Scheda storica: Un altro percorso nella Seconda Posizione: dal Nucleo per la Fondazione del Pcc alla costruzione del Partito Comunista politico-militare

Le vicende della Seconda Posizione andarono fin dall’inizio a intrecciarsi con lo sviluppo del dibattito interno al carcere. La pubblicazione del libro Politica e Rivoluzione, opera di quattro prigionieri di rilievo delle Brigate Rosse – Andrea Coi, Prospero Gallinari, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti – rappresentò un primo importante bilancio e sintesi del ciclo di lotte ancora in corso, pur se appesantito dagli eventi del 1982. Ma il notevole ruolo propulsore dello scritto fu in parte invalidato dai successivi passi dei suoi autori, che crearono incertezza e confusione anche fra i militanti all’esterno.

Una prima conseguenza fu la spaccatura, nel 1985, fra il gruppo che andò a fondare l’Unione dei Comunisti Combattenti (UdCC) e quello che si costituì in Nucleo per la fondazione del PCC.

Sostanzialmente il Nucleo accusava l’UdCC di avventurismo e tatticismo, ritenendo invece necessario impostare un lavoro di lunga fase, preparare le condizioni per arrivare realmente alla fondazione del partito, compiendo così quello che era ritenuto il salto decisivo. Proprio l’incapacità di effettuare quel passaggio, di superare una dimensione guerrigliera carica di deviazioni estremiste e soggettiviste, era considerata da tutta l’area della Seconda Posizione una causa fondamentale della sconfitta che si andava delineando. L’UdCC intendeva accelerare la ripresa dell’iniziativa combattente – posizione che il Nucleo riteneva avventurista, alla luce della situazione notevolmente critica delle residue forze militanti – associandola ad una impostazione politico-ideologica di respiro più ampio rispetto a quella delle Brigate rosse. Ma anche su questo aspetto sorsero divergenze. In risposta alle deviazioni soggettiviste, l’UdCC aveva reimpostato alcune questioni ideologiche con una forzatura di segno opposto. Dall’azzeramento del patrimonio storico del movimento comunista tipico dei soggettivisti, si passava a una eccessiva rivalutazione del lascito sovietico, arrivando ad annullare la critica maoista al socialimperialismo. Una posizione tatticamente finalizzata all’apertura di un canale di dibattito con la vasta area proletaria travolta dalla definitiva degenerazione del PCI. Queste e altre divergenze sostanziali, sulla questione sindacale o sulle strutture legali collegate al partito, non permettevano la prosecuzione di un lavoro comune.

Il Nucleo fu però fortemente travagliato da tensioni e difficoltà. Alla notevole consistenza del livello di analisi e del retroterra ideologico, nonché del percorso militante precedente di molti suoi esponenti, non corrispondeva un’altrettanto chiara determinazione sul percorso da intraprendere. La difficoltà oggettiva in cui i militanti si trovavano a fare i conti con gli stessi problemi di sopravvivenza (quasi tutti erano in esilio, in clandestinità, o reduci da carcerazioni), porterà molti all’abbandono e al riflusso in una dimensione individuale. Un piccolo gruppo di compagni decise di proseguire nel percorso, formalizzando una ulteriore ridefinizione, e assumendo il nome di Cellula per la costituzione del PCC.

Questa nuova realtà riuscì a mantenere un livello, seppur minimo, di organizzazione clandestina e armata a supportare l’elaborazione teorico-progettuale. Strumentazioni considerate preparatorie e interlocutorie, utili a ricostituire una sufficiente area di aggregazione con cui concretizzare i passaggi preconizzati verso la costituzione in PCC. I materiali, di dibattito e di iniziale elaborazione di strategia e linea politica, venivano sistematicamente stampati in formato di opuscoli intitolati Per il partito. Una pubblicazione clandestina, di cui uscirono sei numeri, a periodicità irregolare e pressoché annuale. Partendo dal principio dell’unità del politico e del militare, la Cellula riteneva la lotta armata una necessità storica, strumento fondamentale ma non unico di un processo lungo e articolato che prevede la costruzione di un partito clandestino capace di guidare le masse verso l’insurrezione e quindi la guerra civile. Ribadendo la centralità della politica e criticando le concezioni militariste, il gruppo intendeva dare un orientamento alla protesta operaia e dei lavoratori dei primi anni Novanta. I riscontri, pur significativi, non furono in grado di permettere quel salto di qualità operativo, necessario a dare consistenza e verifica alla proposta. Solo agli inizi di questo secolo l’incontro con una struttura organizzata proveniente da un’area politica diversa, quella dell’Autonomia operaia, portò all’avvio di un processo organizzativo frutto di una rielaborazione ma anche di “compromessi” necessari per la fusione, che trascineranno con sé alcune incoerenze. Il lavoro prese comunque un certo slancio, e una nuova rivista, L’Aurora, ne divenne il vettore.

Anche sul piano progettuale fu formalizzata una scansione rispetto al passato. Obiettivo principale rimaneva la costituzione del partito che però, considerando le diversità strategiche ormai nette rispetto al retroterra storico “guerriglierista”, non si riteneva più identificabile nel concetto di PCC. Una nuova formulazione sembrava sintetizzare l’impostazione maturata: Partito Comunista Politico-Militare (PCP-M).

Il percorso avviato sarà marcato da pesanti difetti e inadeguatezze che porteranno a una sconfitta tattica. Proprio nel crescendo dell’impegno operazionale, e di un discreto allargamento d’area, una retata “chirurgica” – presentata dagli inquirenti come azione “preventiva” mirante a colpire il gruppo nel momento in cui si apprestava a diventare operativo – smantellerà l’essenziale della struttura. La cosiddetta Operazione Tramonto, il 12 febbraio 2007, porta a quindici arresti e decine di indagati fra Padova, Milano e Torino, tra i quali iscritti e delegati Cgil, subito espulsi dal sindacato. Forte è l’attenzione della stampa sulla diffusa solidarietà dimostrata dai compagni di lavoro nei confronti degli inquisiti.

Negli anni successivi acquisì un certo valore la battaglia politica all’interno del carcere e durante i processi. L’impegno militante fu preciso e costante, da parte dei compagni prigionieri come di quelli esterni, riuscendo a trasformare le udienze in momenti di significativa affermazione delle ragioni e della prospettiva rivoluzionaria. Smentendo così le pretese liquidatorie con cui il potere credeva di aver seppellito le aspirazioni rivoluzionarie di classe. Questa posizione politico-strategica ha mantenuto una sua vitalità anche dopo la nuova separazione fra le due diverse aree di provenienza dei militanti.

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