Movimentisti incalliti e falsi ingenui. Documento di alcuni prigionieri BR di Rebibbia

«La situazione è cambiata», «un ciclo di lotte si è chiuso», «non siamo più negli anni settanta», «la situazione non è più come prima» e così via. È il motivo ricorrente con cui da tempo i liquidatori incominciano i loro monologhi.

Il motivo della loro introduzione spinge alcuni compagni a obiettare che «non è vero che la situazione è cambiata» o che «la divisione di classe e lo sfruttamento sono oggi quelli di ieri se non peggio». Quest’ultima affermazione è vera, ma non coglie il punto del problema. La prima è priva di significato, come lo è il motivo dei liquidatori di cui è la semplice negazione. Infatti si tratta di vedere in concreto cosa è cambiato, con quali effetti. Se non si ragiona sul concreto, le affermazioni restano frasi vuote. Ai liquidatori le frasi vuote fanno buon gioco, a noi no.

Certo, da anni è cessata la mobilitazione di massa che si esprimeva su mille temi e in mille forme, durata gran parte degli anni ’70. Non è questa constatazione che ci divide dai liquidatori. Ci dividono il bilancio che traiamo dalla mobilitazione di massa di quegli anni e dal ripiegamento di oggi e l’obiettivo che ci proponiamo.

Lasciamo qui da parte i favori, le delazioni e i tradimenti che i liquidatori, detenuti o latitanti, dovranno trattare con la classe dominante, i suoi esponenti politici e i suoi poliziotti, in cambio della scarcerazione o della rinuncia a perseguirli. Lasciamo stare questo contesto inevitabile di ricatti, pressioni, mercanteggiamenti, contorcimenti e predicazioni da zombie e da cortigiani e veniamo alla sostanza delle analisi e delle tesi con cui i liquidatori giustificano e propagandano la liquidazione.

«Si è esaurito un ciclo di lotte antagoniste al cui interno era stato possibile far vivere un progetto di potere. Non resta che concludere quanto è rimasto delle manifestazioni di quel fallito progetto di potere, creando gli strumenti culturali e politici per riaprire lo spazio per un confronto tra tutti i soggetti che si sono battuti e si battono per un cambiamento. Gli strumenti culturali e politici sono anzitutto la scarcerazione dei prigionieri politici che costituiscono un ostacolo per ogni dibattito e percorso che non rinunci (sic!) alla prospettiva di una trasformazione radicale della società e la cessazione della riproduzione di quegli stereotipi che alimentano nel movimento rivoluzionario illusioni di continuità».

Queste le tesi dei liquidatori, riassunte prendendo a prestito le frasi dalle loro «lettere aperte» e dai loro documenti di questi ultimi mesi. Quindi via i prigionieri politici la cui esistenza imbarazza e intralcia quanti vogliono tranquillamente riprendere a chiacchierare di un mondo migliore e via i militanti BR ancora attivi. I nuovi liquidatori assicurano che essi riusciranno dove «la sciagurata ricerca di dissociazioni varie, alla quale abbiamo fin qui assistito, ha dimostrato ormai tutta la sua impotenza», a liquidare cioè quanti ancora perseguono il «progetto di potere», i continuatori della lotta armata e dell’iniziativa delle BR.

I liquidatori sostengono che la lotta armata degli anni ’70, «il progetto di potere», sono stati principalmente l’espressione più radicale, più estrema di un ciclo di lotte, una specie di punto di arrivo di un processo nel quale si passava dalla protesta alla dimostrazione, allo sciopero, al picchetto, alla spazzolata, all’«esproprio proletario», all’illegalità diffusa, alla ronda, alla violenza organizzata, in un crescendo di determinazione e di forza. Quindi per essi la lotta armata delle BR è stata la forma di lotta più estrema di un movimento di massa. Ovvio quindi che anch’essa scompaia quando il movimento di massa ripiega e la mobilitazione diminuisce.

Ma furono davvero questo le BR o l’interpretazione degli attuali liquidatori è solo una riproposizione della concezione movimentista della nostra storia?

È un dato di fatto che alcuni compagni sono arrivati alla lotta armata sulla spinta della mobilitazione di massa. È innegabile che per alcuni la lotta armata è stata solo la forma di lotta più radicale alla quale sono arrivati «spontaneamente» in un crescendo di forme di lotta. Nel crescere del movimento, man mano che i suoi obiettivi si approfondivano e che nuove masse venivano coinvolte, le forme di lotta fin lì praticate non bastavano più e molti scorgevano la possibilità di forme di lotta più efficaci e di più sicuro effetto. I compagni più generosi ed audaci vi ricorrevano.

 

È vero che alcuni compagni hanno condotto per un lungo periodo la lotta armata senza mai andare, nella loro coscienza, nelle modalità pratiche di attuazione e nel complesso della loro attività politica, oltre il livello della lotta armata come forma di lotta di massa. Basta ricordare il variegato mondo di Prima Linea e di varie organizzazioni minori, le tesi sugli Organismi di Massa Rivoluzionari. Che si producessero di continuo fenomeni di questo genere, che ci fosse una tendenza molecolarmente diffusa tra gli elementi più attivi delle masse proletarie a prendere le armi, a colpire risolutamente i nemici di classe, a far pagare caro a poliziotti e stragisti i loro crimini, questo era un indice della forza, vastità e profondità della mobilitazione.

Ma i liquidatori di oggi riducono l’attività delle BR solo a questo, negano che esse sono nate da un «progetto di potere». Negano cioè che le BR non impugnarono le armi nella foga euforica del momento, in uno slancio di ribellione. Le impugnarono come strumento essenziale, determinante, decisivo, finalmente scoperto, di un partito proletario che vuole guidare, nelle condizioni attuali, le masse proletarie alla conquista del potere politico, all’abbattimento dello stato borghese, all’instaurazione della dittatura del proletariato, verso il comunismo.

Le BR vennero costituite perché tutta l’esperienza della lotta di classe dell’epoca imperialista insegnava che un partito comunista che non padroneggia la lotta armata si ritrova impotente (nonostante le migliori intenzioni e i più grandi eroismi individuali) a dirigere gli avvenimenti anche nelle situazioni rivoluzionarie, perché l’esperienza della lotta di classe nell’epoca imperialista insegna che la lotta armata diretta dal partito comunista è uno strumento indispensabile, anche al di fuori di una situazione rivoluzionaria, come fattore determinante per impedire una concentrazione delle forze politiche dell’avversario tale da soffocare lo sviluppo delle forze rivoluzionarie e quindi che la lotta armata è essenziale all’accumulazione delle forze rivoluzionarie.

Non fu la vastità della mobilitazione di massa a giustificare la linea delle BR, a rendere consapevoli che non si sarebbe fatto un passo avanti se non si imboccava un nuovo sentiero, che non si sarebbe usciti dalle secche in cui si erano arenati tutti i movimenti e partiti comunisti europei in tutto questo secolo: fu invece l’analisi della natura della società borghese nella fase imperialista, dei rapporti politici ed economici di essa, dell’esperienza dei partiti socialisti e comunisti europei dall’inizio del secolo in avanti.

L’ampiezza della mobilitazione di massa, la tendenza diffusa alla lotta armata, non potevano non influire sull’ampiezza delle nostre operazioni militari e delle formazioni militari. L’ampiezza del sostegno di massa influiva sulle modalità operative delle organizzazioni comuniste combattenti. Ma il «progetto di potere» nasceva dal bilancio della lotta proletaria in tutta la fase imperialista nella metropoli imperialista. Questo mostrava e mostra che un partito che non padroneggia la lotta armata, che non usa questo strumento per indebolire le forze politiche della classe dominante e rafforzare le proprie, è condannato all’impotenza e alla sconfitta. Questa è una lezione non tratta dal ciclo di lotte degli anni ’70, ma dalle lotte di classe degli anni ’20 in Europa Occidentale e Centrale, dalla sconfitta del proletariato tedesco degli anni venti e trenta, dalla guerra civile spagnola, dalla resistenza al nazifascismo, dalle lotte proletarie del secondo dopoguerra. È una lezione universale. Un partito che si forma e cresce sul solo terreno delle lotte rivendicative e parlamentari, che si contiene nell’ambito delle espressioni della lotta politica proprie della democrazia borghese, che si limita a cercare di usare le istituzioni della democrazia borghese contro la borghesia, che non adotta conseguentemente la lotta armata (ovviamente in relazione allo stato reale del movimento di massa e all’obiettivo della conquista del potere politico da parte del proletariato), vota se stesso e le masse che dirige alla sconfitta e al massacro.

 

Cosa c’entra con questo l’esaurirsi del ciclo di lotte degli anni settanta?

L’esaurirsi del ciclo di lotte pone per la lotta armata (come per tutte le altre attività di noi comunisti) condizioni diverse da quelle precedenti, di cui i comunisti devono tenere tutto il conto.

Resta però fermo il grande significato storico del fatto che per 15 anni, nonostante gli errori di impostazione e l’inesperienza, la lotta armata si è mantenuta ed è diventata il polo di attrazione, di riferimento e di organizzazione per gli elementi più avanzati del proletariato; del fatto che ancora oggi, nonostante lo scotto pagato ai nostri errori, la sua sola continuità nella esistenza dei prigionieri politici che non si arrendono e nei ridotti organismi che tengono alta, nell’attuale difficile passaggio, la bandiera, basta ad impedire quella ripresa dell’impotente chiacchiericcio rivoluzionario che i liquidatori e i loro padroni governativi auspicano. Resta il fatto significativo che in tutta la metropoli imperialista i comunisti sono andati e si vanno impadronendo dell’arte della lotta armata per il comunismo e sul terreno creato da questa tessono i loro legami con i movimenti rivoluzionari del Terzo Mondo e ricostruiscono l’organizzazione del movimento proletario della metropoli (ancora tra grandi difficoltà e con risultati ancora modesti, certo, ma non vi è né ci può essere altra strada!). Resta il grande ruolo esercitato nella vita politica del nostro paese dal fatto che, nonostante il riflusso del movimento di massa e nonostante anche le sconfitte da noi subite a causa dei nostri errori, le BR hanno continuato ad esistere, a riprodursi.

È proprio a causa di questo ruolo politico, a causa dell’ipoteca che la resistenza dei prigionieri comunisti esercita contro l’espansione dell’opportunismo, a causa del pericolo incombente dell’incontro tra il crescente malcontento e disagio delle masse e la lotta delle BR, che la DC e i suoi alleati sono disposti a pagare un prezzo pur di liquidare le BR e la resistenza dei prigionieri comunisti.

È questa liquidazione la moneta con cui Curcio e C. intendono pagare la loro liberazione. Lo schieramento dei prigionieri politici contro le BR e la creazione di un movimento culturale movimentista (cioè senza progetto di potere, solo rivendicazioni e proteste) e interclassista (cioè di «soggetti che si battono» anziché di classi) – i «Comitati di Sostegno» – nelle aree e nei gruppi politicamente più attivi, sono le gambe su cui cammina il progetto liquidatorio di Curcio e C.

Ma anche l’alto valore che la borghesia annette a questa liquidazione comprova una verità. Che le BR e la loro linea sono tutt’altro che fallite. Falliti sono anzitutto il revisionismo e il suo programma di riforme nel capitalismo ed è saltata la cappa di piombo che esso faceva gravare sulle masse annettendo ed isterilendo le potenzialità di sviluppo politico delle lotte rivendicative. In nessuna delle questioni su cui per decine di anni i revisionisti hanno costruito movimenti di massa è stata raggiunta una soluzione stabile: ciò conferma a chiunque vuol vedere che gli operai e i proletari troveranno una soluzione ai loro problemi di lavoro, di pace, di qualità della vita e dell’ambiente, di giustizia e di eguaglianza, solo in una guerra vittoriosa contro i tutori e guardiani dell’attuale sistema economico e politico.

Sono state sconfitte le illusioni di un passaggio senza traumi e discontinuità dal revisionismo alla lotta armata, le illusioni di unire le masse sul terreno della lotta armata solo per virtù della linea e dell’attività del partito, l’esaltazione derivante dalla scoperta dell’efficacia politica della lotta armata e la prostituzione della lotta armata a unico strumento risolutore di tutto (il militarismo dei Franceschini e Curcio che ancora pochi anni fa proclamavano che «la guerra è padre e madre di ogni cosa»), la sopravvalutazione unilaterale della potenza della lotta armata e del ruolo politico dell’avanguardia rispetto al contributo dato alla lotta per il comunismo dallo sviluppo delle condizioni oggettive economiche e politiche e delle condizioni soggettive delle masse. Insomma sono state sconfitte le illusioni di chi pensava che bastasse aver scoperto la lotta armata per arrivare alla vittoria: è stata sconfitta cioè la malattia infantile di un movimento ancora giovane, ai primi passi della sua storia.

Tutti quelli che sono decisi e convinti partigiani della rivoluzione proletaria e del comunismo devono operare in modo che la «battaglia di libertà» lanciata congiuntamente da Piccoli e da Curcio si rovesci contro la borghesia, in un passo avanti della coscienza politica e della forza organizzativa dei comunisti.

Oggi tra noi esistono divergenze serie e profonde sul bilancio della nostra esperienza e sulla linea da seguire. È inevitabile che un’impresa come la nostra, che apre strade nuove, si sviluppi tra contrasti e lotte. Ma il dibattito in cui siamo inevitabilmente coinvolti (e starsene fuori è già venir meno al proprio ruolo di comunista) sarà fecondo se farà emergere una linea ancora più aderente alla realtà delle condizioni delle metropoli imperialiste e un partito ancora più deciso a guidare la lotta del proletariato per il comunismo alla vittoria.

 

Alcuni prigionieri BR di Rebibbia

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