta soltanto di fare della solidarietà (comunque indispensabile) con i compagni prigionieri della RAF e della Resistenza. Noi partiamo dalla consapevolezza che la lotta contro l’isolamento e per il raggruppamento dei prigionieri in RFT, così come quella dello scorso anno dei militanti di Action Directe e di altri compagni in Francia, sia parte di uno scontro che ci vede direttamente coinvolti, seppure in forme e a livelli differenti, qui, nella realtà di classe italiana.

L’attacco dello stato contro la soggettività rivoluzionaria in Italia ha avuto dall’80 in poi una forte accelerazione ed uno sviluppo costante.

La ristrutturazione dell’apparato produttivo e il salto di qualità complessivo che la borghesia imperialista doveva imporre a livello economico, politico e sociale qui, non potevano svilupparsi in modo adeguato senza che fosse ricacciato indietro il forte movimento di classe e drasticamente ridimensionata la guerriglia, che si erano radicati fin dai primi anni ’70 in questo paese.

Non è il caso qui di ripercorrere i vari progetti con cui lo stato ha concretizzato la sua strategia controrivoluzionaria (da quella sui “pentiti” alla dissociazione), ogni rivoluzionario o proletario antagonista ha ormai avuto modo di comprendere il carattere infame di queste dinamiche. Oggi la continuità di questo attacco, che si esplicita nella cosiddetta “soluzione politica”, si inquadra negli obiettivi di “pacificazione sociale” che lo stato vuole imporre alla classe, e anche in questo caso la sostanza di tutte queste manovre emerge sempre più chiaramente.

Gli “appelli al dialogo” degli ex rivoluzionari, i loro patteggiamenti con il Ministero di Grazia e Giustizia si accompagnano ai blitz dei carabinieri nei confronti dei comunisti combattenti che fuori non rinunciano alla lotta.

In carcere, accanto alle “aperture” dello stato verso i prigionieri che proclamano il “distacco dalla lotta armata”, viaggia il giro di vite verso i comunisti che continuano a rivendicare la propria militanza rivoluzionaria, verso i combattenti arabo-palestinesi presenti nelle carceri italiane.

I compagni arrestati nel blitz del settembre ’88 contro le BR sono sottoposti ad un trattamento mirato teso a creare intorno ad essi un isolamento politico. A tutt’oggi si trovano sparpagliati in carceri decentrate, con il divieto di incontrarsi tra di loro e con gli altri comunisti prigionieri.

Questo non è che un esempio della differenziazione sempre più selettiva che caratterizza l’attuale gestione del carcere e che tende ad isolare le aree di prigionieri della guerriglia, ad attaccarne l’identità e a spoliticizzarne la lotta.

La nostra militanza rivoluzionaria nelle attuali condizioni di prigionia può svilupparsi soltanto nell’internità e nel contributo ai percorsi della guerriglia e del movimento rivoluzionario nello scontro di classe attuale.

È questo l’aspetto più importante della nostra identità ed è una dimensione che dobbiamo conquistarci e difendere continuamente, rafforzando l’unità tra i prigionieri comunisti e con il movimento rivoluzionario.

L’attacco della borghesia imperialista in quest’ultimo decennio ha provocato un evidente processo disgregativo nel tessuto di classe e in quelle forme organizzate dell’autonomia proletaria che sono basilari nel processo rivoluzionario. Ma sarebbe un grosso errore assolutizzare questo dato. I mutamenti sostanziali avvenuti nei rapporti di forza generali tra proletariato e borghesia, lungi dal porre fine al conflitto di classe, ne hanno invece innalzato il livello, riproducendo le condizioni per l’iniziativa rivoluzionaria.

Dopo le sconfitte dei primi anni ’80, l’esigenza su cui si è mossa l’avanguardia rivoluzionaria è stata fondamentalmente quella di ricercare/ridisegnare un ruolo adeguato alle mutate condizioni dello scontro.

La ricostruzione dell’iniziativa guerrigliera, in rottura con le tendenze difensivistiche e disfattiste, è un passaggio necessario per consentire reali possibilità di sviluppo del processo rivoluzionario.

Oggi, la ridefinizione della progettualità e dell’iniziativa rivoluzionaria è un compito che va posto al centro, articolandolo per ogni livello di coscienza espresso dal movimento rivoluzionario a partire dal suo punto più avanzato.

Questo processo di riadeguamento in cui da subito va spesa ogni energia, deve cogliere la nuova qualità politica emersa nell’esperienza della guerriglia e nelle lotte rivoluzionarie in Europa e nell’area mediterranea-mediorientale.

Sono maturate nuove condizioni di confronto e di lotta per lo sviluppo del processo rivoluzionario. Attraverso l’unità delle lotte della guerriglia e delle molteplici determinazioni del movimento dell’autonomia proletaria in Europa Occidentale, il Fronte Antimperialista è diventato una prospettiva concreta.

È una dialettica unitaria che vive nell’organizzazione dell’attacco all’imperialismo e in specifico al progetto di formazione del “blocco europeo-occidentale” nei diversi ambiti in cui si manifesta come progetto antiproletario e controrivoluzionario.

In questo contesto assume una valenza rilevante per tutti i rivoluzionari, e dunque anche per i comunisti prigionieri, contrastare il tentativo della borghesia di spoliticizzare l’attività della guerriglia, la smemorizzazione dei contenuti espressi dalle lotte del proletariato e l’attacco all’autonomia di classe.

Sono questi gli obiettivi e il percorso a cui finalizziamo la nostra attività di militanti rivoluzionari prigionieri, senza in ciò operare alcuna semplificazione delle differenze di percorso e di impostazione politica pur presenti al nostro interno.

È questa la tensione che anima questo intervento.

La lotta dei compagni prigionieri tedeschi, la loro resistenza all’annientamento in carcere, è la lotta di tutti i rivoluzionari in Europa Occidentale perché si muove all’interno dei contenuti che le forze rivoluzionarie hanno acquisito in questi 20 anni e sviluppato nello scontro attuale; essa riafferma il ruolo strategico della guerriglia nello sviluppo del processo rivoluzionario nel centro imperialista.

È la lotta di ogni proletario che si riconosce nella determinazione dell’avanguardia rivoluzionaria di combattere la società capitalistica.

È la nostra lotta.

Contro la strategia della borghesia imperialista di attacco all’identità dei rivoluzionari: lottare insieme!

 

Comunisti prigionieri del “Blocco B“

 

Carcere di Novara, marzo 1989

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