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Autocritica e rettifica

Ci siamo sbagliati. Per lungo tempo abbiamo considerato l’aria politica facente capo alla “Commissione Preparatoria del (nuovo)Partito Comunista Italiano ” (CPnPCI) come una componente disponibile al processo di formazione del partito nella forma corrispondente all’epoca attuale. Forma che è sintesi dei vari apporti precedenti del Movimento Comunista Internazionale (MCI) e dei successivi superamenti dialettici, fino a quella attuale e necessaria, in pratica il Partito Comunista Combattente (PCC).

La presenza politica di quest’area, contigua anche se non interna alla colonna portante dell’esperienza rivoluzionaria in Italia (le B.R. e altre O.C.C.); la loro partecipazione alla battaglia politica contro la “dissociazione”, il sostegno ai prigionieri politici, e la volontà di partecipare al rilancio di un progetto di una strategia rivoluzionaria in Italia ne aveva fatto una delle componenti accreditate.

Ma da sempre permanevano dei nodi irrisolti, una non chiarezza di pronunciamento su alcuni elementi fondamentali di strategia. Principale fra tutti, l”unità del politico-militare” (p.m.) che quest’area insisteva ad eludere, a non voler affrontare.

Così, nel nostro intervento dell’Ottobre 2000, cercammo di analizzare la loro posizione (in relazione ad altre posizioni) per cercare tutti i possibili punti di convergenza, per consolidare un processo di tendenziale unificazione dei comunisti intorno all’obiettivo centrale di costruzione del partito. Nel fare questo, nello scrivere questa analisi non potevamo fare a meno di rilevare che le distanze permanevano, soprattutto a causa di questi nodi irrisolti che, anzi, col trascorrere del tempo, significavano un problema di fondo.

Da allora, autunno 2000, la situazione è precipitata. Allo stupore generale, la CPnPCI lancia la partecipazione alle elezioni. La botta era talmente sorprendente che non si riusciva a farsene una ragione. Ed era riassumibile nella battuta “andare in clandestinità per poi presentarsi alle elezioni? Questa è schizofrenia!” Fino al punto di porsi molte questioni su se stessi, di indagare sul proprio senso dialettico, sulla propria capacità d’intendere la complessità dei passaggi politici, sulla propria mancanza di audacia a progettare “colpi politici” di grande portata. Fatica inutile, i conti non tornavano. E per quanta indulgenza abbiamo voluto avere nei loro confronti (e nel corso del tempo…) non restava che tirare le logiche conseguenze: questa componente politica sta degenerando.

1. La questione delle elezioni

Noi comunisti non siamo antielettoralisti assoluti, ma non siamo nemmeno per l’utilizzo indiscriminato, spregiudicato, di tutte le forme di lotta e di tutti i terreni di iniziativa politica. Nell’accezione leninista, si deve procedere all’analisi concreta della situazione concreta. E si deve anche tenere in conto altre questioni di principio: l’asse portante, strategico che deve supportare qualsiasi scelta tattica, qualsiasi linea politica, e la tendenza alla Guerra di Classe (alla Guerra Popolare Prolungata o Guerra Popolare Rivoluzionaria che dir si voglia). Tutto va finalizzato a passaggi politici concreti che permettano di avanzare lungo quest’asse portante, e di far avanzare la strategia tendente alla Guerra di Classe.

La tattica più innovativa e audace non può non tener conto di questo, non può non essere funzionale a questa strategia; la strategia comanda la tattica, sempre e comunque! Non dimentichiamo che la tattica non è tatticismo (cioè preminenza delle soluzioni a breve respiro e di adattamento alle situazioni immediate, a scapito del progetto strategico) e che anche il tatticismo (insieme con altri fattori più gravi) portò i PC revisionisti prima a svuotare la strategia rivoluzionaria di presa del potere, poi a stravolgerla nel suo contrario, la subordinazione alla democrazia borghese.

Ora, in che contesto concreto ci troviamo in Italia, in Europa? Per sommi capi, e rinviando ai nostri testi precedenti:

Crisi generale storica da sovrapproduzione di capitale.

  • Approfondimento, per salti successivi (inframmezzati da ripresine) di questa spirale di crisi, con aumento continuo della pressione sul proletariato ai fini di un’inarrestabile corsa al più alto tasso di sfruttamento, e particolarmente con le reiterate e intensificate aggressione ai popoli oppressi.
  • Restringimento oggettivo (cioè ancor prima che sul piano delle manovre politiche dei regimi) degli spazi di mediazione “democratica” entro le classi. Su questo terreno, sviluppo della tendenza autoritaria-militarista immanente agli stati imperialisti (fenomeni di fascistizzazione strisciante, aumento della violenza poliziesca, legislazioni speciali, carcerazione come forma estesa di governo di larghe fasce proletarie, ecc…). Di conseguenza, con un’impennata dell’astensionismo elettorale in tutti gli stati imperialisti (l’Italia un po’ in ritardo).
  • Aumento delle forme di lotta, ribellione, resistenza, pur se in forme frammentate caratterizzate da diversi livelli di coscienza e contenuto di classe. Ma, al tempo stesso, i precedenti fattori spingono ad una percezione largamente (e confusamente) diffusa sulle principali contraddizioni del sistema.
  • Difficoltà sul piano ideologico, nella ripresa dell’orizzonte comunista, della prospettiva di trasformazione rivoluzionaria della società, via la presa del potere e l’instaurazione della dittatura del proletariato. Qui si scontrano i danni causati dal revisionismo e dalla conseguente ingloriosa fine del campo socialista.

Se questi sono i caratteri essenziali del contesto attuale nei paesi imperialisti, e da un decennio a questa parte all’incirca, che conclusioni trarne sul piano politico? Di fronte ai vari fenomeni di malessere di massa, al relativo loro distacco dal sistema di potere borghese, alla relativa (benché confusa) presa di coscienza del marciume irreparabile di questo sistema, non resta altro da fare che recuperare queste stesse masse al gioco democratico borghese, ultimi pompieri tra i pompieri?!

Di fronte all’involuzione autoritaria-militarista del sistema, al suo evidente carattere genocida e distruttivo, pensiamo di essere credibili proponendo alle masse un percorso classico di accumulazione di forze sul piano sindacal economicista, per quanto radicale?!

Le risposte sono evidenti e se il percorso innovativo iniziato negli anni 70 basato sull’unità del politico militare ha goduto di tanto credito allora (quando l’acuità delle contraddizioni era ben inferiore) pensiamo che oggi si ponga con ancora più forza ed esigenza. Lo scontro è oggi più crudo, le masse guardano meno ai sogni ideologici (compete all’avanguardia rifare un legame) e sono strette sull’aspetto utilitarista delle loro scelte. O i rivoluzionari dimostrano di far sul serio, di assumere il piano di scontro strategico, di voler costruire la forza rivoluzionaria, oppure qualsiasi programma cartaceo o altre ingegnerie organizzative non avranno alcun credito!

D’altronde cosa valgono i ricorrenti omaggi al grande apporto delle OCC, e delle BR in particolare, se poi se ne stravolge il contenuto, se non se ne riprende il senso essenziale?!

2. Il processo rivoluzionario e la costituzione del partito.

E il senso essenziale oggi è (in questo contesto di crisi generale capitalistica, non risolvibile per vie ordinarie, e di deriva autoritario-militarista dell’imperialismo) che per indicare al proletariato la via rivoluzionaria bisogna costruirla nei suoi vari elementi costitutivi perché possa essere qualcosa di effettivo, che comincia a incidere concretamente nello scontro politico di classe. Bisogna costruire forza, imparare a combattere combattendo, dimostrare che non esiste possibilità di trasformazione sociale se non passando per la porta stretta della rivoluzione politica, proletaria, e che questa di fa anche con le armi. Il Partito sta al centro di questo processo e quindi non può che essere un Partito fondato sull’unità del politico-militare, un Partito Comunista Combattente.

Abbiamo detto più volte che il processo che conduce al Partito è un processo complesso che sappia tenere insieme vari piani, livelli, che sappia fare la sintesi degli elementi essenziali. Questo processo si situa nel convergere di almeno tre elementi essenziali:

a) le espressioni di Classe, il livello dato di maturità, contenuti e contraddizioni delle forme di organizzazione e di movimento di massa, la loro dinamica.

b) la presenza del Partito che si qualifica in quanto identità ideologico-programmatica, sintesi politica, prospettiva e strategia, in dialettica con la dinamica di massa, quindi capacità di trasferire le potenzialità di massa su un piano più elevato e di prospettiva.

c) L’attacco allo schieramento delle forze politiche borghesi di governo, alla loro politica di fase contro la Classe ed i popoli colpiti dalle sue aggressioni imperialiste.

Separare questi elementi è impossibile. Ed è esattamente ciò che ha rallentato finora il processo di costituzione del Partito, è ciò che ci ha fatto arretrare dai livelli relativamente alti dei primi anni 80. È ciò che ci fa “sopportare” la deriva “ideologica” della CPnPCI. “Ideologista” nel senso che separa uno di questi elementi essenziali al processo di costituzione del Partito, dandogli un peso sproporzionato: la giusta considerazione dell’identità ideologico-programmatica non supplisce agli altri compiti e particolarmente il compito di essere l’espressione politica della classe in lotta per il potere, quindi che si organizza e combatte sul piano della forza, dell’attacco politico-militare.

Per chi voglia fare bilancio seriamente, non si può non riconoscere che i movimenti di più alto sviluppo del movimento rivoluzionario in Italia (e altrove) si sono dati in questa capacità di assumere i vari livelli di cui parliamo, e che le BR hanno goduto di un prestigio, di una credibilità politica, agli occhi della classe, incomparabile rispetto ai percorsi tradizionali dei gruppetti ML ed extraparlamentari. Proprio perché fino a quando si resta sul suo piano ideologico o massimalista, non si offre nessuna prospettiva di organizzazione, di strategia, tanto meno di attacco. Non può essere casuale il fatto che le OCC, le BR abbiano saputo assimilare alcune tra le migliori espressioni ed avanguardie di Classe, che venissero riconosciute come l’unica alternativa seria alla via parlamentare/revisionista.

Il percorso di costituzione del Partito è immerso nello scontro reale e o i comunisti che lo promuovono ne sono interni, affrontando concretamente il ruolo di avanguardia politico-militare, oppure ne sono forzatamente esterni fossilizzandosi in setta “ideologico-culturale”.

Non si capisce perché i settori di avanguardia, e ancora meno le masse, dovrebbero riporre fiducia in organizzazioni di predicatori della Guerra Popolare quando non se ne vedono concretamente i segni (peggio quando si va nella direzione opposta – l’elettoralismo); perché dovrebbero riporre fiducia in organizzazioni di predicatori di un nuovo Partito quando questo non presenta nulla di nuovo e, nella mancanza dell’impianto politico-militare, rimanda inevitabilmente al modello revisionista dei primi tempi che, facendo balenare il miraggio del “giorno X”, trascinava la classe nel pantano del parlamentarismo (in questo senso poi il gruppo di “Iniziativa Comunista”, calorosamente difeso dalla CPnPCI, è esemplare).

3. la deriva della CPnPCI

Una serie di verifiche pratiche di questi ultimi mesi confermano malauguratamente tutto ciò. Dall’immediato sorprendente comunicato di condanna, di calunnia contro l’iniziativa del NIPR-Nucleo d’Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria, dell’aprile scorso (la tempestività della condanna è ben sospetta, come se questi elettoral-clandestini volessero dare prova della loro linea pacifista…). All’osceno documento “Dieci punti contro il militarismo”, al sostegno a quel gruppo di revisionisti dichiarati che vanno sotto il nome di “Iniziativa Comunista” (che rivendicano la continuità con il partito di Longo e Berlinguer, e insultano chi fa la lotta armata). La CPnPCI ha dato un netto colpo di barra, lanciando un vero e proprio attacco alle posizioni rivoluzionarie che si riconducono alla costituzione del PCC.

Il testo in questione è una disgustosa raccolta di falsità, deformazioni, denigrazioni. In senso generale è dare una picconata al prestigio ed al credito politico delle posizioni rivoluzionarie, cercando di riportare i militanti nel pantano tipico del revisionismo.

L’aspetto più odioso è questa teoria sulla “convergenza obiettiva dei militaristi e della borghesia nella lotta contro la ricostruzione di un vero partito comunista. Da sponde diverse certo, ma complementandosi e confondendosi”. Sarebbe indifferente chi compie iniziative armate e perché, le motivazioni, le rivendicazioni, la strategia… Insomma le tipiche calunnie revisioniste! Il tutto farcito di un narcisismo-egocentrismo nauseabondi: questo complotto militaristi/borghesia sarebbe naturalmente rivolto distrarre i lavoratori dalla convergenza con il loro presunto partito in formazione.

Scusate, ma chi vi caga?! Se si deve intervenire oggi è per limitare i danni che state facendo, ma il movimento rivoluzionario che punta alla costituzione del PCC ha una storia e uno spessore sufficiente per andare avanti senza di voi.

Ci limiteremo ad analizzare qualche punto. Innanzitutto dalla risposta che ci danno (pg. 39-44, La Voce n.8). Già c’è molto da dire sul loro stile, insopportabile nel misto di pedante e pretenzioso, fino al punto di debordare in caricature infantili del pensiero altrui: “La cellula si preoccupa di sostenere che il partito in un primo tempo (in attesa che le masse popolari scendano in guerra) dovrebbe far politica compiendo attentati contro uomini e strutture della borghesia imperialista”. E via di seguito a parlare di presunti ruolo di supplenza, recita, rappresentazione, in attesa delle masse, mentre ci si rimprovera di non occuparsi di come creare le condizioni per arrivare al Partito. Che scemenza, o che malafede!

Crediamo che i nostri testi siano sufficientemente articolati da non presentare dei modellini tanto semplicistici quanto falsi.

Quello che noi sosteniamo è che il percorso di costituzione del Partito è interno ed in stretta dialettica con le dinamiche di massa, che c’è un rapporto di complementarietà e che, proprio per questo, vi è una certa distinzione di ruoli. Fino a prova contraria, è storicamente dimostrato dall’esperienza dei 150 anni del movimento comunista internazionale (cui si richiamano di continuo e con pretenziosità i signor professori) che il ruolo del Partito è quello di assolvere a dei compiti che richiedono un relativo distacco dalla lotta immediata, e capacità di costruire in termini politico-organizzativi strategici, cioè l’orientamento e la riorganizzazione delle istanze proletarie, liberatesi nelle lotte, dentro il processo di tendenziale lotta per il potere. L’utilizzo politico delle armi rientra in queste competenze! Il fatto che sia il Partito a costruire le condizione del processo rivoluzionario, combattendo anche con le armi, non ha nulla a che vedere con ruoli di “supplenza a tempo determinato o indeterminato”! Piuttosto l’affrontamento e la risoluzione di queste questioni è il vero percorso al Partito, e non certo un percorso formalistico-burocratico e… disarmato! È il progetto della CPnPCI che devia le energie emergenti dal percorso di costituzione del Partito, verso un modello superato dai tempi, politicamente devitalizzato, inutile e controproducente (come dimostra questa loro ultima scellerata campagna).

4. Costituzione del Partito e tendenza alla lotta per il potere.

Abbiamo scritto in lungo e in largo che non siamo d’accordo con l’utilizzo della lotta armata come guerra, che la guerra sarà propria della fase insurrezionale quando si daranno segni chiari del passaggio di settori decisivi di massa alla disponibilità alla guerra per la presa del potere, che tutto questo necessita di un lungo periodo di preparazione che è caratterizzato, per contro, comunque dalla presenza della lotta armata, dell’unità del politico-militare, perché sono elementi costitutivi del processo rivoluzionario, che senza questo non può esistere un vero partito comunista.

E, a onor del vero, non si può, non più, denigrare i compagni delle BR e di altre OCC (come fa la CPnPCI): anche loro perseguono una strategia di costituzione del Partito in cui è centrale dialettica tra l’espressione dell’autonomia di classe e le istanze d’Organizzazione rivoluzionaria.

Non si può assolutamente attribuire loro posizioni di estraneità al coinvolgimento delle masse nel processo rivoluzionario. È una falsità bestiale contraddetta dall’essenza stessa della storia delle BR.

Con loro condividiamo la tesi fondamentale della centralità dell’unità del politico-militare per innescare un rapporto con le masse che tende al loro coinvolgimento nel processo rivoluzionario. Dimostrazione è stata fatta in alcuni paesi imperialisti che, mentre questo salto di qualità è estremamente fertile proprio nel rapporto con le masse, la sua mancanza fa inevitabilmente stagnare nella dimensione “ideologista” e marginale.

Mentre non condividiamo la “strategia guerrigliera” (per i suddetti stessi motivi), ma il loro contributo è comunque in continuità storico-politica con quel patrimonio cui bisogna rifarsi e che va valorizzato per arrivare ad una forma Partito all’altezza dei compiti dell’epoca attuale.

Nel seguito dell’articolo de La Voce è tale la confusione di idee o l’ignoranza che non vale la pena di soffermarsi. Un solo esempio: per “lotta politica tra le classi” ci si presta l’intenzione di “pesare sulle lotte rivendicative di massa nei confronti del governo, della borghesia” (!), Come se non sapessero o non leggessero che lotta politica è il piano dei rapporti generali tra le classi, ruotante intorno alla questione del potere, che sintetizza e va ben oltre le misere questioni rivendicative (le “tragicomiche conquiste immediate” come diceva Marx). La grande acquisizione del ciclo di lotta rivoluzionaria in Italia, anni 70/80, è stata appunto l’esperienza concreta dell’unità del politico-militare. Come possibilità di pesare sul serio nello scontro politico tra le classi. Ed è ciò contro cui oggi la CPnPCI prende posizione.

Infine essa distorce la nostra posizione, perché non abbiamo mai detto che il Partito incide nella lotta politica tra le classi solo grazie agli attacchi militari. Prima di tutto si è sempre solo parlato di iniziativa politico-militare, che non risponde propriamente ad una logica di guerra, di attacchi militari in senso proprio; in secondo luogo noi diciamo che l’iniziativa politico-militare si situa dentro un impianto di lavoro di Partito ben più articolato e complesso. Il lavoro di Partito è un lavoro su più piani, essendo il Partito l’organismo più complesso ed organico prodotto dalla Classe. Ma sicuramente i passaggi politici prodottisi nella storia del movimento comunista internazionale hanno acquisito la centralità dell’unità del politico-militare, del fatto che per costruire e sviluppare un percorso di crescita rivoluzionaria bisogna darsi una strategia ed una linea politica basati sull’unità del politico-militare.

La questione è difficile, gravosa; appunto per questo bisogna avere almeno il coraggio di porsela. In seguito si avanza, affrontando i vari problemi e contraddizioni, nel vivo della lotta. Ma se la questione nemmeno ce la si pone, se la si rimuove, certamente non si avanza; peggio si fuorviano delle energie ,per farle degenerare sulle vie dell’opportunismo.

La CPnPCI finisce per seppellire l’esperienza del ciclo 70/80. Lo fa nel finale della risposta che ci indirizza, e lo fa ben peggio, in modo articolato, nel testo “Dieci punti contro il militarismo” (La Voce).

Già questo testo comincia con una sterzata rispetto a quanto era comunemente riconosciuto fino a qualche anno fa (vedere il testo“Cristoforo Colombo”) e cioè che il ciclo guidato dalle OCC aveva permesso la rottura più conseguente col revisionismo, e di cominciare a concretizzare la strategia della Guerra Popolare Prolungata in un paese imperialista, e questo per la prima volta dalla fase del ciclo della Resistenza.

È stato il grande salto che ha permesso alle OCC di coniugare alcune delle migliori espressioni dell’autonomia di classe con una strategia di lotta per il potere, e questo proprio nella misura in cui si dava concretezza alla fondamentale questione dello sbocco politico che sempre le lotte di massa ricercano. La strategia sviluppata dalle BR, in particolare, è stata l’unica alternativa credibile allo sbocco politico revisionista-parlamentare. Ora la CPnPCI ritorna sui suoi passi, non riconosce più questo avanzamento e, inevitabilmente, logicamente, dove finisce? Nella riscoperta delle virtù dell’elettoralismo! Giustamente perché è l’unico altro sbocco politico esistente.

Per proseguire nella lettura e analisi del loro testo bisogna tapparsi il naso (usano le stesse categorie e termini consueti della borghesia): l’iniziativa politico-militare o guerrigliera diventano “gli attentatori”, mischiandoli al terrorismo di Stato in un’”unica strategia della tensione”!

Ricordiamo a questi signori, di solito così pignoli nell’utilizzo dei termini, che la “strategia della tensione” fu una grande categoria tirata fuori dalla borghesia, così come la teoria degli “opposti estremismi”, per legittimare il regime borghese come oasi di confronto civile e democratico, teoria largamente sostenuta dai revisionisti per soffocare le sane tendenze proletarie all’uso della violenza. Credono forse questi della CPnPCI di ricostruire il Partito nell’oasi del pacifico confronto? Non è forse antitetico con un percorso di maturazione proletaria verso la necessità dello scontro, della guerra popolare? Pensano forse che il proletariato impari a combattere partecipando alle elezioni?!

Resta in ogni caso l’ignominia delle loro affermazioni, insinuazioni, perché una cosa è certa, almeno in Italia, ed è il netto distacco tra le pratiche combattenti delle OCC, chiare e limpide nei loro obiettivi e rivendicazioni, e le bande terroriste dello Stato che di solito colpiscono le masse e non hanno certo né la capacità né il coraggio di rivendicare. Verità storica che spesso gli stessi pennivendoli di regime hanno dovuto riconoscere e che, in ogni caso, le masse popolari hanno saputo riconoscere!

Ma l’elemento politicamente più grave in questa deriva è il fatto di azzerare l’apporto, il salto di qualità operato negli anni 70/80. Altra cosa è fare un bilancio critico e saper individuare i nodi da sciogliere, limiti e contraddizioni da superare ma a partire dalle nuove acquisizioni, dalle conquiste realizzate.

D’altronde basta guardarsi intorno, a partire da quell’epoca, e una cosa è chiara: il movimento comunista rivoluzionario si è sviluppato ed ha avuto una tenuta là dove questo processo di maturazione sulla base dell’unità del politico-militare si è dato, contrariamente ad altri paesi dove la non realizzazione di questo salto ha fatto sistematicamente naufragare le organizzazioni vecchio stile nella capitolazione e nei passaggi in massa di quadri e dirigenti alle fila nemiche. Questo è vero nei paesi imperialisti, mentre nei paesi dipendenti e semicoloniali il problema nemmeno si pone, visto il livello di scontro normalmente esistente. E infatti le organizzazioni rivoluzionarie dei paesi dipendenti e semicoloniali, presenti in Europa, hanno fiutato prima di noi questo tipo di deriva e da tempo hanno preso le loro distanze da quest’area politica.

Quest’ultimo aspetto è peraltro di primaria importanza: noi oggi abbiamo il dovere di porci la questione di come sostenere il più attivamente possibile la resistenza eroica di questi popoli che portano il gran peso del tallone di ferro imperialista. “Primo dovere internazionalista è sviluppare il processo rivoluzionario in casa propria”: ecco quindi la necessità di portare avanti un processo di riorganizzazione del Partito all’altezza dei tempi e delle urgenze di uno scontro che si definisce sul piano internazionale!

Non per un senso “morale” della solidarietà, ma perché la materialità della situazione fa sì che non si possa procedere senza interconnessione con la dinamica globale dell’imperialismo e con la dinamica del movimento comunista rivoluzionario internazionale (per quanto sia ancora frammentato e incapace di un’impulsione unitaria). La tendenza alla guerra contro il proletariato e i popoli oppressi prima di tutto, e interborghese poi, divampa nel modo. Le Organizzazioni Rivoluzionarie di questi popoli si aspettano da noi ben altro contributo, per aprire varchi alla lotta qui, nei centri del sistema imperialista. Gli avvenimenti dall’estate in poi sono significativi, in positivo o in negativo, di questa esigenza.

Gli avvenimenti dell’estate ci sembrano dire tre cose principali:

1) il consolidarsi, estendersi di un vasto movimento anticapitalista nei paesi imperialisti, da Seattle a Genova, che individua le contraddizioni essenziali del sistema, anche se resta ancora a mezza strada quanto all’identità ideologica e al percorso politico rivoluzionario. Ma già in questo senso la grande esperienza di violenza proletaria organizzata, che è stata fatta in quelle giornate, ha costituito un grande salto in avanti, un formidabile slancio in avanti al dibattito.

2) l’esplosione delle torri di New York e del Pentagono, ben al di là di chi l’ha fatto e della loro matrice reazionaria, porta in sé tutta una carica simbolica della rabbia delle grandi masse oppresse nel mondo, rappresenta quanto profondo sia l’odio attizzato da questo sistema criminale.

3) Il sistema non risponde altro che non con un ennesimo approfondimento della tendenza alla guerra, sia con la nuova penetrazione imperialista in Asia, sia con questa svolta repressiva interna, senza eguali in questi ultimi anni.

Non c’è da illudersi e nemmeno più da scegliere: la borghesia imperialista ha dichiarato lo stato di guerra permanente a tutti gli sfruttati, si muove in un’implacabile logica di guerra, economica, sociale e in ultimo militare.

In questo senso assistiamo all’escalation della Contro Rivoluzione Preventiva come modo di governo delle contraddizioni sociali e dei loro possibili sviluppi. Il processo rivoluzionario che noi pensiamo basato sul doppio binario di Partito e dinamica di massa, in ambedue i casi ed al proprio livello, deve costruirsi dialetticamente a questa realtà. Deve cioè riconquistare una serie di condizioni, ideologiche, politiche e militari, per porsi all’altezza dello scontro e per costruire la capacità della Classe di combattere, combattendo. Il Partito basato sull’unità del politico-militare, sull’utilizzo politico della lotta armata, è la sintesi di questi termini essenziali.

  • Intensificare il dibattito nell’area di partito, fissando i termini ideologico-politico-militari irrinunciabili
  • Isolare le tendenze opportuniste, neo-revisioniste
  • Costruire nella lotta e nel processo organizzativo, una nuova, più alta unità proletariato-popoli oppressi
  • Lavorare alla costituzione del PCC e delle condizioni per la trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria
  • Onore ai compagni/e caduti/e per il comunismo

CELLULA PER LA COSTITUZIONE DEL PCC

Gennaio 2002

Presentazione (Per il dibattito e la fusione con altra organizzazione)

I compagni e le compagne che propongono questo documento di dibattito fanno parte della Cellula per la costituzione del Partito Comunista Combattente (PCC), e hanno prodotto e sviluppato le proprie tesi in questi anni attraverso la rivista “Per il Partito”.

La Cellula per la costituzione del PCC è formata da compagni provenienti da diverse ipotesi organizzative, che si collocano all’interno dell’esperienza storica del movimento comunista internazionale e, nel particolare di questi ultimi 30 anni fanno riferimento agli insegnamenti prodotti dall’avanguardia comunista combattente del nostro paese, alla quale, nel bene e nel male, ed ai vari livelli della loro coscienza un contributo hanno dato. Individuando come asse centrale delle proprie riflessioni oggi, la valorizzazione dell’esperienza delle BR che nel panorama delle varie Organizzazioni Comuniste Combattenti degli anni ‘70, hanno rappresentato la componente marxista-leninista, ed oggettivamente l’unica alternativa credibile al progetto revisionista (al di là di ogni tipo di scelta che può aver maturato oggi la maggioranza dei suoi ex dirigenti).

In questi anni abbiamo cercato di tenere aperto il dibattito sulla necessità del partito e sulla valorizzazione dell’esperienza della lotta armata comunista in Italia negli anni settanta, ponendoci come struttura di percorso per l’unità dei comunisti, non come organizzazione fine a sé stessa.

In estrema sintesi, abbiamo sostenuto la necessità di costruire un modello di partito che recuperava il meglio della tradizione della terza internazionale, epurato dagli elementi di dogmatismo e di culto della personalità, con una chiara scelta di tendere ad una abolizione della divisione del lavoro, ed una applicazione del centralismo democratico effettivo e non come riproduzione dell’autoritarismo borghese.

A questo punto abbiamo recuperato quella che secondo noi è stata la grande innovazione della lotta armata(LA) comunista negli anni ’70, la capacità di spostare la contraddizione sul terreno dello scontro per il potere, superando i limiti della lotta operai-padroni, per porre la questione proletariato-Stato, cioè l’utilizzo della LA comunista come strumento essenziale della politica comunista nei paesi imperialisti.

A partire da questo rimane per noi essenziale la teoria/prassi dell’attacco al cuore dello Stato e l’esperienza conseguente realizzata dalle BR. Altre forme peraltro necessarie quali azioni di finanziamento, eliminazioni spie, ecc., presenti da sempre nell’attività dei PC, non caratterizzano la novità dell’esperienza degli anni ’70.

Presentare il nostro percorso politico non deve essere inteso dai compagni come un voler marcare una differenza, marcare il proprio bagaglio storico e politico. Vogliamo invece che sia utile a comprendersi meglio, nel momento in cui si inizia un percorso di comunicazione che dovrebbe gettare le basi di una proficua collaborazione per un successivo passaggio per la costruzione/costituzione del Partito del proletariato. D’altronde troveremmo sciocco non dichiarare che ai tempi della battaglia politica interna alle BR sviluppatasi nel’84, alcuni di noi si trovarono, sebbene non come militanti dell’organizzazione, a sostenere la seconda posizione. Sono passati quindici anni da quella rottura, molti di noi non l’hanno vissuta in prima persona ma possiamo dire in tutta tranquillità di condividere il bilancio fatto dai compagni belgi delle Cellule Comuniste Combattenti che, nell’analizzare i motivi della rottura, dicono: L’impressione che ci è rimasta di questa esperienza è quella di uno spreco spaventoso.

Oggi a tutti noi spetta un compito molto delicato, saper affrontare le esigenze di una fase ricca di prospettive rivoluzionarie e contemporaneamente un quadro dei rapporti di forza molto sfavorevole alle forze comuniste e alla classe.

Il nostro compito è quello di predisporre un piano di lavoro che porti a gettare le basi di una possibile ed utile unità, per battere la frammentazione dei comunisti e gettare le basi per la ripresa della lotta rivoluzionaria in Italia.

Lo stato di salute del movimento comunista richiede un grande sforzo, la gravità della situazione non può tollerare altri rinvii.

È importante far compiere un salto in avanti al dibattito ed all’iniziativa dei comunisti, superando quei motivi di stagnazione ed incomunicabilità, riprendere i veri motivi di contraddizione, i nodi non sciolti, ma sapendoli vedere alla luce dell’attuale contesto, cercandone una soluzione che sia la più adeguata a tutta l’area dei comunisti che in questi anni sono rimasti conseguentemente sul terreno del Partito e del processo rivoluzionario.

Una tesi comune di tutta l’area dei comunisti, è sicuramente l’assunzione della tesi dell’unità del Politico/Militare, e ciò è qualcosa di tutt’altro che secondario e sottovalutabile.

Questa è una tesi fondante, carica di implicazioni e che, proprio per i due termini che contempla, esclude tutta una serie di mezze posizioni estremiste che, dell’uso della forza, tendono a farne mezzo di lotta dei movimenti sociali, dei movimenti di massa o di soggetti sociali di volta in volta emergenti, per come si presentano.

Come pure questa discriminante serve ad arginare due tendenze, la prima è quella di una parte di gruppi di provenienza PC(ml) che si rivolge prevalentemente agli operai e alle “masse popolari”, insistendo sulla necessità di fare il partito o di ricostruire il vecchio Partito Comunista Italiano.

Nelle loro pubblicazioni ci spiegano che sono contro il parlamentarismo, che in Italia c’è la controrivoluzione preventiva e che bisogna trarre degli insegnamenti dalla lotta di classe degli anni 70/80. Senza prevedere però né la forma, né il modo con cui il Partito fa politica.

La seconda tendenza è quella che si rivolge ai settori giovanili: sprigionare, invisibili e altri antagonisti di maniera. Per la loro natura di piccoli borghesi di cui è composto il gruppo dirigente, e per l’assenza di una strategia rivoluzionaria, impostano l’essenza della loro iniziativa (in alcuni casi para/violenta) in ambiti istituzionali.

La situazione dell’area dei comunisti, che ha per noi come discriminante l’unità del politico-militare (P-M), deve però lavorare a superare i processi di frantumazione che hanno raggiunto nel corso degli anni 80 e 90 il massimo livello conosciuto. Siamo arrivati ad una situazione nella quale ci sono problemi a completare il quadro della presenza dell’area. Bene, clandestini al nemico, sempre, ma visibili alla classe e agli altri comunisti (nei modi e nelle forme) deve essere un obiettivo di questa fase. Se ciò è vero, diventa quindi necessario, una visibilità tanto in rapporto alla classe, quanto in rapporto agli altri comunisti. D’altronde, la dispersione su base locale e minoritaria impedisce una adeguata caratterizzazione sul piano della visibilità e dell’impatto organizzativo per una pratica comunista che ha il suo carattere costitutivo nell’unità politico militare.

A differenza dei gruppi dogmatici ed opportunisti delle diverse specie, noi dobbiamo misurarci su una capacità di approntamento di una strategia che sappia incidere e rendere immediatamente visibile e misurabile l’impatto della nostra politica nei confronti del nemico di classe. Così come deve essere altrettanto visibile e comprensibile al proletariato e alla classe operaia.

L’assenza del Partito Comunista e, più in generale la mancanza del soggetto comunista, ha tra le altre conseguenze la possibilità di vedere il proletariato sempre più coinvolto in scontri inter borghesi. Per questo, occorre ribadire che il compito principale dei comunisti in questa fase rimane la costruzione/costituzione del Partito Comunista Combattente (il PCC. Abbiamo ribadito più volte in questi anni che il Partito non si fonda nel chiuso dei “centri studi”, legali o clandestini che siano.

Priorità nella costituzione del Partito, difesa dei principi, presenza nei movimenti di massa e sviluppo dell’inchiesta operaia, sono tutti elementi dialettici per riaffermare una presenza politica dei comunisti.

 

I materiali che seguono sono in parte stralci di documenti da noi prodotti in questi anni, rivisti in virtù del dibattito attuale.

SINTESI DELLA NOSTRA POSIZIONE

Nella nostra concezione della Lotta Armata (LA) non si può parlare di significato strategico della LA in se stessa, in quanto la strategia dei comunisti si definisce nell’abbattimento dello Stato borghese, nella istituzione dello Stato della dittatura proletaria per la costruzione del comunismo, in un processo rivoluzionario ininterrotto per tappe, delle quali la prima tappa nel nostro paese è la rivoluzione proletaria condotta attraverso la LA delle masse contro lo Stato della borghesia, nella fase rivoluzionaria

La LA delle avanguardie comuniste, nella fase che precede la situazione rivoluzionaria (fase che può durare più o meno a lungo) ha un carattere marcatamente diverso ed attribuirgli un carattere strategico, ci pare sia politicamente inutile. Non si tratta della LA delle masse proletarie (sempre non nel senso della quantità, ma del livello politico), benché nessuno ignori che esistono livelli di violenza spontanea delle masse la cui importanza non può essere sottovalutata. Si tratta della lotta armata del Partito ed ha come obiettivi propri gli obiettivi che caratterizzano la lotta politica in generale del Partito nella fase che precede la fase rivoluzionaria. Cioè scompaginare i disegni politici della borghesia, rendendo più acute le contraddizioni che la attraversano al di là di qualsiasi intervento soggettivo, rendendo più o meno inefficiente l’uso della macchina statale (il che non dipende dal volume di fuoco, ma dalla qualità politica del combattimento); orientare, dirigere ed organizzare il movimento di massa in qualunque forma esso si esprima, ed in definitiva aprire spazi alla crescita dell’autonomia proletaria. Contribuendo così (insieme alla attività di propaganda, agitazione ed organizzazione fra le masse) alla maturazione di quegli elementi soggettivi che andranno costituendo una delle componenti determinanti della situazione rivoluzionaria. L’abbattimento dello Stato borghese, nel senso leninista di distruzione della macchina statale della borghesia (vedi Lenin di “Stato e rivoluzione”), nei paesi del centro imperialista, non può essere realizzato, nella fase rivoluzionaria, che attraverso la lotta armata delle masse proletarie diretta dal Partito. E non può avere altro scopo che quello della sua sostituzione con lo Stato della dittatura proletaria.

La LA del Partito, nella fase non rivoluzionaria, è quindi finalizzata, nei paesi imperialisti, al conseguimento di obiettivi politici determinati, che naturalmente mutano nel tempo, a secondo della situazione politica concreta. Non può essere ripetizione di azioni simboliche di antagonismo astratto ed assoluto, destinate a moltiplicarsi per virtù dell’esempio, ed a realizzare così gradualmente l’attacco allo Stato. La LA del Partito, momento centrale della sua lotta politica, ha lo scopo di scompaginare i disegni politici della borghesia, smascherando il loro significato agli occhi delle masse e rendendone problematica la realizzazione, colpendo quei rapporti politici, quei quadri politici dirigenti concreti, nei quali le forze contraddittorie della borghesia trovano provvisori equilibri e connivenze (quello che è stato definito il cuore dello Stato). Così facendo evidenzia ed acutizza le contraddizioni del fronte borghese (che obbiettivamente esistono), alza la consapevolezza delle masse e ne orienta il movimento, sviluppando contraddizioni nello stesso disegno repressivo, naturalmente anche con i metodi tradizionali del movimento rivoluzionario, che consistono nella eliminazione di spie e torturatori e nella distruzione di strutture della controrivoluzione. Innalza cioè il livello dell’autonomia proletaria. È ovvio che la LA non è l’unico strumento di lavoro politico del Partito.

Abbiamo detto e ripetiamo che in questa fase storica è però il metodo decisivo. Per comprendere la portata di questa affermazione bisogna considerare quella che Lenin chiamava la differenza fra azione dal basso e azione dall’alto del Partito. Se è vero che dal basso, legalmente/o clandestinamente, il Partito educa attraverso la propaganda e mobilita ed organizza attraverso l’agitazione le masse, dall’alto il Partito, come qualsiasi partito, attacca il partito avversario, i partiti avversari, le condizioni politiche, le solidarietà politiche della borghesia che la costituiscono in forza capace di governare lo Stato al servizio dei suoi interessi. Come conduce questo attacco dall’alto? La storia fornisce numerosi esempi che vanno dalla campagna scandalistica, all’azione parlamentare, al controllo delle autonomie locali, all’infiltrazione nei gangli più sensibili dello Stato (per esempio, le forze armate). Non esistono principi in proposito, ma solo scadenze concrete. Nessun metodo è stato, è o sarà adottato una volta per tutte. La scelta dipende da un’analisi della situazione storica e sociale, condotta sulla base dei principi del marxismo-leninismo. L’antiparlamentarismo della “sinistra comunista” italiana è stata una linea errata di rifiuto dell’azione dall’alto, e come tale criticato da Lenin. Qui ed in questa fase storica il metodo di importanza decisiva dell’azione dall’alto del Partito è la lotta armata. Non intendiamo escludere che si possano insieme ad esso impiegare altri metodi, ma quello che ci preme e ci discrimina è che quello della LA viene da noi assunto come metodo decisivo, nel senso che è quello che decide della capacità di sviluppare lo scontro di classe a partire da quel livello offensivo, che nella sua sostanza e nelle sue forme, si è andato determinando, al di là dei contingenti flussi e riflussi.

Nella fase dell’imperialismo la scontro di classe si approssima sempre più al suo momento decisivo, e logicamente la controrivoluzione alza di conseguenza il tiro cercando di prevenire l’offensiva proletaria (e solo episodicamente manifestandosi come “conseguenza” degli attacchi subiti). Il modo tradizionale di fare politica per un Partito comunista rivoluzionario – attraverso un accumulo di forze con metodi “pacifici” – trova spazi sempre più esigui. Prenderne atto e trarne le conseguenze è d’obbligo.

Non si tratta solo né principalmente di rispondere (e cioè di reagire ad una repressione sofisticata) ma di tenere quel terreno che logicamente ed inevitabilmente deve essere tenuto, dato l’attuale sviluppo storico del conflitto di classe. Non ci sono perciò “spazi democratici” da recuperare con le armi, ma c’è da portare ancora più avanti il livello di scontro quale si è venuto storicamente determinando.

Dunque la nostra concezione della LA del Partito non ha nulla a che vedere con la LA spontanea delle masse, con la LA delle avanguardie di massa contro il fascismo e la repressione, con la LA delle anime belle contro i criminali vecchi e nuovi, ecc.

Non abbiamo nulla a che vedere neppure con le concezioni che dividono politico e militare e che sboccano in strutture tipo partito e suo braccio armato, neppure in diverse versioni che vorrebbero il “braccio armato” strettamente subordinato, come una pura funzione “tecnica” al Partito. Dubitiamo che la LA possa essere considerata una funzione “tecnica” (semmai tal genere di funzioni esistesse in generale) e siamo convinti che l’esperienza ha sufficientemente dimostrato (per esempio nella resistenza antifascista, ma anche nelle guerre di liberazione) che la pretesa di dirigere dall’esterno una tale “funzione”, non potrebbe in definitiva che condurre al suo abbandono al livello più basso del movimento di massa, quello egemonizzato politicamente da riformisti e revisionisti. Coll’inevitabile effetto di “rimbalzo” di dare legittimità e forza a questo livello per pretendere alla direzione delle strutture politiche.

Nulla abbiamo ovviamente infine a che vedere con l’extraparlamentarismo di quei giorni che o – fatalmente – finiscono nel parlamentarismo più bieco, oppure restano in un extraparlamentarismo acefalo, nel quale il rifiuto della lotta parlamentare null’altro ha prodotto di diverso perché il partito non solo possa agire dall’alto, ma possa in definitiva anche agire coerentemente dal basso in mezzo alle masse.

 

IL PROCESSO RIVOLUZIONARIO Il processo rivoluzionario è il fatto di un’avanguardia politica che sappia sviluppare un percorso di avvicinamento delle espressioni di massa (movimenti, fenomeni di resistenza, rivolte apolitiche, violenze diffuse, ecc) agli obiettivi generali storici di classe, un processo di maturazione politica rivoluzionaria (non ideologica), un percorso di lotta politico/economica che liberi le masse dai tanti lacci delle forze conservatrici, dell’inerzia e della rassegnazione.

O meglio ancora, il processo rivoluzionario è il fatto dell’interazione, dialettica tra la determinazione, la progettualità dei comunisti e la dinamica, le esperienze, il processo di “riappropriazione di se stesse” (autorganizzazione) delle masse. Dopo un lungo processo politico-militare, punto culminante ne è l’insurrezione come ribaltamento decisivo dei rapporti di forza, sancito dalla presa del potere, passaggio all’offensiva strategica, sostenuta per l’appunto dall’incontro più compiuto e organico possibile tra il partito e le masse. La rivoluzione, nell’insieme delle sue tappe (lotta per il potere, fase di transizione), è un processo di “riappropriazione” da parte delle masse di tutti gli aspetti della vita sociale, economica, culturale, “personale”, di superamento dei rapporti di oppressione e sfruttamento, di superamento dell’alienazione sociale fondata sulla società divisa in classi. Processo complesso e conflittuale (come la storia delle prime esperienze sociali ci insegna), ma processo ben preciso e non certo riducibile a presa del potere/socializzazione dei mezzi di produzione e del prodotto/espropriazione e repressione della borghesia vecchia e nuova, per quanto questi siano i pilastri della trasformazione.

In un certo senso l’avanzamento del processo rivoluzionario consisterà nel progressivo (non lineare ma contraddittorio) aumento del ruolo delle organizzazioni di massa nella riappropriazione di tutti gli aspetti della vita sociale e nell’esautoramento delle istituzioni separate, nell’estinzione del partito stesso e dello stato.

 

L’UNITÀ POLITICO-MILITARE

Se la LA è la forma tipica del far politica nella fase dell’imperialismo maturo, e ciò non per cattiveria o bontà di qualcuno, ma per il necessario deperimento (quasi totale) degli altri mezzi di confronto (e mediazione) politica, sia a livello interno che a livello internazionale; poiché d’altra parte, senza neppur bisogno di scomodare Clausewitz, è evidente che non si tratta di “circense” con obiettivi di spettacolo e divertimento (cioè solo una forma più atroce dello stesso gioco del calcio), allora si pone concretamente il problema del rapporto tra politico e militare (P-M): cioè il rapporto fra l’analisi e l’elaborazione dei disegni tattici e strategici politici e l’articolazione tattica e strategica delle operazioni militari.

D’altra parte anche il rapporto nelle persone concrete della militanza politica e di quella militare.

Si tratta di questioni per niente oziose, ma fortemente presenti nel Movimento Rivoluzionario (MR) ed alle quali sono state date le soluzioni più diverse, contribuendo così a quella babele delle lingue a cui sopra si faceva cenno. Il primo rischio da affrontare è quello del “militarismo”.

In che cosa consiste il “militarismo”? Nel fatto che i disegni tattici e strategici vengono elaborati distintamente e separatamente da quelli politici e che perciò finiscano fatalmente per vivere e svilupparsi su direttive diverse anche se non necessariamente contraddittorie.

Non si tratta affatto di grossolane sottovalutazioni della ricchezza di articolazione strategica a lungo termine delle operazioni militari, con inevitabili ricadute su tutto il disegno politico.

Anzi semmai il contrario. Per fare un esempio a tavolino: l’attacco militare ad un obiettivo politico (e tutti lo sono, anche quello apparentemente solo militare) può essere condizionato dall’importanza politica maggiore o minore dell’obiettivo e dalle possibilità maggiori o minori di attaccarlo militarmente.

La separatezza del disegno politico e di quello militare porta fatalmente o ad affrontare in modo eccessivo sul piano militare l’obiettivo, o a sopravvalutare le difficoltà militari rispetto all’importanza politica dell’obiettivo, con inevitabile ricaduta sul piano politico complessivo, sia in caso di successo che in caso d’insuccesso.

Inversamente, la valutazione della priorità degli obiettivi politici, con una delega in bianco al piano militare per il loro conseguimento, porta fatalmente all’irrilevanza in definitiva della valutazione politica.

In ogni caso si afferma il “militarismo”, il che vuol dire che le implicazioni politiche implicite nello sviluppo e variazione nel tempo del disegno strategico militare, prevalgono su qualsiasi elaborazione politica prodotta in altra sede (per così dire, esclusivamente politica).

E ciò per l’inevitabile fatto che l’azione e reazione sul piano militare hanno, nel 99% dei casi, tempi decisionali estremamente più rapidi di quelli che può consentirsi qualsiasi Ufficio politico.

E non valgono le soluzioni di puro rimedio provvisorio del genere commissari politici presso le unità militari.

In definitiva, disegno politico e disegno militare devono essere elaborati nello stesso contesto e perciò dalle stesse persone, di modo che tutti i militanti siano coinvolti e pienamente consapevoli dei problemi posti all’uno e all’altro livello.

Di modo che ogni problema che si ponga lungo la via (il che è la cosa più normale del mondo) sia risolto responsabilmente con consapevolezza dei due livelli di problemi, da tutti i militanti coinvolti.

Inoltre ed in più vi è un altro aspetto del problema a cui bisogna far cenno.

Per contrastare la tendenza al “militarismo” molti compagni pensano che normalmente i militanti impegnati sul piano militare sono magari tecnicamente preparatissimi, ma politicamente di livello più basso, più vicini alla sensibilità politica a livello di massa, insomma soldati, fantaccini, e che il compito dell’organizzazione politica è quello di “dirigerli” (in tutti i sensi).

Ciò rappresenta un pericolosissimo riflesso sul terreno dell’organizzazione rivoluzionaria della divisione, nel lavoro produttivo (che è ovviamente altra cosa), fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tipico della società borghese.

Il lavoro militare non è per nulla un lavoro manuale (salvo che in versioni mafiose e camorriste che non ci possono minimamente riguardare), ed il lavoro politico rivoluzionario non è per nulla un lavoro intellettuale (salvo che nelle versioni di cui sopra).

Entrambi i lavori sono manuali ed intellettuali insieme, il che vuol dire concretamente svolti dalle stesse persone, nello stesso contesto.

La perdita di questo orientamento non può che provocare incomprensioni, carenze, rivalità, continue volontà di rivincita fra i compagni, capaci di portare alla disgregazione di qualsiasi struttura organizzata.

Dunque in questo senso noi siamo per la più rigida unità del P-M e deriviamo questa regola dalla considerazione che la LA è il metodo fondamentale, decisivo, essenziale (o come dir si voglia) del fare politica oggi nei paesi del centro imperialista.

 

RAPPORTO PARTITO-MASSE

Il fatto di porre al centro dell’attuale fase la costruzione/costituzione in Partito dell’avanguardia, con la conseguenza di privilegiare la messa a punto di questa dimensione prioritaria, non deve portare a rimuovere ed accantonare la giusta considerazione dell’altro polo del processo rivoluzionario. L’altro polo è il movimento di massa, ciò che vuol dire per noi considerare la sua situazione attuale, in quanto tale e dentro lo sviluppo storico che a tale punto l’ha portato, le esperienze ereditabili e valorizzabili, la loro eventuale valenza politica ed il loro realizzarsi con i percorsi politici dell’avanguardia. Ciò vuol dire saper instaurare una reale dialettica avanguardia-masse (quindi né distacco estremista, né appiattimento acritico). E, soprattutto, rapportarsi al movimento di massa per quello che è, non vuol dire coglierlo staticamente (fotograficamente) nel momento-situazione considerati, ma sempre dentro la sua storia, il suo divenire, e quindi lavorare ai suoi prevedibili sviluppi: cioè bisogna cogliere il movimento di massa nella sua dinamica e questo vuol dire saperlo analizzare, discernere e selezionare le sue espressioni, ciò che è secondario o addirittura arretrato da ciò che è portatore di contenuti avanzati; e, aspetto altrettanto importante, il modo in cui far emergere questi ultimi a scapito dei primi e con cui relazionarli alla politica del Partito.

Quindi le passate esperienze del movimento di massa in quanto tali sono tutt’altro che disprezzabili ed anzi, dentro un’analisi sul movimento di massa attuale e sulle prospettive del come sviluppare una linea di massa, vanno sicuramente riconsiderate e mediate. Per esempio, punto molto avanzato degli anni settanta fu l’estensione sul territorio di esperienze di lotta ed organizzazione che fecero vivere la critica di massa all’insieme dei rapporti sociali capitalistici, fino al limite di situazioni di vera “illegalità di massa”. Autoriduzione di bollette e affitti e le occupazioni di case, alcune lotte negli ospedali e nelle scuole costituirono un terreno molto avanzato sia perché richiedevano un retroterra già molto solido, innestandosi sul possente movimento operaio e servendosi delle sue strutture di fabbrica come scheletro organizzativo primario; sia perché furono una critica di massa, embrionale e spuria fin che si vuole, a leggi ed istituzioni borghesi, ai caratteri ed alle finalità di certe strutture sociali, al diritto borghese nel suo insieme. Furono un attacco alle politiche di spesa pubblica dello Stato, un’imposizione di “prezzi politici” contro quelli che lo Stato pratica normalmente per la borghesia: fu un attacco ai meccanismi più generali e ricompositivi del ciclo di realizzazione del capitale sociale. Furono il rifiuto delle cosiddette “compatibilità economiche”, della presunta neutralità delle leggi economiche; venivano messi in luce i rapporti sociali e reali e veniva attaccato lo Stato pure nella sua veste di “capitalista collettivo”. Cioè fu gran cosa l’aver fatto emergere una critica di massa ai rapporti sociali capitalistici, nella loro estensione a tutta la società ed a tutto il tempo sociale quotidiano, l’averla fatta emergere in forme di lotta ed organizzazione tra le più avanzate possibili a questo livello.

Oltre non può che porsi, logicamente, il salto dialettico alla lotta per il potere politico.

Ma resta il fatto che sicuramente è giusto proporsi di riorientare, indirizzare di nuovo il movimento di massa verso un simile livello di ricomposizione e di capacità critica, oltre che genericamente verso la lotta: il rifiuto a costruire “l’altro movimento operaio” o il nostro movimento di massa non vuol dire adattamento supino al movimento di massa per come si esprime. Vuol dire conoscerlo, indagarlo, radicarvisi il più possibile al fine di orientarlo, indirizzarlo sulle tendenze di classe, potenzialmente rivoluzionarie, e quindi discernere tra le varie esperienze: in questo senso certe esperienze vissute in quegli anni sono da recuperare e riattualizzare in quanto al loro contenuto (e cioè senza idealizzarne le forme).

Porre partito-masse in relazione dialettica, di non continuità, di unità e distinzione, e farlo in una fase piuttosto che in un’altra vuol dire saper situare i due elementi nei rispettivi campi, con tanto di possibilità e limiti. Saperli distinguere e relazionare, per di più non in modo statico ma seguendo la dinamica della lotta di classe e del processo rivoluzionario che naturalmente influisce sul loro peso specifico e reciproco, a seconda delle fasi: questa è la grande questione da risolvere quando si vuole affrontare ed impostare correttamente il rapporto partito-masse. Il che vuol ben dire che la dinamica dei movimenti di massa, il suo ruolo, le sue espressioni, hanno un’importanza precisa e determinante: il partito deve tenere costantemente aperto questo rapporto e sintetizzarlo di volta in volta in una linea di massa. Se abbiamo così insistito sulla distinzione tra dinamica del movimento di massa e di avanguardia è per l’assunzione, leninista, della prima come determinante sostanziale oggettiva e della seconda come propriamente soggettiva, stabilendo che tra i due piani esistono diverse possibili interrelazioni, ma raramente di pura aderenza e, comunque, mai perenni. Per cui l’avanguardia, nel mentre può decidere in modo relativamente autonomo l’intervento verticale, dovrà attenersi a dati oggettivi, dettati dalla situazione “esterna”, nel verificare l’efficacia della sua azione dall’alto sulla base degli spazi aperti all’azione di massa, in ciò consistendo l’essenziale della “linea di massa”. Le due cose stanno insieme, anzi si richiedono: iniziativa dall’alto e promozione dell’azione dal basso concorrono, agendo su piani diversi ed interagendo, a realizzare gli stessi obiettivi tattici e strategici.

Quindi, è importante considerare sia il rapporto di distinzione e di diverso peso specifico dei due piani e, in particolare, che non può esistere “politica dal basso” senza una “politica dall’alto”, sia il fatto fondamentale che tutti e due, nella loro diversità e nella concreta dinamica della lotta di classe, concorrono agli stessi obiettivi tattici e strategici: unità in quanto ad obiettivi, distinzione in quanto a tempi e modi.

Oggi le masse pur essendo disgregate e “passive” sono sempre più distaccate da illusioni sul suddetto baraccone politico borghese. La crisi di consenso e di partecipazione alle istituzioni borghesi si allarga in tutti i paesi occidentali. E quando settori di massa entrano in lotta, dimostrano combattività e determinazione molto alte di fronte a margini di mediazione molto ridotti. Qui sta il salto dialettico avanguardia -masse, più chiaramente che in altri cicli di lotta: sta all’avanguardia, al Partito, sintetizzare la critica complessiva al capitalismo, sia attraverso le grandi questioni messe al centro da una lotta o da una vicenda di particolare rilievo, sia a livello programmatico organico. E basandosi sul fatto che oggi la critica al capitalismo è ben più presente di quanto non si creda, proprio perché è spesso costretta alla clandestinità nell’attuale ricatto permanente dei ferrei rapporti sociali di produzione capitalista, e perché i suoi risvolti sono necessariamente più eversivi in fase di crisi prolungata e stagnante, che non in fase capitalistica ancora espansiva. Il carattere di determinante oggettiva dei movimenti di massa significa anche che essi saranno “sempre limitati” dentro i margini di espressione loro consentiti dal divenire delle situazioni nei rapporti di forza tra le classi dentro l’andamento dei cicli capitalistici. Non saranno mai i movimenti di massa a superare questi limiti, senza il ricorso all’avanguardia: visione storico-politica, programma comunista, capacità d’inscrivere la tattica dentro una strategia d’ampio respiro. D’altra parte però, l’avanguardia tende a superare questi limiti non per se stessa ma nell’interesse generale del proletariato, e quindi tende a trascinare con sé le più ampie masse: movimento che perciò non può essere unilaterale ma risultante di una dialettica attiva tra avanguardia e masse. E movimento che deve basarsi sulla visione più scientifica possibile della fase: vale a dire, col contesto concreto in cui il movimento si inserisce e del “prima” e del “poi” di questo contesto, cioè non visto nell’imbecille moda sociologica, ma nel suo essere un passaggio tra gli altri di un ininterrotto divenire nella base strutturale della società.

Tra queste considerazioni di fase primeggia la contraddittorietà della condizione proletaria, oscillante tra la sua istituzionale negazione di condizione umana ridotta a pura merce forza lavoro (con tutti i riflessi di alienazione e subalternità ideologica alla borghesia) e la negazione di questa negazione, cioè l’emergenza della sua potenzialità rivoluzionaria. Anche questa contraddittorietà è regolata, in ultima analisi, dal rapporto di forza tra le classi entro l’andamento del ciclo capitalistico. Proprio questo è alla base delle attuali grandi potenzialità, perché la stagnazione del ciclo capitalistico in fase di crisi generale da sovrapproduzione, sta incancrenendo sempre più la condizione proletaria, comprimendo i suoi stessi margini di esistenza come pura merce forza lavoro. È questo fatto ben tangibile ovunque, pur a gradi diversi, che spinge i proletari alla lotta, al di là del peso di tante “sconfitte” e dei retaggi ideologici negativi, perché semplicemente oggi non c’è altra via d’uscita che la lotta. Nella crisi i proletari saranno spinti sempre più con le spalle al muro e di conseguenza a rivoltarsi, al di là dei livelli di coscienza espressi.

 

IMPERIALISMO, POLITICA INTERNAZIONALE, INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

Siamo in un periodo di crisi capitalista, le varie contromisure messe in atto, gli anticorpi propri del capitalismo, lungi dal risolvere il problema accelerano tale percorso accentuando i processi di immiserimento del proletariato nei vari paesi imperialisti, e la distruzione dei paesi chiamati in via di sviluppo o terzo e quarto mondo. In questo contesto aumenta lo scontro commerciale tra i principali briganti imperialisti, tra di loro e contro i paesi del terzo e quarto mondo. Si evidenzia ogni giorno di più la tendenza alla guerra, oggi giocata nelle aree del mondo sia per interposta persona (basti pensare alle ex colonie), che in modo diretto, si pensi all’Iraq, ed oggi alla Federazione Jugoslava. La caduta del blocco socialimperialista, rende ancora più evidente il ruolo della NATO come gendarme del pianeta e degli USA come nemico principale di qualunque percorso di sviluppo degli equilibri attuali, non solo per i rivoluzionari, ma anche per formazioni neoriformiste o nazionaliste. La globalizzazione e il riesplodere dei conflitti localistici di sapore etnico nazionalistico e/o etnico religioso, nel cuore dell’Europa, sono due aspetti della stessa medaglia dell’epoca imperialista. Leggere il primo come novità che muta la natura imperialistica, e l’altro come un residuo del passato, sarebbe un errore, in essi vi è corrispondenza dialettica. Pongono entrambi nuovi problemi, e ridefinizione di linee d’azione, non mutano l’identificazione della fase che rimane l’epoca dell’imperialismo. Per epoca dell’imperialismo intendiamo quella fase che si è aperta tra la fine del secolo scorso e l’inizio del presente secolo, in cui l’espansione del capitalismo ha messo in evidenza i limiti dei confini dello Stato nazione ed ha spinto obbligatoriamente le grandi potenze capitalistiche (usando per questo scopo anche gli Stati nazione nei quali avevano base ed origine) a conquistare con la violenza le aree del mondo non ancora capitalisticamente sviluppate (il colonialismo) ed a sottomettere anche con la violenza (o tentare di farlo) le altre unità di Stato nazione, rivali e più deboli (essenzialmente le due guerre mondiali).

È quello che chiamiamo l’epoca dell’imperialismo. È ovvio che in questo periodo la lotta delle classi sfruttate assume un carattere marcatamente internazionale, poiché difficilmente possono essere conseguiti risultati concreti, sia in termini puramente economici, che di libertà politiche, che soprattutto di potere politico, se la lotta di classe non si sviluppa tenendo conto dello scacchiere internazionale sul quale l’avversario politico/economico si muove.

Ciò detto, le nazioni così come le contraddizioni nazionali, non scompaiono, e per un radicamento e una possibilità di praticare una politica rivoluzionaria, sono determinanti. La questione della nostra pratica internazionalista, va quindi vista nella dialettica Partito nazionale/politica internazionalista.

Bisogna quindi partire dall’analisi delle contraddizioni tra le classi, dei rapporti di forza, degli interessi in gioco, che si scontrano all’interno degli Stati nazione (nel nostro caso l’Italia) collegarsi con lo scenario internazionale, con la consapevolezza che serve una struttura internazionale dei comunisti, e che sono necessarie alleanze tattiche, ma che le due questioni vanno distinte. Così come vanno distinte la politica estera del Partito, con l’Internazionalismo proletario, che non va inteso come espressione di solidarietà o alleanza tattica, ma come necessità strategica di unire gli sforzi per poter costruire i rapporti di forza necessari favorevoli al proletariato internazionale.

 

ELEMENTI DI ANALISI DI FASE

Possiamo sintetizzare questa fase come quella in cui la borghesia imperialista, per operare un’ulteriore estrazione di plusvalore relativo, attacca a fondo tutta l’infrastruttura dello “stato sociale” o salario indiretto, e tutta la normativa/codice del lavoro, espressioni del precedente rapporto di forza tra le classi. Addirittura da molte parti si confessa la “fine dello stato sociale”, non nel senso di un suo azzeramento ma di forte ridimensionamento e, soprattutto, di sua definitiva subordinazione, di sua riduzione a semplice complemento del rinnovato primato della regola e degli istituti di mercato anche per quei bisogni sociali primari come la previdenza, la salute, la sicurezza. In questo senso il secondo dopoguerra viene ormai archiviato come una “felice” parentesi e si ritorna indietro alla vera giungla capitalista. E questo la dice lunga sulla decadenza del modo di produzione capitalista che ammette di non poter essere motore di progresso per le grandi masse. Questo ci dice anche che le esigenze di estorsione di plusvalore abbattono tutte le frontiere e che la violenza capitalista si ritorce nella sua forma più brutale ora anche dentro le cittadelle imperialiste.

È un passaggio obbligato: le periferie, i popoli oppressi sono ormai talmente spremuti che il capitalismo internazionale è obbligato a mollare un po’ le briglie, a far salire i salari, alleggerire la pressione sulle condizioni proletarie (lo scoppio del sud- est asiatico). La tendenza al rialzo salariale in certi casi, come quello coreano, arriva a raggiungere il movimento inverso in certi paesi imperialisti (come l’Inghilterra). Questo significa dei grossi cambiamenti rispetto ad una certa configurazione dei rapporti tra le classi e della composizione interna del proletariato, pure nei paesi imperialisti.

Come non vedere che in questi ultimi anni si è dato un movimento di gravissimo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del corpo centrale del proletariato? Movimento che si è concretizzato attraverso forme e vie “inedite”: la combinazione di precarizzazione, frantumazione, dispersione sul territorio, supportate dall’informatizzazione dei cicli produttivi e, da un altro lato, la combinazione di immigrazione, mobilità accelerata, delocalizzazione. Tutto ciò ha dato un colpo pesante alla dinamica salariale, determinando un globale arretramento, per cui pure le fasce più protette, l’aristocrazia operaia, si sono viste progressivamente prese in mezzo, accerchiate, fragilizzate (e si pensi alla relativa fragilizzazione persino di strati di quadri intermedi). Oggi anzi siamo all’apoteosi con l’ulteriore e decisiva spinta ai processi di privatizzazione che colpiscono giustappunto settori centrali di aristocrazia operaia.

E per finire, si è dato un movimento (per così dire) di osmosi tra i vari proletariati del mondo, attraverso i tanti fenomeni indotti dall’approfondimento dell’integrazione multinazionale di capitali e Stati per aree e zone di influenza imperialista (le dimensioni bibliche dei flussi migratori, le deportazioni, la disgregazione di interi paesi, e nell’altro senso le delocalizzazioni instabili e le nuove forme di neocolonialismo, non ultima la guerra sotto bandiere “umanitarie”).

 

SULLA SITUAZIONE POLITICA

Il revisionismo, e persino il riformismo (vere espressioni politiche dell’aristocrazia operaia) hanno subito un vero tracollo e partiti come il PCI hanno subito una specie di trasmutazione in partiti “liberal democratici” (se così si possono definire) e pure nella loro rappresentanza sociale che si è spostata molto di più verso ceti piccolo borghesi e di proletariato impiegatizio (senza storia e senza memoria) e soprattutto verso decisivi settori della grande borghesia e borghesia imperialista (sembra che siamo tutti d’accordo sulla preminenza dell’alleanza borghesia imperialista/socialdemocrazia, per lo meno in questa fase).

Questo slittamento della socialdemocrazia ha lasciato scoperto il corpo centrale del proletariato, il quale non aderisce automaticamente ad un’altra frazione borghese. Questo talvolta succede, in particolare nel caso delle forze populiste (come la lega), ma è bene ricordare che queste restano innanzitutto piccolo borghesi, che tra i settori piccolo borghesi minacciati dalla crisi hanno le loro vere truppe di massa e che i settori proletari restano minoritari e politicamente marginali al loro interno (più che mai massa di manovra).

Per contro, fenomeno molto consistente in tutti i paesi imperialisti, è il netto aumento dell’astensione elettorale di stampo proletario. E questo, se non meccanicamente fenomeno, è sicuramente interessante segno di distacco dalla “democrazia formale borghese”.

La tendenza delle democrazie borghesi ad evolvere verso il sistema elettorale “nominale” e mono partitico (all’americana) non può che approfondire questo distacco. E questa tendenza trova a sua volta origine nella contrazione della base sociale dei regimi politici borghesi, in quanto il sistema capitalistico risponde sempre meno all’elementare aspettativa di sviluppo economico-sociale delle grandi masse.

Dunque, ci troviamo in una situazione di disgregazione e confusione del corpo proletario, ma sicuramente anche di contrazione drastica delle possibilità di egemonia dell’aristocrazia operaia!(che, in altre parole, corrisponde alla tendenziale polarizzazione delle classi e complementare riduzione dello spazio per le figure intermedie). I nostri grossi problemi derivano da questa situazione di disgregazione e d’instabilità/messa in mobilità/precarizzazione della classe: qui abbiamo il compito di ricercare, sperimentare, verificare percorsi e modi organizzativi (vecchi e nuovi), per rideterminare aggregazione e politicizzazione. Al tempo stesso ci troviamo in una situazione in cui stanno maturando le condizioni di una nuova polarizzazione di classe e della tendenziale lotta per il potere. Ma bisogna evitare prima di tutti il tipico errore estremista che prende la tendenza per il presente: che la tendenza sia alla guerra di classe non vuol dire che oggi sia guerra. La tendenza alla guerra di classe è una tendenza e, mentre purtroppo è già operante da parte borghese (non solo nel senso di contro rivoluzione preventiva, repressione, ma anche di mobilitazione reazionaria di massa e di spedizioni imperialiste), non è detto che si concretizzi da parte proletaria. È necessario il lavoro da partito perché si concretizzi!

 

PROPOSTE PER UN’INIZIATIVA COMUNE

In una fase come questa, dove grande è la disponibilità delle masse a muoversi ma in cui, per ora, si stanno muovendo politicamente le altre classi, in cui tutti i precedenti equilibri politici sono saltati e la crisi politica della borghesia italiana è ben lontana dal risolversi, in una tale fase bisogna assolutamente puntare alla centralizzazione delle forze d’avanguardia del proletariato ed iniziare a fare politica rivoluzionaria nel modo più conseguente ed utile, tramite l’unità del politico militare, indicando programmaticamente e nei fatti che la via d’uscita agli orrori della crisi capitalistica sta nella rottura rivoluzionaria, nel programma di transizione al socialismo, nella proposta strategica di società comunista.

Per fare ciò pensiamo sia necessario che le forze dell’area comunista avviino un percorso che incontri esperienze pratiche e approfondimenti teorici programmatici comuni. Iniziative che oggi, se si riscontra una progettualità comune, dovrebbero permettere la gestione di una campagna comune, sulla valorizzazione della lotta armata comunista, rispondendo all’esigenza di visibilità che attraversa tutta l’area, al punto che molti compagni e molte avanguardie si chiedono se una area che affronta tale dibattito esista ancora.

Per quanto riguarda la presenza politica dentro i movimenti di massa, anche in questo caso proponiamo di individuare possibili iniziative comuni in dialettica rispetto al livello d’iniziativa complessiva della politica rivoluzionaria.

Se obiettivo principale è la dimostrazione che è possibile e necessario attaccare la borghesia e i suoi progetti politici, che è possibile dare il via ad un processo di costituzione del proletariato in classe indipendente che, rifiutando di lasciarsi trascinare nel mostruoso ingranaggio di crisi e guerre imperialiste, impari a combattere per i propri interessi generali. Non è secondario colpire il singolo padrone, il capo reparto particolarmente “fascista”, le agenzie interinali, non è indifferente favorire pratiche di questo tipo tra i lavoratori. Ma per svolgere questo compito e soprattutto per favorire processi di unità di classe è necessario andare a scuola dalle masse, porsi cioè come obiettivo il radicarsi di una realtà di lotta, di fabbrica come di territorio, evitando il minoritarismo dei vari dogmatici di turno, imparando dalle masse, valutando i rapporti concreti, tappa per tappa, diventando avanguardie riconosciute di queste lotte.

Le esperienze di organizzazione e di resistenza di classe prodottesi in questi anni nelle varie forme (autoconvocati, autorganizzati, strutture sindacali di base, ecc.) e le avanguardie formatesi e consolidatesi nelle stesse, sono la base di partenza per una ripresa non dei movimenti delle masse (che la soggettività non può determinare) ma, all’interno di questi movimenti, dell’autonomia di classe. Sono, cioè la parte più avanzata del proletariato nelle condizioni storicamente prodottesi in Italia.

Oggi per realizzare questa politica, diventa necessario collegarsi con le maggiori esperienze prodotte in questi anni dall’autonomia di classe, sapendo coniugare inchiesta maoista e inchiesta operaia, costruendo insieme sapere rivoluzionario e linea di massa ma, al tempo stesso, presenza politica nei principali poli industriali.

Va in particolar modo, ricercato un rapporto con quelle nuove avanguardie espresse dalla mobilitazione operaia e sociale in questi anni, cogliendo i due aspetti, la necessità di favorire i maggiori percorsi possibili di sviluppo e unità dell’autonomia di classe, e la necessità di reclutamento al fine di costituire cellule comuniste nei principali poli industriali.

Posti per l’essenziale i terreni di pratica comune, per quanto riguarda gli approfondimenti teorici e programmatici comuni proponiamo qui di seguito alcune tesi base di confronto:

 

LINEA DI MASSA

Per “linea di massa” si intende un carattere essenziale della linea complessiva del Partito, in base al quale la linea complessiva del Partito risulta dalla intelligenza delle idee disordinate diffuse tra le masse, la loro sistematizzazione e la loro sottoposizione (se così si può dire) alla verifica di massa. Questa è una questione essenziale della comprensione del problema: “da dove vengono le idee giuste”. Ciò sia che si tratti delle azioni “dall’alto” che dell’iniziativa “dal basso” del Partito; entrambe, infatti, sono sottoposte alla linea di massa.

 

CRISI

Ogni pretesa analisi della crisi, fondata sull’elencazione di “indici obiettivi” appare fatua e volatile, se non è strettamente accompagnata dall’esame dei punti di vista di classe che leggono concretamente (e non in modo vagamente “potenziale”) questi “indici obiettivi”. Che in sostanza il concetto di “crisi economica epocale” è del tutto astratto (cioè politicamente inutilizzabile) se non perviene alla definizione della situazione come rivoluzionaria, prerivoluzionaria o non rivoluzionaria.

La definizione della linea di massa, la definizione dell’avversario principale, la definizione della contraddizione principale, passa quindi attraverso una lettura della realtà che ponga condizione materiale e percezione soggettiva come un tutt’uno, in un essere dialetticamente unitario, non in ipotetici appiattimenti della realtà in cui tutto è dogmaticamente predeterminato.

Nella pratica politica comunista, nell’esistere concreto del Partito, non è sufficiente, infatti, una asettica lettura di dati inconfutabili e un altrettanto inconfutabile predicazione, ma una capacità critica che, a partire da quei dati, in rapporto con le masse, sappia sviluppare una politica capace di far avanzare al meglio le condizioni della soggettività di classe ai suoi vari livelli.

 

PROLETARIATO

Il proletariato non è una massa omogenea, percorsa dalla “sola e semplice” coscienza fra antagonisti e rassegnati, ma da reali contraddizioni materiali che ne disegnano percorsi soggettivi contraddittori con i quali i comunisti devono fare i conti. Che, in sostanza, la definizione di una situazione come prerivoluzionaria o rivoluzionaria dipende, in ultima analisi, dalla possibilità dei settori di classe più colpiti dalla crisi e dove sono più radicate l’organizzazione e le tradizioni di lotta (che, nel nostro paese, vuol dire la classe operaia dei grandi poli industriali e le masse proletarie metropolitane) di diventare egemoni sulle altre molteplici figure sociali, facendo così da miccia all’esplosione, cioè alla mobilitazione e alla lotta (del numero più vasto possibile) dei vari settori proletari e popolari.

 

BORGHESIA

La borghesia non è una classe omogenea espressa essenzialmente dalla borghesia imperialista, ma un campo contraddittorio composto da frazioni diverse, oggi in Italia e nel mondo in particolare fermento, nel quale i comunisti devono saper individuare i vari schieramenti ed interessi per individuare il nemico principale.

 

CENTRALITÀ OPERAIA

L’attuale scomposizione di classe ci pare che la confermi, in negativo: si vedono bene i danni provocati da una precisa strategia capitalistica di ridimensionamento/attacco ai poli industriali che fungevano (e lo sono ancora in parte) da avanguardia di massa. Anzi, attraverso la frantumazione di classe attuale, la borghesia sostiene e preme per l’affermazione di pratiche sociali e teorie “atomizzanti”, che cominciarono nell’80 con “piccolo è bello” per proseguire oggi col “no profit”, “economia sociale”, ecc. Combattendo queste scellerate teorie da “parassitismo sociale”, dobbiamo sostenere tutte le esperienze che cercano di riportare lo scontro nel cuore del sistema capitalistico, rimettendo in questione la produzione, i rapporti di produzione, come centro ineludibile di tutte le contraddizioni: o si attacca il capitalismo o si finisce nei peggiori corporativismi da “sottoprofittatori” dell’imperialismo!

 

LAVORO DI MASSA

Per “lavoro di massa” si intende che il Partito impiega i suoi quadri nelle quotidiane lotte per “il pane ed il sale” (cioè le lotte economiche), secondo il principio: “prima vivere e quindi filosofare”, in tutte le forme storiche in cui si manifestano o possono manifestarsi. Ancora oggi, come dimostrato dall’intera storia del movimento operaio, è a partire da queste lotte, dall’esperienza concreta di uomini e donne sul terreno della difesa della propria esistenza, che si sviluppa quella consapevolezza che porterà agli scioperi politici, sino a fare di alcuni di loro (il più alto numero possibile, si spera) dei comunisti.

 

VIOLENZA DI MASSA

Teniamo presente che si è sviluppata in questi anni una realtà di violenza diffusa, benché ancora marginale, spesso in forme cieche, irrazionali come i fenomeni endemici nelle cinture metropolitane. Questa realtà è comunque importante sia perché corrisponde a quelle fasce crescenti di proletariato che sono condannati a vegetare tra la disoccupazione, il precariato e le attività extralegali, fasce a cui non restano altre forme di espressione che quelle violente; sia perché questo genere di violenza va in cortocircuito all’interno della realtà proletaria, alimentando divisione e degenerazione del tessuto sociale proletario (le bande “etniche”, l’aggressività dei giovani contro i vecchi, la violenza sessista ecc).

Evitando sia il romanticismo della violenza (autonomo, anarcoide), che l’indifferentismo riguardo a fenomeni importanti nell’attuale realtà di classe, si tratta più che mai di agire da partito per dare possibilità di espressione a settori proletari che non ne hanno, per trasformare energia rozza in positivo rivoluzionario.

 

POLITICA DAL BASSO

Per “politica dal basso” si intende che il Partito, tramite le sue cellule nei luoghi di lavoro e sul territorio, attraverso il suo giornale e con vari strumenti di agitazione e propaganda, anche armata, si sforza di mobilitare le masse intorno agli obiettivi tattici (nelle situazioni non rivoluzionarie e rivoluzionarie in sviluppo) concernenti gli equilibri politici e le varie coalizioni che li rendono possibili.

Se per i comunisti, ogni coalizione che regge lo Stato capitalistico è senz’altro nemica, nell’agire concreto della politica comunista, nel processo di accumulo delle forze, non è indifferente che la caduta di un governo avvenga sotto la pressione di altri intriganti della partitocrazia italiana, sotto le pressioni leghiste o sotto le spinte delle masse e l’iniziativa politico/militare dei comunisti.

 

POLITICA DALL’ALTO

Per “politica dall’alto” si intende l’iniziativa politico militare che il Partito conduce, con i suoi propri strumenti e coi suoi propri militanti, contro il governo e i vari “comitati d’affari della borghesia”, contro quello che viene individuato come obiettivo politico tattico su cui concentrare politica dal basso e politica dall’alto.

Nella situazione rivoluzionaria, gli obiettivi politico tattici si spostano su di un livello strategico, ma l’articolazione del lavoro di partito non cambia (o almeno non cambia di molto).

 

POLITICA RIVOLUZIONARIA

I comunisti, il loro Partito, devono intervenire in ogni situazione, anche nelle fasi non rivoluzionarie, a dispetto dei vari attendismi presenti nel movimento rivoluzionario (m-l “volgari”, neo –bordighisti). Nella situazione non rivoluzionaria, così come nella situazione rivoluzionaria in sviluppo, il Partito fa politica dall’alto e dal basso, attacca i partiti borghesi e gli equilibri politici che reggono i governi della borghesia, difende l’interesse di classe, fa crescere l’organizzazione e la coscienza delle masse. In questo modo, il Partito “mette fieno in cascina”, attirando a se le migliori avanguardie, guadagnando l’interesse di parte dei proletari, affinando e approntando il proprio bagaglio teorico che viene continuamente verificato nella realtà.

 

SUL PIANO ORGANIZZATIVO

Ci vogliono due livelli, separati, distinti ed in stretta e continua interazione.

Sul livello di massa:

  1. a) Inchiesta, come metodo generale, permanente e concreto del nostro rapporto alla realtà di massa.
    Inchiesta come un terreno di verifica e di attivazione dei proletari avanzati, di nuove avanguardie. Nel senso maoista: “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”, nel senso leninista: “analisi concreta della situazione concreta”. Ciò che rinvia comunque all’aspetto dialettico: nell’inchiesta non esiste solo l’“oggetto” ma anche il soggetto che è tanto più efficace quanto più si avvicina al Partito.
  1. b) Le organizzazioni di massa esistenti. Ripetiamo che poco conta l’etichetta o le pretese “politiche” di queste, l’importante e che siano luoghi di vera esperienza di massa. In questo senso dobbiamo essere attenti sia alle strutture sindacali che a quelle esterne ai sindacati. Esperienze di massa, organizzazione di lotta, autorganizzazione, tutto ciò va considerato attentamente e non tanto in funzione “nostra” (con logica da reclutamento) ma nella sua dinamica propria, rispetto alla quale stabilire di volta in volta la dialettica da Partito. Ciò che si vuol dire è che è importante che la dinamica di massa, in quanto tale, esista, possa esistere, anche se il Partito fa di tutto per orientarla verso la tendenza rivoluzionaria. Insomma aver presente che i Soviet senza Partito non esistono, ma che comunque devono esistere!

Sul livello di partito:

  1. a) La questione essenziale è il riconoscimento degli sviluppi della posizione rivoluzionaria in questi decenni, nella metropoli imperialista. Senza partito armato non c’è politica rivoluzionaria. Bisogna rompere la spirale viziosa che riporta lo scontro di classe negli ambiti del parlamentarismo.
    Da subito il partito deve esplicitarsi per quello che è, e cioè il soggetto politico che opera per aprire la strada ad un processo rivoluzionario, quindi che si organizza, si struttura ed opera in un certo modo. Incentrato su una fase in cui il politico prevale sul militare, utilizza quest’ultimo per due obiettivi fondamentali:
    1) Darsi la propria autonomia: logistica, struttura, rivoluzionari di professione.
    2) Fare politica, intervenendo a modo suo nella lotta politica.
    Puntualmente, anche se con bassa frequenza. Preoccupandosi oggi molto più del radicamento e della gestione, prima e poi, dell’azione. Azione che resta vitale per poter affermare il progetto politico (partito basato sull’unità del politico militare, concretizzazione della via rivoluzionaria), ma che oggi è aspetto “minore” nell’unità del politico militare.
    Quindi si può immaginare un’organizzazione costituita secondo i criteri della clandestinità, ma in cui solo una parte opera militarmente, mentre il grosso deve essere impegnato nella gestione politica, nella copertura, riproduzione, consolidamento della struttura d’insieme (ciò che non toglie che tutti devono essere disponibili a tutto, al di là della momentanea collocazione e secondo uno dei criteri succitati).
  1. b) In altri paesi i comunisti si sono dati coordinamenti. Per esempio in Messico, attorno al PROCUP, un coordinamento di sette gruppi, divisi non solo da sfumature ideologico-politiche, ma anche semplicemente dalla dimensione locale, dalle difficoltà di collegamento e unità. Coordinamento politico militare che poi sfocerà nella formazione dell’attuale ERP.

Con le dovute proporzioni e differenze, non potremmo avviare un coordinamento analogo? Questo potrebbe essere un primo passo: coordinamento politico militare, costituzione di strutture. Ricominciare a strutturare, a costruire la nostra forza e non nell’ottica ’70 di “escalation” (che si noti bene è stato perdente in tanti paesi) ma di contribuire all’avvio di un processo rivoluzionario di lungo periodo, facente perno sulla relazione tra maturazione rivoluzionaria delle masse e azione politica da partito (percorso che resiste in tanti paesi dove questa prospettiva è stata assunta, grazie ad una precisa sintesi ideologico-politica-organizzativa).

 

Aprile 99

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FONDO VINCENZO SOLLI

CARTEGGIO VINCENZO SOLLI CON PRIGIONIERI POLITICI

Vincenzo Solli ha intrattenuto frequente corrispondenza con vari militanti della causa rivoluzionaria, incarcerati, sin dalla fine degli anni Settanta. Negli ultimi anni ha lavorato parecchio alla trascrizione di gran quantità di queste lettere, rendendole così inseribili online, e fruibili.

Ne ha fatto donazione a noi, al Centro di Documentazione sulle Organizzazioni Rivoluzionarie dagli anni ’70 ad oggi, alla Fondazione La Rossa Primavera. Riconoscenti per il suo generoso e tenace lavoro, lo inseriamo e cataloghiamo in questo archivio tematico, online, mantenendolo nella sua struttura originaria in quanto FONDO VINCENZO SOLLI.

Roma, settembre 2018

“Appallottolo i miei pensieri”

 

Appallottolo 1 – 1984/’85 lettere da Giuliano Naria

Appallottolo 2 – 1982/’84 lettere da Agrippino Costa

Appallottolo 8 – 1982/’83 lettere da Beppe Battaglia

Appallottolo 9 – 1982/’83 lettere da Beppe Battaglia

Appallottolo 13 – 1984 lettere da Caterina Spano

Appallottolo 39 – 1982 lettere da Arialdo Lintrami

Appallottolo 40 – 1983/’84 lettere da Arialdo Lintrami

Appallottolo 41 – lettere da Arialdo Lintrami

Appallottolo 42 –1984/85 lettere da Arialdo Lintrami

Appallottolo 47 – documento 17 detenute di S.Vittore 1983

Appallottolo 48 – doc. da carceri 1983/85

Appallottolo 49 – doc. Palmi (R.Curcio) 1982

Appallottolo 51 – doc. Palmi_SessoRock_1982

Appallottolo 54 – lettere da Vincenzo Acella 1983

Appallottolo 55 – lettere da Vincenzo Fierro

Appallottolo 56 – 1983/84 lettere da Beppe Battaglia

Appallottolo 57 – 1984/85 lettere da Beppe Battaglia

Appallottolo 64 – 1982 lettere da Tonino Loris Paroli

Appallottolo 65 – 1983 lettere da Tonino Loris Paroli

Primo maggio 2011: dalla resistenza alla crisi all’organizzazione rivoluzionaria

Primo maggio speciale questo. Chi avrebbe immaginato solo qualche mese fa una tale precipitazione dello scontro di classe in vaste aree del mondo, fra cui ai due lati del Mediterraneo, Europa e mondo arabo? Ciò che colpisce è che la forza delle esplosioni sociali svela la verità delle questioni in gioco, nella loro essenza e semplicità.

La crisi cessa di essere un’oscura calamità e si svela invece come conseguenza propria del sistema capitalistico, dei suoi meccanismi di funzionamento: così i movimenti di piazza in tutta Europa si ritrovano su parole d’ordine comuni: “La vostra crisi noi non la paghiamo!”, “Ci rubano il futuro – ci rubano la vita”, ridando decisamente spazio alla critica di massa contro il capitalismo. I possenti movimenti contro lo smantellamento della scuola pubblica hanno dimostrato la crescita di una “coscienza di classe” e una diffusa comprensione e disponibilità allo scontro violento in piazza.

In fabbrica, la coscienza si ravviva di fronte alla brutalità delle aggressioni padronali; di fronte alla “guerra competitiva” in cui vogliono trascinare operai contro operai; di fronte al super-sfruttamento che assume i parametri salariali e di orari delle fabbrichelager del Tricontinente come riferimenti da generalizzare; fino alle dure lotte dei proletari immigrati contro le condizioni schiavistiche e lo stato di polizia. Quest’ultimo sempre più presente, in particolare nella militarizzazione dei territori attraversati dalle resistenze popolari contro il degrado e le devastazioni causate dalle ristrutturazioni capitalistiche e dall’affarismo di tutti i generi (fino a quello osceno sui rifiuti). E riprende vigore anche il movimento delle donne contro la degradante mercificazione e oppressione, che non cessano di aggravarsi nell’approfondirsi stesso della crisi economico-sociale. Anch’esso cioè posto di fronte alla radice capitalistica “di tutti i mali”.

Infine, le rivendicazioni forti e chiare portate dalle rivolte nel mondo arabo: “Diritti, lavoro e reddito, dignità e libertà!”

Tutte queste situazioni, pur nella loro diversità e caratteri particolari, del grado di violenza ed oppressione, rivelano una certa omogeneità di fondo in questa nuova determinazione di massa a non arretrare più di fronte alla distruzione e/o negazione dei diritti fondamentali.

Certo, nei paesi arabi obiettivo centrale delle rivolte è l’abbattimento dei regimi reazionari (ciò che comunque rimanda alla loro storica natura di vassalli dell’ordine imperialista), ma ci si scontra anche contro gli stessi effetti della crisi che agiscono pure qui. Disoccupazione e carovita, quest’ultima in particolare provocato dalla speculazione conseguente alle operazioni monetarie messe in atto dagli imperialisti USA per fronteggiare la loro crisi finanziaria.

Nei paesi arabi, come nel Tricontinente in generale, la violenza sociale del supersfruttamento si confonde sempre più con le ricadute interne delle guerre economiche sui mercati, soprattutto per il controllo e saccheggio di materie prime e fonti energetiche, e con guerre dispiegate vere e proprie. È il caso embematico dell’India, dove questi tre tipi di violenze e guerre si compenetrano, tanto che l’esercito indiano è, da lungo tempo, molto più impegnato contro il proprio popolo che altrove! Li le forti resistenze popolari, che già di per se assumono i caratteri di rivolte armate, si incontrano e si sviluppano nei processi rivoluzionari diretti da Partiti Comunisti Maoisti, nella forma di Guerra Popolare Prolungata.

Così, anche qui da noi, nei vecchi centri imperialisti, sia la dinamica della crisi, con l’imposizione violenta di condizioni più gravi di sfruttamento e l’avanzamento della tendenza alla guerra, sia l’accresciuta connessione fra i vari scenari internazionali ci impongono la prospettiva rivoluzionaria, ed in stetta dialettica con le realtà più avanzate del Tricontinente.

Bisogna assumere il piano di scontro per come si è determinato storicamente e nella sua dimensione internazionale.

Nella nostra area europea, di centro imperialista, significa: costruire le condizioni soggettive, i termini politico-ideologici e politico-militari che sostanziano e sostengono un concreto sviluppo di processo rivoluzionario. Passaggio fondamentale ne è la costruzione del Partito, che potrà infine permettere un salto di qualità decisivo nella conduzione del processo stesso. Ma già il percorso per arrivarci è un percorso di lotta e costruzione di quei termini essenziali, e nel vivo dello scontro.

D’altronde, quanto evidenziato sull’intensità delle contraddizioni di classe comporta la necessaria costruzione del piano strategico rivoluzionario, poiché quello della resistenza e dei movimenti di massa, per quanto terreno irrinunciabile della primaria organizzazione proletaria, è all’evidenza insufficiente, persino sul piano della difesa immediata se non entra in dialettica con la prospettiva di lotta per il potere. Solo a partire da una dialettica di questo tipo si può far fronte alla situazione, uscire dall’impasse del difensivismo inconcludente e dare respiro e possibilità alla stessa resistenza di massa di evolvere e trovare sbocchi alle sue giuste rivendicazioni.

Quindi: definizione ideologica e strategia politica-militare.

 

Secondo noi, Marxismo-Leninismo-Maoismo e forme universali assunte dal processo rivoluzionario sulla base delle storiche aquisizioni, sintetizzate nella strategia di Guerra Popolare Prolungata. Con la sua necessaria articolazione e soluzione tattica adeguata alle aree di centro imperialista. A questo scopo recuperando, pur criticamente, gli apporti utili del ciclo di lotta degli anni ’70/’80, soprattutto la capacità di innestare la lotta armata nello scontro di classe come forma concreta della politica rivoluzionaria, della prospettiva di potere.

Esplicitare lo scontro di potere per quello che è, tendenzialmente guerra; e questo fin dai primi passi, dalla prima fase di aggregazione, perché solo così si può costruire, combattendo e sulla base dei compiti politici di fase che definiscono un agire da Partito. Non si possono scindere i termini costituttivi ed i tempi, pena lo scadere nello storico opportunismo che tante varianti ha già conosciuto, e ancora conosce.

 

Opportunismo che, per di più, provocando discredito e rigetto rispetto all’impostazione comunista in generale, spinge settori proletari giovani verso soluzioni anarchiche, estremiste, di pratica dell’azione diretta e del sabotaggio sociale, prive di respiro programmatico. Giungendo ad essere reticenti (se non ostili) a dimensionare progettualmente la propria azione all’interno dell’unica prospettiva oggi realmente rivoluzionaria, quella della lotta per il potere della classe operaia e del proletariato contro la classe degli sfruttatori, oppressori e guerrafondai.

Noi, pur confrontandoci con esse, proprio per le contraddizioni che rivelano nel campo rivoluzionario ed esprimendo solidarietà ai loro prigionieri in lotta, sottolineiamo la fondamentale distanza politica. Ponendola in termini costruttivi sulle questioni da risolvere: la lotta armata va condotta in modo organico all’azione politica di Partito, sul filo di sviluppo di un processo rivoluzionario, dentro la lotta di classe e come sua prospettiva generale.

Quello che dobbiamo esprimere non è solo la rabbia contro questo sistema immondo e mortifero, ma è soprattutto la determinazione e la capacità di vincerlo, coinvolgendo via via sempre più ampi settori di proletariato, fino alla fase di precipitazione rivoluzionaria di scontro decisivo per il potere. E sapendosi rapportare ai movimenti rivoluzionari all’offensiva nelle grandi periferie del dominio imperialista, avviando cioè il processo rivoluzionario anche qui, dentro le metropoli centrali, per unirsi in una nuova grande ondata internazionale.

PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNIAMOCI !

CONTRO LA CRISI E LA GUERRA IMPERIALISTA

IMPOSTARE LA STRATEGIA DI GUERRA POPOLARE PROLUNGATA

COSTRUIRE NELLA PRASSI RIVOLUZIONARIA, IL PARTITO COMUNISTA POLITICO-MILITARE !

Collettivo Comunisti Prigionieri “Aurora”

5 aprile 2011

Ultima ora: veniamo ora d’apprendere dell’iniziato sciopero della fame da parte del Compagno Arenas nel carcere di Albocasser. Esprimiamo la nostra totale e calorosa solidarietà al Compagno Arenas, di fronte al pesante attacco repressivo di cui è fatto oggetto. Attacco che sembra proprio volto all’annientamento e, quanto meno, a spezzare l’integrità fisica e politica del Segretario generale del PCE(r), e perciò del partito stesso.

Tutti conosciamo il considerevole apporto del PCE(r) alla lotta rivoluzionaria in Spagna, e più ampiamente in Europa. Proprio la drammatica spirale di crisi e l’acutizzazione della lotta di classe in Europa, può essere la causa di questo attacco terroristico da parte dello stato spagnolo contro uno dei reparti d’avanguardia del proletariato oggi più avanzati.

Fine dell’isolamento e della tortura – contro il compagno Arenas! SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE DI CLASSE¨!

CI COSTITUIAMO IN COLLETTIVO COMUNISTI PRIGONIERI

Con la stagione processuale consideriamo esaurita la fase, che, pur prigionieri, ci vedeva in affermazione e continuità con la battaglia politica condotta all’esterno. Fase in cui abbiamo usato le aule dei tribunali borghesi per affermare gli obiettivi generali e il contenuto dello scontro sostenendo il tentativo progettuale da noi portato avanti: contribuire alla costruzione del partito comunista nella forma e con i caratteri storicamente necessari per condurre vittoriosamente il processo rivoluzionario. Ciò che si riassume nel concetto prassi di unità politico-militare, forma concreta della politica rivoluzionaria.

Questo all’interno dello sviluppo dell’autonomia di classe e nel vivo dello scontro, dei problemi e dei nodi politici che concretamente si presentano e rispetto ai quali si definisce la politica rivoluzionaria, l’agire da partito.

Questa nostra assunzione di responsabilità ha poi determinato lo scontro politico attorno alla nostra vicenda: all’operazione dello Stato di prevenzione e repressione dell’istanza rivoluzionaria si è contrapposto un forte lo schieramento solidale interno al movimento di classe. Centinaia di episodi di sostegno, dalle semplici scritte apparse nei muri delle metropoli, alla promozione dio assemblee e comitati di solidarietà, fino al sostegno emerso fra gli operai nelle fabbriche in cui alcuni di noi lavoravamo. Tutto questo ci ha affiancato mentre rivendicavamo nei tribunali borghesi la nostra identità e la nostra prassi. L’unità che si è così creata ha suscitato forti allarmi fra gli apparati della controrivoluzione che puntavano alla nostra criminalizzazione e quindi al nostro isolamento.

Unità cui hanno fortemente contribuito anche quei compagni che, pur non partecipi all’organizzazione rivoluzionaria e colpiti dagli arresti, non hanno piegato la testa di fronte al nemico comune.

Per mesi e mesi, il lavoro svolto dai settori di movimento unitisi nell’iniziativa di solidarietà ha determinato, nella sua dialettica con l’istanza rivoluzionaria, un dato politico: non solo che quest’ultima è tutt’altro che isolata ma che, pur colpita, agisce sui livelli del dibattito e della coscienza di classe, proprio perché riafferma la presenza della via rivoluzionaria nel vivo della lotta di classe.

Se fino alla battaglia politica processuale è stato necessario e prioritario affermare obiettivi e contenuti generali dello scontro sostenendo il tentativo progettuale da noi portato avanti, ora, mantenendo fermi questi capisaldi, si tratta di assumere più precisamente il contesto nuovo in cui ricollocare la nostra militanza.

Abbiamo deciso quindi di costituirci in Collettivo Comunisti Prigionieri; una decisione che non vuole certo assumere un significato di discontinuità politica, in quanto obiettivi e contenuti generali sono sempre gli stessi che orientano la nostra azione, quanto piuttosto definire la nostra discontinuità nel nostro modo di contribuirvi.

Un contesto, quello del carcere, che impone sì limiti precisi, ma che non bisogna considerare un «buco nero», dove si viene sottratti alla lotta. Il carcere fa parte dello scontro: anzi, più lo scontro si approfondisce e investe i rapporti di forza fra le classi, più il carcere è presente. Quando poi il processo rivoluzionario si dispiega, allora carcere e repressione si massificano. Tendenza questa che si manifesta con sempre più intensità man mano che la crisi del modo di produzione capitalistico produce i suoi effetti.

Le sempre più pesanti restrizioni che la borghesia imperialista impone e continuerà ad imporre alla classe operaia e al proletariato nel tentativo di cercare la soluzione alla sua crisi riproporranno con sempre più forza i temi legati allo scontro di classe che, liberandosi via via dalle catene della legalità borghese, aprirà spazio in primo luogo alla necessità della rivoluzione proletaria e allo sviluppo delle sue articolazioni organizzative in precisi termini politici e militari, di strategia, di sviluppo dello scontro e dei suoi mezzi.

Ed è solo su questo terreno di tendenziale scontro per il potere che il proletariato può unificarsi in quanto classe, dando sbocco positivo alle tante lotte parziali (altrimenti condannate all’impotenza) e che la borghesia può venire sconfitta.

Uno scontro in cui carcere e repressione divengono sempre più gli strumenti utilizzati per piegare e annichilire le istanze rivoluzionarie che intendono dialettizzarsi con il movimento di classe. Su questo terreno la contesa principale si dà attorno alla resistenza dei militanti prigionieri e alla loro difesa del processo rivoluzionario.

Come controprova conosciamo tutti i mezzi dispiegati per estorcere capitolazione, tradimento, dissociazione, fino alle forme più sofisticate e soffocanti di tortura psico-fisica, come il regime carcerario del 41bis. Questo perché lo stato vi dà grande importanza per contrastare e disgregare il movimento rivoluzionario dal suo interno. Soprattutto in una fase di crisi come questa in cui piccoli punti di riferimento per il proletariato possono assumere grande valore strategico.

Ecco che resistere, sostenere le posizioni rivoluzionarie, non cedere a ricatti e repressione diventa sempre più per i comunisti in carcere un imperativo.

Cosa che non è solamente fatto testimoniale di difesa dell’identità politica, bensì partecipazione concreta allo sviluppo del processo rivoluzionario.

Questo è l’obiettivo principale per cui ci siamo costituiti in Collettivo Comunisti Prigionieri. Obiettivo che si concretizza nelle molteplici, seppur limitate, interazioni con il movimento rivoluzionario e di classe.

In particolare cercheremo di contribuire al dibattito, al lavoro di analisi generale; anche con traduzioni di materiali provenienti dal movimento comunista internazionale e dalle esperienze rivoluzionarie avanzate.

Intendiamo inoltre continuare a formarci come comunisti sul piano teorico, cercando di migliorare la nostra comprensione del marxismo-leninismo-maoismo, promovuendo gruppi di studio e seminari. Pensiamo anche che sia importante rapportarsi al cosiddetto mondo carcerario e alle sue lotte, per i tanti motivi che ne fanno un anello decisivo della macchina di repressione di classe, che è lo stato borghese. Questo con tempi, modi e obiettivi che definiremo man mano.

Perciò, come già fatto, cercheremo di cogliere le occasioni opportune per solidarizzarci ai movimenti di lotta e di protesta che possono prodursi e ci rapporteremo alle iniziative e campagne di denuncia, controinformazione e agitazione.

Tutto questo consapevoli del fatto che sta al movimento rivoluzionario, alle sue avanguardie, l’affrontare e risolvere i nodi politici per avanzare verso una nuova definizione progettuale strategica e verso la ripresa del processo rivoluzionario.

Noi cerchiamo di fare la nostra parte resistendo e tenendo alta la bandiera rivoluzionaria qui, nella trincea carceraria.

Collettivo Comunisti Prigionieri «L’Aurora» Bortolato Davide Davanzo Alfredo Latino Claudio Sisi Vincenzo Toschi Massimiliano

Siano-Catanzaro, gennaio 2010

LOTTE E COMPOSIZIONE DI CLASSE 2010/2011

Premessa

Questo materiale è stato prodotto nel contesto del lavoro d’inchiesta e analisi che, in quanto militanti comunisti prigionieri, cerchiamo di continuare a sviluppare.
Lo facciamo avvalendoci anche dell’esperienza di vita lavorativa e di presenza militante nella classe; ed in continuità, dall’interno del passaggio carcerario, della nostra militanza rivoluzionaria.
Lo concepiamo come contributo, come partecipazione a quel lavoro di inchiesta e conoscenza che, da sempre, alimenta le realtà militanti della classe. Proponendolo perciò nei suoi evidenti limiti, di ristrettezza nelle fonti d’informazione e nelle occasioni di riflessione e confronto.
Materiale grezzo quindi, finalizzato al confronto e aperto alle integrazioni. I temi di approfondimento possono essere tanti.
Ne accenniamo solo alcuni:

  • Forme e organizzazione del conflitto, in rapporto alle forme dei cicli produttivi e della composizione di classe
  • Soggetti in campo: linee di contraddizione e ricomposizione.
  • Piattaforme e ragioni delle lotte, tendenze alla autonomia di classe.Lavoro concluso in Aprile 2011
    nel carcere di Siano-Catanzaro

2 militanti per il PCP-M
(vecchie talpe operaie)

Lotte e composizione di classe 2010/11

ROSARNO – RIVOLTA NELL’ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA

Possiamo iniziare una descrizione di vicende e evoluzioni interne al proletariato proprio a partire dal gennaio 2010, dalla rivolta di Rosarno. Rivolta che è sicuramente il fatto più marcante sul fronte del proletariato immigrato. Essa ha messo in luce la brutalità dello sfruttamento e di meccanismi di utilizzo stagionale, mobile, polivalente. Caratteri che, insieme all’infimo livello salariale, ne fa appunto assumere il ruolo di massa di pressione ai margini del mercato del lavoro: parte del moderno esercito industriale di reserva. Il salario, al nero, è intorno ai 2/3 euro all’ora, cioè una media di 25 euro giornalieri su una decina d’ore, da cui sottrarre ancora l’imposta dell’infame caporale. Tutt’altro che essere forme di sfruttamento residuale da “zone arretrate”, esse sono assolutamente organiche alle attuali filiere agro-alimentari, comandate e plasmate dai gruppi capitalistici della grande distribuzione.
Cosi, il famoso prezzo della cassetta di arance, pagato al “produttore”, equivalente approssimativamente al suddetto salario orario, diventa la tariffa referente, la barriera da non oltrepassare (piuttosto da comprimere), la legge di bronzo che grava su questo settore operaio. Mentre la stagionalità e mobilità delle occupazioni confina migliaia di operai nei miserabili campi e baracche ai margini delle città. Siamo proprio ai gradini più bassi della condizione proletaria, dove l’estrema marginalità, talvolta pure clandestinità determina la ricattabilità e il sistema di violenza che li opprime. Sono innumerevoli gli episodi (e solo quelli noti) di violenza, fino al sequestro e omicidio, che si verificano in tutte le regioni italiane, nei principali settori di impiego del lavoro nero – agricoltura, edilizia, ristorazione. Ricordiamo lo stillicido di edili caduti in cantieri e poi gettati per strada, (come falsi incidenti stradali), lo squadrismo fascista imperversante attorno ai campi di baracche e sulle strada, i “pogrom” di Castel Volturno, persino i “desaparecidos” in alcune campagne (immigrati venuti dall’Est appositamente per una stagione e poi sequestrati).
Queste punte “avanzate” dello sfruttamento e della precarizzazione alimentano anche la concorrenza sul mercato del lavoro ed il suo supporto culturale, il razzismo.
Nel 2005 vide la luce una ricerca, di tal Richard Freeman dell’Università di Harvard, intitolata “Il grande raddoppio”. Nella quale egli mostrava come negli anni novanta la forza lavoro disponibile alle economie capitalistiche radoppiò passando da circa un miliardo e mezzo di persone a circa 3 miliardi. Ciò che avenne soprattuto con l’apertura dell’ex-campo socialista e con la maggiore integrazione dell’India e di altre aree del Tricontinente. Nella maggioranza, si tratta di lavoratori qualificati o la cui attività è desiderata. Cioè la nuova forza lavoro non è solo complementare a quella dei paesi avanzati bensì largamente sostitutiva. Quelle che si realizza pienamente nel fenomeno delocalizzazione. Sono proprio questi caratteri che fanno svolgere all’esercito industriale di riserva (EIR) il ruolo di struttura fondamentale nelle dinamiche capitalistiche della crisi.
E questo in continuo lavoro di mobilità sociale, geografica (di stratificazione) e rinnovamento a ondate successive. Dinamica che, sul piano immediato, degrada la condizione proletaria trascindola nel vortice concorrenziale, svela le forze in campo ed offre una base oggettiva, potenzialmente, enorme per le parole d’ordine storiche del movimento operaio: solidarietà, unità, internazionalismo. Qualsiasi iniziativa e movimento di lotta che cerchi di opporsi a questa situazione, anche solo sul piano sindacale, deve mettere in pratica questi indirizzi per contrastare e “rovesciare” la suddetta dinamica concorrenziale; contraddizione che vediamo emergere in quantità di episodi.
La stessa rivolta di Rosarno, pur essendo stata vissuta dai soli migranti ha visto levarsi rapidamente iniziative solidali, dal sud fino a Torino; scritte e volantini che coglievano l’importanza e la gravità dei fatti, ripercuotendole politicamente. Si creava una struttura d’organizazzione fra questi migranti “l’Associazione Lavoratori Africani” – coinvolgente soprattutto braccianti, e che stilava una prima piattaforma di rivendicazioni su cui coordinare scadenze pure nazionali come presidi sotto il Ministero dell’Agricoltura. Mentre settori di movimento solidale apportano sostegno e mezzi talvolta indispensabili a questi proletari demuniti di tutto.
È il caso delle “Brigate di solidarietà attiva” che, partendo da un’ attivismo attorno ai CIE e contro le espulsioni nonché organizzando ospitalità e strutture di supporto, sono passate giustamente a porsi i problemi dell’organizzazione contro lo sfruttamento sul lavoro. Prendendo come obiettivo proprio il lavoro bracciantile ed a riferimento storico l’esperienza delle leghe sindacali che avevano guidato le grandi lotte contro lo stesso genere di rapporti capitalistici e di connesse violenze.
Connettere questi piani diversi è sicuramente positivo e nei due sensi: la lotta contro le espulsioni, i CIE, e tutta la gabbia repressiva, tende a scivolare su caratterizzazioni umanitarie e/o anarchiche. Mentre una lotta incentrata solo sul lavoro si scontra con le tante difficoltà che ricadono dalle condizioni di ricatto, clandestinità e dispersione. Questa tendenza si è sviluppata attorno alcuni specifici momenti di lotta: le occupazioni della gru di cantiere a Brescia e della ciminiera dell’ex-Carlo Erba a Milano; come punto di arrivo di ripetute mobilitazioni di massa per la regolarizazzione. Occupazioni coraggiose che hanno dato impulso ad una notevole aggregazione e combattività contro l’apparato repressivo. Sconfinando nei quartieri, andandosi a saldare alla questione abitativa: è avvenuto cosi nella vicenda di Brescia e a più riprese nel quartiere di via Padova a Milano, dove alla testa dei cortei si è qualche volta posto significativamente, il coordinamento di lotta delle cooperative logistiche. Così a Torino/Porta Palazzo, così a Castel Volturno, dopo la strage, e più in generale a Napoli ed in Campania.
Per il secondo anno si è svolto l’appuntamento nazionale del “Primo marzo senza di noi”. Seppur sia terreno di inquadramento sindacal-istituzionale, per il momento è anche un’occasione di mobilitazione, di “uscita allo scoperto” per tanti proletari. Dalle poche cifre – e cronache apparse – sembra che sia meno riuscito che l’anno precedente, ma comunque si parla di alcune decine di migliaia di partecipanti a scioperi e manifestazioni. La giornata coincideva con le tensioni createsi attorno alla morte dell’ambulante marocchino a Palermo, datosi fuoco per esasperazione delle vessazioni poliziesche, in sinistra analogia con gli episodi in Maghreb. Episodio che è stato al centro di questa giornata non solo a Palermo, trovando degli emuli come a Torino, nel cortile della Questura (!) e mentre gli immigrati manifestavano davanti alla stazione ferroviaria centrale. Molto riuscita la giornata a Bologna dove il “Coordinamento Migranti” pare avere una certa consistenza riuscendo ad articolare degli scioperi entro diverse fabbriche importanti (Ducati e Titan). Nel frattempo gruppi di militanti hanno assaltato il CIE provocando la rivolta interna. Di una certa gravità, secondo le informazioni (tant’è che sarà uno dei capi d’accusa per gli arresti del 6 aprile). Questa mobilitazione nazionale fa risaltare pure la realtà di organizzazione proletaria e sindacale, ormai diffusa fra gli immigrati. Basti pensare questi dati: la loro percentuale sul totale degli iscritti ai sindacati è del 15%.
Cioè, fra l’altro, in proporzione maggiore rispetto alla percentuale della popolazione immigrata sul totale della popolazione italiana. Significativo il dato nell’edilizia: il 46% degli iscritti sindacali.

UN SETTORE CROCEVIA CON L’ESERCITO INDUSTRIALE DI RISERVA

Il settore della Logistica si evidenzia in alcuni semplici cifre: il suo peso nella composizione media dei prezzi delle merci si aggira attualmente attorno al 20% (calcolo europeo). In Lombardia, solo nella grande area metropolitana milanese, in una definizione economica comprensiva di un triangolo fino a Pavia e Lodi, esso occupa 100’000 dipendenti regolari, più altrettanti al nero. Ripartiti su più di 4’000 imprese (erano 700 solo 10 anni fa).
Nonostante la frammentazione e l’alto sfruttamento esercitato, in un connubio tra forme arcaiche – caporalato, lavoro nero, finte cooperative, capitale mafioso – e loro sussunzione in ciclo produttivo centralizzato e comandato da grandi multinazionali, si danno notevoli possibilità di lotta e ricomposizione. Infatti esistono precisi nodi, soprattutto le cosi dette piattaforme, e altri centri zonali, dove si concentra moltissima attività; per cui, pur divisi in una miriade di piccole imprese e cooperative, centinaia di operai ed impiegati si ritrovano su uno stesso sito, sotto gli stessi capannoni. A loro volta poi, molti di questi dipendenti lo sono rispetto ad una stessa multinazionale operante su diversi siti sparsi per l’Italia. Così la GLS, multinazionale tedesca, contro cui si è sviluppata lo lotta esemplare nel Lodigiano, dispone di 14 siti e di 1100 dipendenti diretti, mentre la New-Ardo di Pavia – finita sotto inchieste giudizarie per l’intreccio con capitali mafiosi – impiegava fino a 4’000 operai al nero, oltre le centinaia di diretti.
Le lotte sono riuscite, pur in dimensioni ancora molto limitate, a tradurre questa base oggettiva in capacità di organizzazione, a rete appunto. Con la determinante forma di organizzazione territoriale, che permette di unire le esili forze locali e di praticare blocchi di merci e picchetti su interi siti, oltre le singole imprese coinvolte. I percorsi prodottisi sono incoraggianti, sedimentando unità e organizzazione, fra cui l’aspetto inter-etnico ed antirazzista è importante, strategico. Tra l’altro per il blocco di potere che queste si trovano a fronteggiare, utilizzante sistematicamente il ricatto e la violenza specifica contro gli immigrati. I risultati ottenuti, pur modesti, hanno costituito piccole vittorie e proprio perciò questi percorsi sembrano consolidarsi e diffondersi.
Qui si può inserire la comparazione con situazioni significative, come quella francese. Il movimento dei “sans-papiers” (senza documenti) incentrato sulla rivendicazione di regolarizzazione, è ormai di lunga data, ed è passato per diversi fasi. Quella attuale verte su un’analoga forma d’organizzazione territoriale e cioè scioperi alternati su vari territori e quartieri, promossi da picchetti volanti e presidi/occupazioni di giornata; soprattutto davanti a cantieri edili, grandi ristoranti, catene di distribuzione, agenzie interinali ed altri snodi tipici dello sfruttamento di lavoro nero. Cioè un metodo che ha consentito di coinvolgere capillarmente quel tessuto occupazionale frammentato e di piccole imprese. La rotazione dei periodi di sciopero permette di estendere l’iniziativa nel tempo, nei mesi, mantenendo aperta una campagna di mobilitazione e agitazione. Su impulso di vari collettivi “sans-papiers”, essa ha comunque potuto dispiegarsi e strutturarsi solo grazie alla decisione della CGT di farla propria. Ovviamente quest’assunzione di direzione ha comportato l’inquadramento della campagna entro limiti più restrittivi. Per esempio, le azioni di picchettaggio ed occupazione sono diventate più leggere e simboliche; lo stesso contenuto della lotta è stato circoscritto alla sola regolarizzazione, evitando di generalizzare le varie spinte esistenti sulle condizioni di lavoro. Però resta il fatto di una campagna di mobilitazione che si protrae nei mesi (da ottobre 2010 ad oggi) e con modalità unificanti ed estensive, che riescono a portare lo sciopero e l’iniziativa laddove normalmente è quasi impossibile. Finora sono coinvolti più o meno 5/6’000 scioperanti per periodo, su circa 2’000 imprese.

L’AUTUNNO FRANCESE

Ancora più va considerata la sua genesi e continuità rispetto alla grande ondata di lotta generalizzata dell` ottobre scorso. Questa si sviluppò su una situazione già altamente conflittuale. Senza soluzione di continuità della grande lotta delle Antille francesi d’inizio 2009, che ha lasciato tracce profonde e gettato semi fecondi in quanto a determinazione, capacità di organizzazione unitaria di base e su contenuti di classe – l’organismo dirigente si chiama “Unione contro lo sfruttamento” (LKP) – e ha possibilità di vincere: strappato un aumento di 200 euro mensili per tutti i salariati. Qualcuno ha definito quei 2 mesi di sciopero “semi-insurrezionale”.
Poi vi è stata la radicalizzazione delle lotte di fabbrica contro i licenziamenti molto diffuse su tutto il territorio. Diffusione dovuta alla forte dispersione del tessuto industriale in seguito alle grandi ristrutturazioni degli anni ‘80/’90. Questo decentramento ha prodotto il fenomeno sociale degli “urbani-rurali” (“rur-bans” in francese), cioè un forte incremento della popolazione residente in campagna pur gravitando attorno alle città o alle suddette fabbriche decentrate. Così le statistiche classificano l’80% degli attuali abitanti nelle zone rurali! E la più consistente come classe fra questi, sono proprio gli operai d’industria.
È chiaro questa dispersione pesa sulle possibilità di lotta ed organizzazione. Sicché, pur dandosi molte resistenze, queste restano il più delle volte confinate nel loro cantone. Forse anche per ciò, quelle contro i licenziamenti e le chiusure partono già battute, ed il loro obbiettivo si risolve nella rivendicazione di liquidazioni aggiuntive. Ma ciò che ha dato valore ad esse è stata la radicalità messa in campo dagli operai, essendo qui che si sono sviluppate le azioni di sequestro di dirigenti, di incendio di depositi-merci o capannoni fino alla devastazione di uffici pubblici. Tutt’altro che fatti episodici, essi hanno costellato diversi mesi dello stesso 2010, dopo aver imperversato nel 2009. Rimandiamo alla cronaca redatta per i soli mesi di marzo-aprile-maggio, e basti ricordare che vi furono più di una ventina di tali episodi. Ancora da considerare, che qualcuno si è prodotto anche entro le aree metropolitane, toccando i famosi centri logistici di distribuzione e depositi.
La geografia di questa conflittualità è rappresentativa della nuova composizione di classe. La stessa dispersione sul territorio può tramutarsi in nervatura diffusa di un nuovo movimento operaio; ciò che si annuncia nella suddetta esperienza dei “sans-papiers” contro il lavoro nero; e che soprattutto si profilerà nelle caratteristiche del movimento di ottobre.
Prima di questo va ancora sottolineata la persistenza delle “sommosse” di banlieu, che continuano a punteggiare il quotidiano delle aree metropolitane. Anche se bisogna tenere in conto il loro carattere contradditorio: tanto esse sono espressioni di gioventù proletaria, di sano odio per sbirri e oppressione statale, tanto lo sono di bande extralegali a difesa nel loro traffici e territorio. Cioè non bisogna sovraccaricarle di significato come fanno certi gruppi, tant’è che la politicizzazione di questa realtà resta problematica. Mentre resta sicuramente interessante lo scenario di conflitto permanente, la linea di affrontamento con gli organi repressivi di stato, al punto che talvolta esso esibisce l’intervento dei reparti speciali anti-terrorismo, retate notturne con chiusure di quartieri; illuminazione dagli elicotteri etc. in stile coloniale. Tutto questo ravviva nell’immaginario un orizzonte da scontro violento e generale. E ricordiamo che già vi sono stati episodi di passaggio all’uso di armi da fuoco.
Già nell’estate vi erano state un paio di “giornate d’azione” sindacali nazionali, con circa 2 milioni di manifestanti su circa 200 piazze, contro l’ennesimo attacco governativo alle pensioni. Attacco in linea con quello generalizzato in Europa secondi i dettami del “patto di stabilità”. E comunque su quest’asse portante si innestavano altri movimenti particolari; come quello contro le leggi securitarie e razziste, ed una dinamica ampia di ribellione contro condizioni sociali percepite sempre più come insopportabili. Da questo humus, fertile da lungo tempo, sono scaturite le tendenze che hanno caratterizzato l’ondata di lotta: “Bloccare l’economia”, “Bloccare i flussi economici”, generalizzare il conflitto sul territorio. Così si è arrivati rapidamente, agli inizi di ottobre, ai blocchi stradali su snodi e accessi a zone industriali e alle famose raffinerie. Queste, essendo relativamente poche, 12 in tutto il paese si prestano bene alla concentrazione di forze dall’esterno. Ovviamente a partire dello sciopero interno, però il dato nuovo è l’affermarsi di una pratica/idea di sciopero territoriale anche imposto dall’esterno. Imponendo così anche l’estensione della forma di “sciopero passivo” (a favore di chi non può fare sciopero, come le piccolissime imprese) e producendo grossi danni al funzionamento economico nazionale.
Quindi, ogni giorno l’appuntamento era presso un centro importante, attorno cui e da cui partiva un azione di picchettaggio di massa e mobile. Nella sua dinamica si sviluppavano varie altre azioni:
Occupazioni, irruzioni, devastazione di sedi padronali, del partito presidenziale, uffici pubblici, agenzie interinali ecc.
Scontri con la sbirraglia in molte occasioni
Incendi e sabotaggi di strutture economiche, linee di trasporto in particolare.
I blocchi decisivi sono stati attorno le raffinerie e vari depositi petroliferi; mantenuti per la bellezza di due settimane, han finito per mandare a secco 1/3 dei distributori di benzina del paese; il consenso sociale attorno a questa forma di lotta è stato altissimo e lo si misura pure nel successo concreto delle casse di resistenza (altra pratica che si sta sviluppando molto dalle lotte precedenti). Quelle istituite per gli operai delle raffinerie hanno assicurato l’equivalente di settimane di salario per gli scioperanti! È il concetto di “sciopero per procura” che agisce: molta gente che non riesce o non può scioperare, contribuisce così, con gesti concreti e di solidarietà.
E tutti hanno capito subito l’importanza decisiva che assumeva il blocco delle raffinerie. Semmai questa delega ha avuto anche il suo corrispettivo negativo poiché, come ogni meccanismo di delega, ha comportato ancora aspetti di passività, di attendismo. Così il punto più critico di quest’ottobre è stata l’insufficiente partecipazione di qualche settore operaio centrale, con forme di sciopero spezzettate, non continuative, non determinate come ormai la situazione richiedeva.
Infine si è dovuto affrontare il salto nello scontro, imposto dallo Stato. Oltre alla consueta repressione con molte centinaia di fermati e denunciati, si è fatto ricorso ad una tecnica da “guerra interna”: l’accerchiamento e isolamento di una piazza di manifestanti, bloccandoli per parecchie ore (mezza giornata) e identificandoli in massa. Una specie di fermo di massa, in caserma a cielo aperto. Similitudini inquietanti, ancor più il dispiegamento di mezzi. L’episodio più eclatante fu sulla grande piazza di Lione, dove vennero esibiti dei commando anti-terrorismo in tenuta robocop e incappucciati, fucile a pompa in pugno (con tanto di foto sui giornali). Stesso scenario e stessa tecnica in Inghilterra contro il movimento studentesco. Segnali precisi, salti in avanti di tendenza alla “guerra interna”.
Non poteva poi mancare l’opera sabotatrice dall`interno, affidata agli esperti in materia, le centrali sindacali. Essa culminerà nel colpo di freno decisivo dopo l’approvazione della legge di contro-riforma pensionistica in parlamento. I due giorni seguenti, le centrali sindacali toglieranno ogni supporto ai blocchi. E ancora una volta, nonostante il grande fermento partecipativo di base, non si è dato un livello organizzativo sufficiente ad invalidare il dispotismo sindacale. E qui si riviene sempre al nodo fondamentale: il livello che possono raggiungere i movimenti di massa, oltre il quale è indispensabile un salto di qualità grazie alla dialettica con l’Organizzazione Rivoluzionaria.
Tornando al valore in sé di questo movimento di massa, è utile ascoltare il punto di vista di un avanguardia di massa come è la grande fabbrica di motori della Regione Nord (al confine belga): “Eravamo abituati allo sciopero interno, scopriamo ora che la fabbrica si può bloccare dall’esterno”. Questi operai, come quelli della Good Year, in regione vicina, sono stati alla testa dei blocchi. È molto significativo che siano questi nuclei centrali di classe a cogliere ed assumere la nuova dimensione. Un’altra conferma viene da Fos-Marsiglia, una specie di porto Marghera (terminal petrolifero e area industriale, con petrol-chimico, acciaieria e altra siderurgia): “Non amiamo la violenza ma ci rendiamo conto che non potremo farne a meno. Attaccare sedi padronali e governative… difendere i blocchi dalla polizia, è giusto.” Stessi livelli, stessa coscienza e pratica espressi in altri porti industriali – S.te Nazaire, Dunquerke, Brest – dove si è arrivati a impedire l’attracco (cioè l’entrata in porto) a qualche nave petroliera. Insomma c’è stato un indubbio sviluppo e crescita dei livelli di coscienza e radicalizzazione; un salto in avanti nella comprensione dello scontro, della sua portata e quindi nella necessità di darsi obiettivi e mezzi più adeguati. Percorso che ovviamente si trova di fronte molti ostacoli, erti appositamente per impedirlo. Ma già il modo di incassare la sconfitta, perché di sconfitta comunque si è trattato, porta in sé lo sviluppo futuro dei movimenti di massa e a partire da queste notevoli acquisizioni. Il deflusso durerà ancora un paio di settimane, con un ultimo picco l’11 novembre giornata nazionale incentrata sui blocchi ai centri commerciali. Entusiasmo duro a spegnere ma a tutti era chiaro che la partita, per il momento, si chiudeva con la riapertura delle raffinerie e dei principali centri di sciopero.

IL BRACCIO DI FERRO IN FIAT

Le vicende di classe del 2010 sono fortemente intrecciate a quelle di un suo settore centrale per eccellenza, la FIAT.
Si comincia a Pomigliano. Questo è uno dei siti che ha dato più filo da torcere negli ultimi anni, con la sua resistenza e “indisciplina”, che si esprimono anche nella presenza di uno SLAI COBAS significativo e promotore d’iniziativa. Tant’è che FIAT giunse a decentrare un reparto interno, nello stile dei reparti-confino, appositamente per un buon numero di operai combattivi e “problematici”, istituendo il polo logistico di Nola, con oltre 300 addetti. Ciò che non passò senza resistenza, sia per ritornare a Pomigliano, sia sulle nuove condizioni di lavoro.
Preliminare al nuovo corso, vi fu la fermata completa degli impianti per un paio di mesi, onde spedire tutte le maestranze a scuola. Cioè ad una formazione intensiva sul nuovo modello di organizzazione del lavoro, la così detta Ergo-was, di ispirazione giapponese/toyotista. Ed è alla riapertura dell’impianto in febbraio, che FIAT lancia la nuova offensiva. La quale è all’evidenza un salto di qualità pesante: il ricatto alla delocalizzazione è ormai consueto, esercitato a diverse tornate dagli anni ’80, però ora viene drammatizzato, esplicitato in maniera brutale, persino terroristica. Così come l’erosione dei diritti, che viene spinta sul binario ideale per i padroni: il principio di contratto individuale, con il complemento della “clausola di responsabilità individuale” e della “clausola di responsabilità sindacale”. Cioè una specie di gabbia normativo-repressiva, fino all’illegalizzazione di fatto del diritto di sciopero; e gabbia di cui diventano corresponsabili i sindacati firmatari.
Evidentemente, i cedimenti su ritmi, pause, turnazioni ecc., per quanto gravi, sono pur sempre oggetto di continuo braccio di ferro e quindi recuperabili; mentre queste modifiche sul quadro contrattuale – normativo incidono sulle strutture portanti dei rapporti di classe, sulle possibilità stesse, di organizzarsi e lottare.
Il dato positivo della notevole resistenza operaia concretizzatasi nell’inatteso risultato referendario va comunque temperato dal non essere diventato un momento di lotta aperta e dall’inevitabile arretramento prodotto da tale svolta. Ma proprio questo, proprio l`entità dell’aggressione e dei mezzi messi in campo dal Capitale e dallo Stato fa risaltare ancora più la valenza del risultato referendario. È infatti interessante la valutazione che di esso dà la voce forse più interna e significativa dell’autonomia di classe a Pomigliano, e cioè lo SLAI-COBAS. Nella appassionata arringa di Mara Malavenda c’è tutto l’orgoglio di un risultato che viene da lontano, dalla lunga resistenza che questa fabbrica ha apposto nel corso degli anni e delle successive ristrutturazioni. E la determinazione a continuare questo percorso, avendo raccolto in questo passaggio ancor più forza ed autonomia di classe.
Poi si ricorda contro la corrente mistificazione, che i NO al ricatto FIAT sono stati invocati solo dal COBAS mentre la FIOM, pur con la sua onorevole battaglia, è rimasta invischiata nella sua ambiguità per cui appunto, lasciò il voto alla “libera coscienza” di ciascuno. E c’è stata una generale, diffusa presa di coscienza della gravità degli eventi, a base di una serie di scioperi di solidarietà nelle varie fabbriche di FIAT e oltre. Embrione, abbozzo di quello che dovrà, e non potrà che essere il livello adeguato di scontro; estendendosi necessariamente pure alla sua dimensione multinazionale. Pur essendo stati pochi gli scioperi, e di solo qualche ora, sono stati anche accompagnati da cortei interni molto partecipati conclusi con comizi-assemblee alle porte esterne. Per esempio, un paio di questi cortei a Mirafiori hanno coinvolto tra i 1/2.000 operai (su 4’000 per turno). E poi scioperi e cortei nel Torinese – Rivalta (Magneti Marelli), a Torino-Stura (IVECO), a San Mauro (CNH), a Grugliasco (COMAU, ITCA-lastratura decentrata, LEAR-selleria decentrata) – a Cassino, Melfi, Termoli, Atessa, Suzzara-Mantova (IVECO) e alla PIAGGIO di Pontedera. Scioperi che si intrecciavano agli altri motivi di scontro del momento: contratto separato di FIM e UILM, disdetta di FEDERMECCANICA.
FIAT attiva licenziamenti di rappresaglia: 3 a Melfi, 1 a Mirafiori, 1 a Termoli, gettando altra benzina sul fuoco, finendo per ravvivare le mobilitazioni. Licenziamenti che si assommano ad altri in altre situazioni di lotta, come i 16 operai della cooperativa “Papavero” sul sito GLS nel Lodigiano. E ricordiamo anche la repressione specifica che colpì gli operai FIAT di Pratola Serra (AV) a febbraio: in lotta contro il protrarsi della cassa integrazione, il loro tentativo di blocco delle merci fu immediatamente attaccato da uno spropositato dispiegamento poliziesco e a manganellate (la fabbrica fornisce i motori ad un paio di siti di assemblaggio).
Un ultimo apporto alla resistenza di Pomigliano venne della famose lettere di un gruppo di operai di Tychy (Polonia). Pur essendo una presa di posizione, il suo valore non sfuggiva a nessuno. Il suo contenuto, molto chiaro e netto, è stato un bell’appello all’unità operaia internazionale contro la concorrenzialità indotta dal Capitale; e pure un’autocritica rispetto ai loro cedimenti passati: “(…) qui ci hanno usati anche contro di voi, operai italiani; spremuti e ora magari ci buttano via.” Si tratta di lottare già ora, seppur non ancora coordinati nel senso di un reciproco sostegno. “Lavoreremo molto, molto lentamente …”
Non solo promesse: nel mese di febbraio 2010 esce la notizia di un 300 vetture danneggiate. Episodio che, oltre a rivelare un`azione probabilmente di un gruppo ed organizzata, (visto il clima da caserma che ha dovuto eludere), ha fatto da sintomo di un malessere diffuso: “Non siamo d’accordo con questo tipo di atti, però essi sono la conseguenza delle condizioni insopportabili che ci sono in fabbrica.” (dicono degli intervistati). D’altronde va ricordata – contro la leggenda diffusa sullo stabilimento modello dove gli operai sarebbero felici ed in gara per prendersi il lavoro, alla faccia dei fannulloni italiani – la grande lotta dell’estate 2007. 52 giorni di sciopero per rivendicare salari simili a quelli italiani; e che riuscì quasi a raddoppiarli, portandoli da circa 350 euro a circa 600. Lotta letteralmente oscurata, e che dev’essere stata notevole per realizzare un simile risultato.
E ci sarà ancora un seguito alle loro iniziative internazionali: una delegazione ai cancelli di Mirafiori, in occasione della giornata di mobilitazione nazionale FIOM, il 28 gennaio scorso, con lo striscione “proletari di tutto il mondo uniti !” E, in un’altra occasione della vertenza FIAT, un presidio davanti al Consolato di Varsavia, indetto dal sindacato “Agosto ’80”.

FRA TAGLI E LOTTE. PARAMETRI SALARIALI NEL MONDO

Dunque alla FIAT in Polonia siamo intorno ai 600 euro, lordi e per 48 ore settimanali. Pare che siano i salari industriali più alti in Polonia. Ciò che è in linea con la politica delle grandi multinazionali che nei paesi periferici, dipendenti, praticano “alti salari”, sempre ampiamente profittevoli per loro e consentendo loro pure di presentarsi “bene”. Anche in Brasile, per esempio, le multinazionali dell’Auto pagano i salari più alti. Non disponendo dei dati FIAT, può orientarci un dato di un paio di anni fa: Volkswagen pagava intorno ai 700 Dollari al mese, cioè il doppio di quelli medi industriali. La stessa VW è in testa ai salari in Germania, con i famosi 2700/3500 Euro, lordi per 35 ore settimanali (ventaglio fra operai di linea e di manutenzione). Con un differenziale di 20% in più rispetto alla media metalmeccanica.
All’estremo minimale sempre rispetto ai settori produttivi centrali come l’Auto e l’elettronica, abbiamo la Cina. Qui vi sono grosse differenze regionali, regolate per legge, per cui esiste pure l’istituto del salario minimo, che può essere aumentato centralmente dal governo, come ciò è avvenuto nei mesi scorsi per placare la grande ondata di scioperi in fabbrica. Il più alto salario minimo è attualmente nella regione di Shanghai: 165 Dollari al mese (non si dice per quante ore). Le disparità regionali si situano in un ventaglio che va dai 50/100 Dollari ai 200/250. Questi ultimi realizzati nei punti alti degli scorsi scioperi (FOXCON, HONDA ecc). E va considerato l’orario molto lungo, che spesso si estende sui 6 giorni la settimana. Addirittura nell`area di Shenzen, polo metropolitano dell’elettronica, APPLE sta ricontrattando, prezzi e salari, in seguito ai forti scioperi (e suicidi); ha chiesto alle sue fabbriche di non far lavorare più di 60 ore (!)1
Bisogna sottolineare una tendenza che sembra generalizzarsi mondialmente e cioè il movimento/dinamica salariale a tenaglia: dal basso verso all’alto e dall’alto in basso. Del primo movimento sappiamo ormai parecchio da vari fronti del Tricontinente, Cina compresa appunto. Dinamica ancora molto contrastata per cui non bisogna farsi ingannare dalle sue punte avanzate che, come detto nel caso delle multinazionali auto, restano relativamente speciali.
Basti pensare alla fatica terribile che fanno le classi operaie del Bangladesh o dell`Egitto (e di tanti altri paesi) a superare la soglia dei 50 dollari al mese! E a far rispettare gli avanzamenti conquistati.
Mentre l`altra dinamica sta diventando più forte nei settori centrali della classe operaia dei centri imperialisti. In USA, i famosi 28/30 dollari all’ora vengono letteralmente dimezzati per i nuovi assunti e con i nuovi contratti, alla Marchionne-Chreysler. Tagli salariali che cominciano a toccare persino i dipendenti pubblici (come vedremo con la vicenda in Wisconsin). In Germania si è cominciato a vedere ciò presso i portuali. Che, dai 20 euro all’ora circa, scendono ora ad un ventaglio fra 15 e 9 euro, per i nuovi assunti e sempre in base ad accordi sindacali.
Che questo movimento abbia sfondato nei settori centrali non può che voler dire, che presto o tardi, si estenderà all’insieme del mondo del lavoro. Quindi è pensabile che, globalmente, assisteremo ad una generale compressione salariale nei centri imperialisti, negli anni prossimi. Mentre la crescita dei minimi tricontinentali sembra più problematica. Di sicuro aumenterà la stratificazione, visto che dei grossi avanzamenti, a macchia di leopardo, si danno. E proprio quelli trainati dalle multinazionali possono favorire una tendenziale, concreta convergenza di azione delle classi operaie.
Ricordiamo il caso dell’industria tessile del Bangladesh, emblematica per varie ragioni. Essa si è enormemente sviluppata, su impulso della delocalizzazione imperialista, arrivando ora a contare circa 4 milioni di addetti. Al tempo stesso, da anni, subisce in pieno e nel modo più brutale i meccanismi della crisi che, nel 2006, spinsero il governo ad alzare l’orario settimanale legale a 72 ore! (e questo dopo la fine del sistema di quote-import nei centri imperialisti, che sancì il dilagare della competitività cinese). E, terzo fatto, questo innescò il ciclo di lotte e rivolte operaie che arrivano ad oggi; e, pertanto, con scarsissimi risultati.
Comunque per quanto difficile a praticarsi, il terreno è ormai fertile per iniziative unitarie internazionali. Alcuni casi lo testimoniano. Per esempio, le forti lotte con un inizio di coordinamento che hanno attraversato i siti minerari del gruppo VALE, gigante minerario brasiliano. Nel corso del 2009/10 epicentro ne è stata la filiale canadese (EX-INCO, altro potente gruppo acquisito appunto due anni fa). La ristrutturazione e l’attacco alle condizioni operaie, in seguito all’acquisizione, sono stati tali da provocare una forte risposta durante circa un anno. Attorno a questa si sono tessuti gli sforzi di coordinamento (attraverso i cinque continenti!), sembra con risultati concreti, fra cui lo stabilizzarsi di un comitato di collegamento composto da 60 delegati da vari siti.
C’è poi un tentativo, in corso da alcuni anni, di costruire un coordinamento stabile addirittura di tutto il settore Auto, mondiale. Tentativo promosso da diversi gruppi di avanguardie di fabbrica, principalmente di orientamento marxista-leninista. Il suo nome è CITA, in francese “Conference International Travailleurs Automobile”. Coinvolge centinaia di militanti e concretamente si applica a percorsi di estensione internazionale attorno a lotte precise: Ford in Russia, Opel fra Germania e Belgio, Renault tra Francia e Romania. È un`esperienza in espansione, da seguire.
Certamente la crisi ha provocato, indotto un grande salto nei movimenti di massa, in molti paesi ed una loro nuova sintonia. I casi forse più eclatanti sono proprio quelli nei principali paesi imperialisti. L’esplosione in Gran Bretagna del movimento studentesco e dei lavoratori della scuola, contro il massacro della scuola pubblica e del diritto allo studio è stata sorprendente.
Per la radicalità espressa, nei livelli di coscienza e nel ricorso alla lotta dura di piazza: la violenza di massa è stata ampiamente compresa e difesa di fronte all’immediata canea mediatica e politica. Ricordiamo che è stata letteralmente devastata la sede centrale del partito conservatore a Londra; che è stata attaccata la Rolls-Royce con i Reali dentro; che più volte gli scontri di Piazza sono stati violentissimi. Avvenimenti svoltisi nell’autunno, in sintonia con analoghi movimenti in Italia, Francia, Grecia, Spagna, Germania, Ungheria, Romania, Estonia, ed altri ancora.
E l’altro grande “movimento contro la crisi” è quello messosi in moto più recentemente negli USA, da febbraio. A partire dallo Stato del Wisconsin ed allargatosi rapidamente ad altri, si è innescata una poderosa mobilitazione contro i pesantissimi tagli al wellfare, alcuni dei quali significano la fine di certi servizi pubblici. Insieme a misure di repressione antisindacale (fra cui, guarda un pò, l’abolizione del contratto unico di categoria). Si è giunti così a manifestazioni di massa mai viste ed all’occupazione del Capitol di Madison, per due settimane, mentre la polizia recedeva da suoi compiti repressivi sentendosi colpita dai tagli.
Sia quello in Gran Bretagna che questo in USA sono all’evidenza movimenti di tipo nuovo, che possono dare il via ad un vero e proprio ciclo. E ciclo internazionale.

RITORNANDO IN ITALIA

Vista la connessione, si può riprendere giustamente a partire dallo sviluppo dei movimenti contro i tagli finanziari ai vari settori pubblici. Quello che è stato più consistente e continuo nell’anno è sicuramente quello nella scuola, Università e ricerca. A salti, in periodi determinati dalle scadenze scolastiche e dal procedere legislativo in materia. Un salto decisivo fu il blocco degli scrutini, a giugno, particolarmente riuscito e con un crescendo nella partecipazione alle manifestazioni.
L’opposizione alla legge Gelmini è stata, dall’inizio forte e chiara perché chiara e drastica la ristrutturazione epocale che essa avvia. I famosi 8 milioni di Euro di tagli, entro il 2014, corrispondono ad una drastica svalorizzazione dell’istituto pubblico, in tutti suoi aspetti, nel mentre sfacciatamente viene rilanciata la scuola privata, d’eccellenza. Cioè è diventato palese il progetto di definitiva degradazione della scuola pubblica, a sorta di parcheggio per proletari in attesa del loro destino salariato e precarizzato. Corrispondente a quella dei rapporti sociali di produzione. Con le pesanti conseguenze per i lavoratori della scuola che, ricordiamolo, sono molto numerosi – circa un 1,3 milioni, fra corpo insegnante ed ATA – e socialmente rilevanti per il loro ruolo e capillarità sociale. Come si dice “figure di legame sociale”.
Va ricordata la precedente tornata di lotta, nel 2008, anch’essa già molto forte, intensa. Però essa si arenò sia sui limiti “fisiologici” di espansione di una lotta settoriale, sia sui limiti corporativi, che invece verranno parzialmente superati ora. Allora, nel 2008, questo limite fu ancora pesantemente riscontrato nel tentativo di costruire il “Coordinamento 3 ottobre”, cioè di stabilizzare quella rete di militanti, di varia estrazione sindacale, che avevano retto le mobilitazioni; e di articolarsi in Comitati di Istituto. Vale a dire Comitati unitari di lotta, allargati a tutte le categorie, a sindacalizzati e non: insomma, un’ottima idea, ma, appunto nella verifica concreta, insorsero molte difficoltà e le solite distanze corporative. Per esempio, parte del corpo docente si fece facilmente corrompere dall’offerta di un maggior numero di ore settimanali e compensi per supplire alla soppressione di precari supplenti! Cioè la legge Gelmini fomenta scientemente la concorrenza fra precari e stabili.
Il movimento del 2010, con la sua profondità, estensione e radicalità, è andato più avanti. Anche se, si sa, l’unità creata nella lotta è una cosa, quella che resta e sedimenta è un’altra. Ma il grande dato, che fa la differenza, è che in quei due anni c’è l’esplosione di crisi e drammatizzazione delle condizioni sociali e dello scontro. Il nuovo movimento infatti beneficia della sintonia con quelli analoghi in Europa.
Collegate a questa, le mobilitazioni nel settore Ricerca e in quello della Cultura coinvolgono ambienti propriamente intellettuali. Oltre ad estendere il fronte scuola, esse sollevano questioni sociali ed economiche più ampie, fra cui quella dell’inibizione delle forze produttive. I tagli alla Ricerca, in un disegno complessivo di suo drastico ridimensionamento, sono proprio una concreta manifestazione di questa legge capitalistica tendenziale. Ed in effetti abbiamo assistito non solo ad un livello di mobilitazione inedito, e coinvolgente settori finora estranei alla lotta di classe ma pure ad una critica sociale interessante che integra quella più generale sulla crisi ed il sistema che la produce (il tutto ovviamente nei termini grossolani ed iniziali da parte di settori ancora tutti interni alla logica istituzional-riformista). Citiamo i 57 giorni sui tetti dell’ISPRA conclusisi con un accordo sul mantenimento dell’Istituto e dei posti di Ricerca, seppur a scadenze incerte.
Un settore molto presente nelle lotte è stato anche quello dei Call Center e delle aziende di TLC, settore che presenta analoghe caratteristiche di forza-lavoro: impiegati molto precarizzati e di esperienza di classe del tutto recente. Il caso EUTELIA-OMEGA-OMNIA è diventato un spaccato di tutto il moderno malaffare capitalistico su cui impera il capitale finanziario, nella più oscura opacità. Infatti questi lavoratori, in tutto circa 10mila, si sono ritrovati in balia di successivi, opachi passaggi di proprietà che in realtà procedevano al così detto “spezzatino societario” e, infine, alla distruzione di gran parte delle attività. La resistenza è stata forte, giungendo a varie occupazioni e salite sui tetti. Si è assistito ad un’ampia percezione di massa di questa fondamentale contraddizione capitalistica che porta alla distruzione di forze produttive ed alla finanziarizzazione. Contraddizione ancor più stridente essendo proprio essa (sempre nella percezione di massa) l’origine della crisi in corso. Anche questa è lotta significativa, che coinvolge settori impiegatizi di massa. Tanto che il Capitale si è sentito di dover fare ricorso alla repressione, fino all’impiego di squadristi armati. Ricordiamo che il settore Call Center occupa circa 300.000 addetti.

L’OFFENSIVA CAPITALISTICA D’ESTATE

Ed è sempre negli agitati mesi di giugno e luglio 2010 che si dà l`ennesimo salto nell’offensiva borghese generale. Marchionne, Confindustria, Sacconi, la conducono su più direzioni convergenti: l’accordo di Pomigliano diventa modello e si apre il fronte Mirafiori/Serbia. “Patto per il lavoro” e superamento dello “Statuto dei lavoratori”, enti bilaterali e arbitrato, deroghe ai diritti ed alla contrattazione, ecc. Il clima creato è molto pesante, da aggressione continua. La risposta di classe ha trovato il suo punto di riferimento e aggregazione attorno al NO di Pomigliano. Sviluppandosi seppur in modo frammentato: diversi scioperi contro l’aumento dei ritmi, a Melfi e Cassino; altri contro la repressione, come a Termoli dove un delegato viene licenziato per rappresaglia per le sue iniziative solidali con Pomigliano (sciopero molto riuscito con manifestazione fino al centro città). E soprattutto una tornata di scioperi contro l’ulteriore drastico taglio del premio produzione (la 14°mensilità, quella che “permette” di andare in ferie), annunciato a inizi luglio. Questo era già stato dimezzato da una accordo separato con FIM, UILM, FISMIC nel 2009, ora veniva a dirittura ridotto a 200/300 Euro! Scioperi ripetuti e partecipati con cortei che talvolta sono usciti in strada, sopratutto a Mirafiori. E di nuovo nelle grandi e medie fabbriche del torinese: COMAU, IVECO, MAGNETI-MARELLI, TEKSID, ITCA, LEAR, ecc. “L’Assemblea lavoratori africani” (quella nata in seguito alla rivolta di Rosarno) interviene di nuovo a meeting e manifestazione di fronte a Pomigliano con striscione “Senza diritti siamo solo schiavi”. Cercando unità sulla base della comune rivolta alla politica di ricatto.
Analoga serie di scioperi, sempre rispetto al “premio di risultato” in questo caso, presso FINCANTIERI, in tutti i siti. Dove si intrecciano e si rafforzano con le altre vertenze aperte: occupazione, carichi di lavoro, incidenti, ecc. Con tale tensione si arriva alle ferie di agosto. La ripresa è ovviamente battagliera, con anche nuove vertenze come ad ATESSA (SEVEL) dove si sciopera contro lo straordinario del sabato, nel mentre vengono licenziati 1’500 operai in contratto a tempo determinato!
Ripresa che avviene sullo sfondo di agitazioni crescenti in tutta Europa, agitazione che non sbagliano obiettivo prendendo di mira la politica e le direttive di UE e BCE. Le quali martellano sul rigore finanzaria (per le masse popolari ovviamente), sull’aumento di produttività e sulla compressione salariale; il tutto riassunto nel “Patto di stabilità”. A cui fanno da corredo le puntate ricorrenti di un Marchionne che, per esempio, dagli USA manda a dire “Bisogna tornare dalla cultura dai diritti acquisiti alla cultura della povertà”.
In questo periodo escono dati molto significativi sull’andamento di produzione, “volumi”, e rapporti di forza fra i vari gruppi capitalistici e relativi Stati nazionali:

Produzione Auto nei primi nove mesi del 2010

Belgio    230.000 unità       – 40% su base annuale
Romania   240.000 “        + 18%
Italia     450.000 “        – 11 %
Polonia   645.000 “         + 8 %
Rep. Ceca.  800.000 “         + 13 %
G.B.     940.000 “         + 45%
Francia   1.450.000 “        + 13%
Spagna  1.460.000 “         + 12%
Germania 4.100.000 “         +14%

Altro dato significativo, che a sua volta spiega questi, è la dimensione dei crolli produttivi nei 2 anni – apice, fin’ora, della crisi – cioè nel 2008/09: la produzione italiana crollò del 34%, a fronte di una media mondiale del –17%. E, come si vede, mentre altri paesi stanno rimontando, la caduta italiana continua. Sono gli imperialismi trainanti dell’Europa a imporsi, conto tenuto per di più che gran parte delle suddette produzioni dei paesi minori sono filiali delocalizzate dei primi.
A proposito di vincenti, FORD ha realizzato un record storico nei suoi profitti trimestrali: 1,7 miliardi di dollari nel terzo trimestre 2010. Che costituisce un picco in tendenza generale per i grandi capitali USA, i cui 500 maggiori gruppi hanno realizzato nel 2009 390miliardi- dollari di profitti, cioè +335% sul 2008.
E ovviamente anche al livello mondiale: le 374 maggiori multinazionali hanno cosi aumentato il fatturato del 20% e l’utile netto del 210%.
È chiaro che queste evoluzioni nel quadro dei rapporti di forza intercapitalistici pesano molto, in ricaduta sui rapporti di classe interni. E qui spieghiamo in buona parte il salto di qualità nell’offensiva capitalistica in Italia. Benché pure presso i vincenti la politica antioperaia sia orientata nello stesso senso, gli stessi 500 maggiori gruppi USA hanno, nello stesso periodo, licenziato 761.000 dipendenti!
Ma tutto ciò determina anche, sempre più, la tendenza a momenti di lotta coordinata in un’area/regione. Il rientro a settembre è stato marcato da un’iniziativa europea, la giornata di protesta contro il “Patto di stabilità”, a Bruxelles. Patto ampiamente percepito come un attacco frontale contro il mondo del lavoro, come concretizzazione nella linea “far pagare la crisi alle masse lavoratrici”. Giornata che si intrecciava a tante proteste attraverso Europa, in particolare con uno sciopero generale in Spagna, in cui si sono verificati violenti scontri. A Bruxelles ci sono state varie azioni dimostrative e tafferugli di massa sotto i palazzi europei. Fra questi, da segnalare la presenza di gruppi di lotta e sostegno degli immigrati, come i “No-Border” (che giorni dopo andranno a nuovi scontri di piazza, con 200 fermi), e le “Brigate di solidarietà attiva”. Queste ultime organizzano anche attività concrete come casse di resistenza, tende, e distribuzione pasti, concependole in quanto supporto alle lotte con gli immigrati e non, anzi contro, le pratiche caritatevoli. In questo loro percorso sono giunte all’interessante consapevolezza del dover affrontare il nodo centrale attorno cui verte la condizione migrante, e cioè il lavoro e la funzione di esercito industriale di riserva. E partendo proprio da esperienze come quella di Rosarno, si son poste l’obbiettivo di favorire l’autorganizzazione proletaria in questi “campi di lavoro”; prendendo a modello anche le passate forme di organizzazione come le Leghe bracciantili, che affrontarono analoghe situazioni di sfruttamento e squadrismo. Indicativa di questo blocco di potere che il proletariato immigrato deve affrontare è la cronaca di quei giorni a Castel Volturno (città della strage dei 6 operai africani): il sindaco che risulta colluso con il Clan dei Casalesi, invoca uno squadrismo come a Rosarno e si allea con Forza Nuova!

AUTUNNO ITALIANO

Fine settembre/ottobre, anche in Italia c’e tutta un escalation di lotte. A Genova sciopero selvaggio di autoferrotranvieri pubblici ANT contro i tagli finanziari governativi (il piano globale sui trasporti nazionali prevede – 20 miliardi di Euro, sui prossimi anni). Che qui appunto si traducono nella soppressione di 400 posti di lavoro. Lo sciopero è selvaggio, sconvolge il traffico per qualche giorno, pure con blocchi pesanti, come al Salone Nautico o agli accessi del Porto.
FINCANTIERI conosce diverse giornate di mobilitazione fra cui una nazionale. Molto forti sono quelle a Castellamare di Stabia, che spesso finiscono in manganellate sotto le sedi istituzionali. Oggetto dello scontro è il piano di ricentramento mondiale – e, come FIAT, verso gli USA – e siccome questo è un settore particolare, dove livello di automazione e la stessa taylorizzazione sono molto basse, la strategia capitalistica consiste essenzialmente nelle delocalizzazioni (ciò che è stato molto pesante dagli anni ottanta, verso le aree asiatiche). Il piano attuale prevede il taglio di circa 2’500 dipendenti, sui 9’000 totali (più ovviamente gli indiretti degli appalti, ancor più numerosi), e la chiusura di un paio di cantieri. Si moltiplicano episodi di incontro e unità fra lotte diverse. Per esempio, a Modena ci si è aiutati reciprocamente ai picchetti fra i lavoratori della scuola, sulle loro scadenze, e gli operai della FERRARI contro gli straordinari al sabato. Situazioni non occasionali, ma che riflettono tensioni reali a far fronte comune, percependo che i vari attacchi sono sottesi dalla stessa logica, dalla stessa politica economico – sociale.
A Brescia e Milano si creano due situazioni di aggregazione attorno alla lotta dei migranti per la regolarizzazione. Soprattutto a Brescia, la lotta ne coinvolge migliaia – è una delle province a più alto tasso d’imigrazione, ben 180’000 su 1’200’000 abitanti – e, dopo alcune settimane di sviluppo si arriva ad una manifestazione con 5’000 partecipanti, che sfocia in tafferugli e nell’occupazione di una gru edile, in pieno centro città. Viene issato lo striscione “Lotta dura senza paura!”. L’attenzione cresce attorno alla Piazza che diventa epicentro di mobilitazione e di ripetuti affrontamenti con la polizia. Reti antirazziste, nuclei operai e sezioni sindacali, studenti e lavoratori della scuola si raccolgono attorno. Significativa la presenza degli operai delle cooperative logistiche, provenienti anche dalle famose lotte, a conferma del peso specifico di questo settore. Arrivando persino ad una manifestazione con 10’000 partecipanti, il 6 ottobre.
L’occupazione della gru si concluderà dopo 17 giorni! Con una vittoria pagata a caro prezzo, poiché i permessi di soggiorno temporaneo conquistati sono seguiti immediatamente da rappresaglie, come l’espulsione di alcuni dei protagonisti. Resta il dato fondamentale della grande mobilitazione sollevata, della dinamica innescata.
In questo periodo montano anche episodi di contestazione ai sindacati collaborazionisti CISL e UIL soprattutto. Sono episodi minori, poco consistenti, che però tengono viva l’attenzione sulle questioni centrali dello scontro e sulle necessarie linee di frattura. E tanti momenti di tensione e scontri sui territori dove la mobilitazione popolare fronteggia le devastazioni capitalistiche: discariche di rifiuti, grandi opere, dissesto idrogeologico e terremotati, ecc. Le violenze poliziesche non si contano, alcune particolarmente gravi come a Terzigno(NA) o, sempre a Napoli, nell’irruzione dentro il teatro San Carlo occupato simbolicamente dai precari della scuola e della Ricerca, e con la solidarietà dei musicisti; così come non si contano denunce, fermi e misure di sorveglianza.
A quest’onda sociale montante contribuiscono pure movimenti trasversali e storici come quello per la casa che, per altro, conosce una nuova stagione con la nota drammatizzazione provocata dalla crisi dei mutui. Si estendono le forme di occupazione e resistenza, sia organizzata che di gruppo nei quartieri. E nuovi movimenti, molto coinvolgenti, come quello a difesa dell’acqua-“bene comune”, molto importante per le varie questioni sociali che tocca. Ed è in questa congiuntura, in quest’onda montante che emerge la FIOM, come soggetto di riferimento e catalizzatore. È stata soprattutto la resistenza a Pomigliano a farla ergere come “ultimo baluardo” all’offensiva borghese, che si avvale della complicità di quasi tutti i partiti e sindacati. Gran parte dei movimenti, sindacati di base, settori in lotta (ecc.) le riconoscono sia una certa coerenza nell’opposizione, sia la dimensione e la forza necessaria.
S’intende qui la percezione ed il riconoscimento sul piano ampio di massa, poiché in realtà FIOM non è così intransigente come parrebbe. La storia degli anni precedenti è comunque di concertazione e subalternità al sistema capitalistico. Fino a rendersi complice di FIAT nella repressione dell’area operaia del COBAS di Pomigliano, “deportata” nel reparto-confino di Nola. In questa stessa tornata del 2010, FIOM ha dato anche disponibilità alle concessioni sul piano dello sfruttamento, mentre si è sollevata contro l’attacco ai suoi spazi sindacali (anche se ciò non ha valore corporativo, anzi, essendo un attacco in profondità alla possibilità stessa dell’organizzazione operaia in fabbrica).
È cosi che si arriva a una giornata marcante, il 16 ottobre. Giornata di sciopero nazionale dei metalmeccanici, che vede sancire questo ruolo acquisito da FIOM. Un grande successo ed una grande dinamica che si intensifica fra i movimenti sociali. Ancor più in risalto rispetto all’abiezione dei sindacati collusi che, dopo tutto un periodo passato a boicottare la resistenza e la semplice partecipazione ad assemblee, arrivano a plateali gesti di servilismo: Bonanni che urla in piazza, fra i crumiri del 16 ottobre, “10-100-1’000 Pomigliano”.
L’importanza di questa giornata la si vedrà subito nei giorni seguenti, con il diffondersi della spinta di massa e di settori militanti a fare fronte, a cercare unità. Naturalmente questa spinta vive nel magma della realtà di classe, ancora fortemente attraversata dalle strutture para – istituzionali. Esempio più evidente ne è il formarsi del coordinamento “Uniti contro la crisi”, in cui due pilastri sono la FIOM e l’area disobbediente. Esso tiene un suo meeting costitutivo, di 2 giorni, al Centro Sociale di Marghera e dà risonanza e amplificazione a realtà locali che già si battono su questo orientamento “Uniti contro la crisi” – “la vostra crisi noi non la paghiamo”, ecc.
Così, indicativamente, negli stessi giorni vediamo scioperi e manifestazioni locali, di città-porto come Ancona, unificati dietro queste parole d’ordine. Sia scioperi operai, sia insistenti iniziative di occupazione di case (soprattutto a Roma e dintorni) e di lotte territoriali come quelle in Campania. Anche nella Logistica si ravvivano i focolai: la lotta presso la cooperativa CLO, su un sito del grande gruppo di distribuzione BILLA, sempre nella grande area metropolitana milanese. Attorno agli operai, il coordinamento territoriale (attivatosi dalle precedenti esperienze) ha dato il via a presidi e contestazioni davanti a supermercati di questa catena; “Unirsi contro lo sfruttamento e la precarietà!” e ha messo su una Cassa di Resistenza. Pratica estremamente giusta ed importante per dare possibilità di tenuta e continuità ad uno sciopero, soprattutto in questi settori dove la condizione operaia è ancora più dura e fragile.
È il caso emblematico della GFE di Reggio Emilia. Questa cooperativa occupa addirittura 500 operai, sulle piattaforme del grande gruppo SNATT, che a sua volta lavora per grandi firme della moda, come CALVIN KLEIN, D&G, ecc. Dopo i miglioramenti conquistati un anno fa, principalmente la paga oraria portata a 7,5 euro, GFE ha contrattaccato spezzettando il lavoro tramite sub-appalti ad altre due COOP alle quali ha riversato più di 200 suoi dipendenti. Ha creato essa stessa una situazione di precarietà aggravata del ciclo produttivo; prendendo infine questa situazione a pretesto – l’incapacità a mantener gli impegni – per procedere a massicci licenziamenti e per ritornare ai precedenti 5 euro orari.
Vicenda che mette in luce le dimensioni di questo ormai famoso segmento logistico – imprese e cooperative – che per quanto frammentato, concentra migliaia di dipendenti. È forte il livello di sfruttamento e flessibilità/precarietà (ricordiamo che la paga oraria a 7,5 euro è una conquista e che nella maggioranza dei casi è ancora inferiore). La lotta, come in questo caso, è un braccio di ferro prolungato nel tempo, i capitalisti cercando di invalidare subito eventuali avanzamenti operai.
Ma bisogna dire che in questo autunno è anche il movimento di scuola-università a tenere banco. La sua ascesa è netta, nel corso dell’anno, con ripetute giornate d’azione che vedono fino 200/300’000 manifestanti su più di cento piazze e in sintonia con quelle britanniche, francesi, tedesche, greche, e pure dell’Est-Europa. È un movimento che conosce un vero salto di qualità nei contenuti sempre più anticapitalistici e nella determinazione allo scontro. E così si arriva al 14 dicembre, a Roma.
Le immagini, da sole, ci dicono quello che è avvenuto: per la prima volta da tanti anni, è una piazza di massa che ha voluto lo scontro sotto i palazzi del potere. E ciò è successo pure a Palermo e Torino. Una piazza che non ha arretrato di fronte alla violenza repressiva e che ha rivendicato questa scelta. Il dibattito che è seguito, su web e giornali, è molto indicativo. A dargli ancor più spessore è stata la convergenza di altri settori in lotta (operai FIOM, USB, COBAS, comitati territoriali) e precisamente nella tensione a provocare una possibile crisi governativa. Si sa l’esito negativo che ha avuto, ma ciò non inficia il grande sviluppo dei movimenti di massa e quindi il potenziale per il futuro. Il fatto sostanziale più importante, e di cui la disponibilità allo scontro è conseguenza, è la presa di coscienza rispetto a un sistema chiuso, blindato ai bisogni basilari delle grandi masse: ciò che si esprime negli slogan “Ci rubano il futuro – ci rubano la vita”. E finalmente si diffonde la consapevolezza che non ci si può attendere nulla dai palazzi del potere e che l’unica cosa che conta è la costruzione del rapporto di forza. Così è percepito il quadro europeo di queste politiche, e cioè il “Patto di stabilità”. Un seguito al 14 dicembre è nella settimana stessa il 22. L’enorme dispiegamento preventivo (poliziesco e mediatico) per inquadrare la manifestazione, ne impedisce un analogo svolgimento. La mobilitazione è stata egualmente consistente e con vari episodi specifici: a Roma, ha invaso qualche periferia, andando verso i quartieri e le loro realtà organizzate, all’insegna della lotta contro la precarietà (in tutti i sensi, di lavoro e condizioni di vita). Ritornando poi alla “Sapienza” per esprimere solidarietà agli operai che vi lavoravano su dei cantieri, colpiti dalla morte di uno di loro (immigrato tunisino). Attacchi mirati ci sono stati a Genova, contro il giornale dei padroni e contro la CISL, e a Palermo, dove anzi si è ripetuto l’assedio violento ai palazzi governativi. A Bologna forti movimenti unitari operai-studenti. Dal lato istituzionale si segnalano due interventi significativi: la neo-segretaria generale CGIL, Camusso, dice “No allo sciopero generale”, mentre il ministro Gelmini vuole “archiviare il ’68 e distribuire una Bibbia a ogni allievo”.

GENNAIO, OFFENSIVA SU MIRAFIORI

Inutile ripetere i dettagli da tutti conosciuti, bensì va ribadito il senso di un attacco di portata “storica” per la gravità del suo contenuto e per la centralità anche simbolica di Mirafiori nel corpo di classe. Tant’è che esso ha rapidamente polarizzato lo schieramento di classe in tutta Italia. Scioperi di solidarietà, prese di posizione, iniziative, sono state diffuse; molto forte ancora una volta la convergenza del movimento studentesco, fino alla presenza militante ai cancelli (come negli anni ’70). Convergenza anche tra FIOM e USB, lungo tutto il periodo di mobilitazione. Di nuovo, come a Pomigliano, presenza di “Immigrati auto-organizzati di Torino” con striscione “senza diritti siamo solo schiavi !”, richiamando all’unità necessaria di fronte ad attacchi dello stesso nemico, ed all’interesse comune che si gioca in ognuna di queste battaglie. Proprio in gennaio, infatti, ricorreva l’anniversario di Rosarno; ciò che è ribadito con una manifestazione organizzata dalla CGIL a Rosarno con circa 600 partecipanti (per lo più operai), poi spostatasi pure a Reggio. Riaffermando l’avanzamento, seppur minimo, imposto con la propria nuova presenza sociale e militante, con il coraggioso contrasto al blocco sfruttatore. Ancora una volta scende una delegazione da Tychy, con striscione “proletari di tutti i paese uniti !”. E un altro fatto interessante avviene alla Zastava di Belgrado, quell’altra fabbrica giocata da FIAT in concorrenza proprio a Mirafiori. Lo Stato, suo principale proprietario, ha iniziato la fase preparatoria per il piano FIAT, licenziando i 1’600 dipendenti per riassumere in seguito secondo il criterio di una “New Company” – da notare che questi 1’600 sono fra quelli che nel ’90 difesero la fabbrica dai bombardamenti NATO, rimettendola poi in moto. In questi giorni in gennaio si sono messi in sciopero contro i licenziamenti e il piano in corso. Sciopero che è stato stroncato con il ricatto sui sussidi di disoccupazione. Nonostante la sconfitta ed il clima regnante, un responsabile sindacale fa appello all’unità internazionale, ricordando la solidarietà operaia ricevuta ’99 e dopo: “Solo con un coordinamento stabile e con scioperi internazionali del gruppo FIAT si potrà rispondere alla sua politica di sfruttamento e concorrenza”.
Dopo altre iniziative molto partecipate – la fiaccolata una sera a Torino e un meeting di “Uniti contro la crisi” nelle Marche, attorno CNH di Jesi in lotta, anch’essa sempre presente sul fronte FIAT, cosi come la PIAGGIO di Pontedera- si giunge allo sciopero dal 28 gennaio.
Le cifre di adesione variano dal 60% della FIOM al 18% di FEDERMECCANICA. Ma non ingannano le cifre sulle manifestazioni: 40.000 a Torino, “persino troppi rispetto alle aspettative”, e molta lunga la lista di fabbriche partecipanti. A Cassino, dove lo sciopero ha coinvolto ampiamente l’indotto, c’è stato corteo fino al centro-città.
A Massa-Carrara 10’000 in corteo attorno ai licenziati della EATON. Ovunque FIOM e COBAS insieme, mentre sono frequenti gli attacchi ai sindacati di regime (piccoli atti dimostrativi ma comunque significativi e diffusi).
Infine il voto al referendum. E cioè una manifestazione di notevole resistenza operaia che conferma e approfondisce quella rivelatasi a Pomigliano. Il risultato è stato tanto più eclatante quanto più forte era la pressione ricattatoria, l’assedio politico-istituzionale dispiegato tutto attorno alla classe operaia. È stato proprio come votare “con la pistola puntata in testa”.
Purtroppo ora questo risultato, indubbiamente forte e che si riversa su tutto il movimento di classe è anche sminuito dall’infinito protrarsi della Cassa Integrazione. Questa non solo sfianca e impoverisce ma è anche un oggettivo impedimento al conflitto e all’organizzazione. Il dato principale però resta la dimostrazione di resistenza e orgoglio operaio. Che, incrociandosi con i precedenti ed attuali avvenimenti del fronte di classe, ne amplifica forza e contenuti. Episodi del genere sono marcanti e incidono sui caratteri generali del movimento di classe.
In senso contrario, negativo, si è data infine la vicenda alla ex-BERTONE (terza fabbrica FIAT ad essere investita dalla strategia New-Company). Qui il ricatto era ancora più pesante, la fabbrica essendo ferma da anni e quindi la FIAT ponendosi come ultima “salvezza”. Ma, paradossalmente, la schiacciante forza della FIOM, non è servita a ribadire la resistenza di Mirafiori e Pomigliano. Perché qui la questione si poteva porre solo come sua generalizazzione alle altre fabbriche, come fronte di lotta contra la strategia FIAT. Ciò per cui, appunto, vi erano delle possibili premesse. Perciò risalta ancor più la vera natura subalterna della stessa FIOM, che non si sogna certo di sollevare una forte lotta di classe contro il grande padrone. La capitolazione in questo caso è stata scioccante e rivelatrice. Ancora una volta l’unica via è quella all’autonomia di classe!
MIRAFIORI. FIAT Auto ha conservato solo il segmento centrale (carrozzeria) e quello finale (assemblaggio), con 5.500 addetti circa. Mentre ha scorporato le Meccaniche nell’altra sua nuova società, POWERTRAIN, con circa 1.500 addetti; lo stampaggio (presse) addirittura esternalizzato, cioè venduto ad una società non FIAT, ma sempre interno a Mirafiori, con altri 1.200 addetti; cosi pure la logistica, venduta alla multinazionale USA TNT, altri 500 addetti.
Quindi, in totale: il ciclo di produzione AUTO completo in Mirafiori occupa quasi 9.000 addetti. Divisi però, ed è questa la pesante involuzione dal punto di vista di classe, addirittura in quattro società diverse, di cui una non è nemmeno metalmeccanica, ma di terziario (TNT). Infine, vi sono oltre 5.000 impiegati, tecnici e ingegneri di così detti Enti Centrali, cioè il cuore progettuale e ingegneristico della FIAT.
In tutto a Mirafiori lavorano intorno ai 15.000 dipendenti.
PORTO MARGHERA. Conta attualmente 13.000 salariati, sparsi su circa 350 imprese. Il confronto di massima è con i 40.000 di fine anni ’60, su circa 200 imprese. Fra queste, il Petrolchimico è passato dagli allora 12.000 agli attuali 2.000 addetti. Cioè vi si vedono i fenomeni di riduzione della grande impresa, di frammentazione e di crescita di peso specifico del settore “terziario”. Oggi infatti, solo la metà dei 13.000 salariati sono del settore industriale.
Le attività principali sono diventate quella portuale e la cantieristica. Ma sopratutto è diventata percentualmente molto consistente la piccola impresa (fino a 50 dipendenti), occupando 5.000 salariati; principalmente in attività di terziario e servizi alle imprese, cioè in realtà in decentramento,esternalizzazione

DAL MAGHREB ALLA NUOVA ONDATA INTERNAZIONALE?

Questi scossoni nella lotta di classe interna risentono ovviamente, di altre potenti scosse provenienti dai dintorni.
E le rivolte arabe partono negli stessi giorni di gennaio. Non entriamo più nel merito ma rileviamo il fatto più semplice e essenziale: un simile scoppio di tutta l’area araba, dovuto principalmente alle dinamiche di crisi capitalistica, ha/avrà un effetto moltiplicatore, d’impulso tutt’intorno. In primo luogo sull’area euro-mediterranea, dove la commistione, l’osmosi di classe è strutturale e storica.
Un episodio ne è immediato esempio: a Palermo un ambulante marocchino, esasperato dalle angherie poliziesche, si è dato fuoco. Suscitando proteste e solidarietà fra la comunità di immigrati, per parecchi giorni, con evidenti richiami al filo che lega le condizioni di oppressione fra i due bordi del Mediterraneo. Episodio che si inserisce nel tessuto di una metropoli attraversata da tante tensioni e focolai di lotta: da FINCANTIERI agli studenti, dai disoccupati alla lotta per la casa.
Fino alla recente lotta dei dipendenti di grosse aziende di servizi, in subappalto dal Comune; fra cui i 2’000 della GESIP che stanno dando luogo ad una continua “guerriglia” urbana, con blocchi stradali, irruzioni in sedi pubbliche, scontri di piazza.
Ma le rivolte arabe risuonano fin nel cuore dell’Impero. In Wisconsin (USA), le incredibili manifestazioni e invasioni del palazzo governativo (il Capitol), occupato per diversi giorni di seguito, dove si urla al Governatore “Walkers degage!” (in francese come in Maghreb). Mentre risuonano altre parole d’ordine in eco ai movimenti europei contro lo smantellamento del “wellfare”, contro la crisi ed il capitale finanzario; in eco alla FIAT e altre fabbriche, contro la repressione antisindacale e l’introduzione di nuovi contratti, che vengono compresi nel loro carattere devastante rispetto alle possibilità stesse di essere classe.
Movimento che si è esteso rapidamente in altri stati confinanti, quelli cioè della cintura di antica industrializzazione attorno ai grandi laghi e che ha trovato comunque echi di solidarietà in tutte le metropoli USA.
Movimento che si installa nelle lunga durata, nel braccio di ferro con il potere e la sua offensiva, imperniata anche sulle questione dei debiti pubblici e su una soluzione di tipo tatcheriano. Questo movimento trova amplificazione in altri fenomeni di resistenza. Per esempio, quella interna ai quartieri, con le requisizioni di case abbandonate per insolvenza da subprime. Pare che questo fenomeno sia molto diffuso, pur se difficile da quantificare, trattandosi di azioni “selvagge” di piccoli gruppi, talvolta sostenuti dai vicini di quartiere. Le azioni consistono nella resistenza alle espulsioni, nella rioccupazione di case svuotate (e lasciate in abbandono dalle banche), fino alla vandalizzazione di quelle che non si riesce a rioccupare (cioè al recupero del recuperabile, porte, finestre, ecc. e distruzione del resto per fare “danni alle banche”). Ciò che dà idea di consistenza e di diffusione del fenomeno è il formarsi di associazioni, legali o meno, di supporto (ve ne è una lista). Una delle loro attività consiste proprio nel reperire case sfitte e organizzarne l`occupazione; ma anche la battaglia legale in tribunale, organizzandovi il sostegno popolare. Ed è in margine di queste iniziative che gruppi più radicali hanno individuato banchieri e dirigenti, contro cui hanno poi organizzato attacchi, sia alle persone che alle loro sedi e abitazioni.
In trama, l’attività solidaristica di mutuo soccorso è diventata vero asse portante di questo associazionismo popolare. Estendendosi pure al campo scolastico e sanitario. Ciò è significativo sia della reale consistenza di queste resistenze, sia della loro drammaticità poiché sono forme che emergono laddove la crisi e lo scontro sono diventati virulenti: si pensi all’Argentina del 2000, ora alla Grecia… L’auto-organizzazione di massa è sia strumento di lotta, sia strumento di sopravivenza, talvolta di concreta, benché grossolana, riorganizzazione sociale nei quartieri (questo ovviamente nelle situazioni di grande massificazione).
Ma anche sul fronte delle fabbriche c’è da rilevare un evoluzione parallela a quella FIAT: cessione di stabilimenti e loro riapertura come New Co, con tutto il correlato sui livelli di sfruttamento. GM, nel corso del 2010, decide di chiudere uno stabilimento di stampaggio a Indianapolis (sempre nella suddetta cintura industriale), con 630 addetti. Il nuovo contratto prevede il taglio salariale alla moda in USA: dai 29 dollari orari ai 14/15! Più altri tagli sui contributi previdenziali, sanitari, ecc. Il potente, e unico, sindacato UAW firma e fa basse manovre per impedire qualsiasi risposta operaia. Ma gli va male: trova forte resistenza, i burocrati vengono impediti di parlare in assemblea e il referendum (per quanto a voto segreto e pilotato) vede un fragoroso NO di 457 votanti sui 630 dipendenti. Di nuovo da manuale, il nuovo padrone si ritira e la UAW toglie la copertura finanziaria ad un eventuale sciopero (in USA questa copertura è un compito da statuto sindacale).
Si costituisce allora un Comitato di Lotta, che indice lo sciopero e tenta da subito, di allargarlo ad altre fabbriche, GM e non solo. Per ora gli operai sono riusciti ad ottenere solo una deroga alla chiusura, a fine 2011.
Però questo scontro esemplare sta facendo scuola. Alla GM di Lake Oreon (area di Detroit) il nuovo contratto prevede il taglio-salari della metà per i nuovi assunti e viene firmato dalla UAW senza la minima consultazione di base – interessante notare già la nuova composizione di classe, con 800 salariati “normali” e 1’600 a mezzo salario! Nonostante ciò, si riproduce l’appello di Indianapolis a formare comitati di resistenza e si diffonde molto l’utilizzo di Internet nel tessere queste reti di contatti ed iniziative. Fra cui, quest’ultimo comitato riesce a portare 200 operai a picchettare la sede UAW (!) di Detroit, per protestare contro l’accordo. Altre iniziative e lotte analoghe avvengono sempre nell’estate-autunno 2010, in grandi fabbriche metalmeccaniche: la NUMI in California, la fonderia NAVISTAR e la NEXTER AUTOMATION in Michigan. I giornali-media ne parlano come di fenomeno che si va diffondendo.
Quindi, il dato rilevante è una certa sintonia, sia dei caratteri dell’attacco padronale di fase, sia del tipo di risposta operaia, attraverso i grandi centri imperialisti. La stessa fonte, militante, di questi dati sulle lotte presso GM, sviluppa poi considerazioni generali sulla fase e sulle prospettive per la lotta di classe. Cita il dibattito e gli orientamenti dottrinali nei circoli dirigenti USA: da Robert Gates, che evoca spesso la problematica del “nemico esterno e di quello interno”, come tendenza sempre più concreta; alla ripresa del testo classico di Frank Kitson “La vigilia della guerra” (manuale di riferimento della Controinsorgenza, opera teorica del ’71, basata sull’elaborazione delle grandi esperienze sui fronti del Tricontinente, negli anni ‘50/’60, di questo comandante); all’opera tutta fresca di D. Petraus “Counter Insurgency”, frutto del suo impegno in Medio Oriente/Afghanistan.
L’evocazione è insistente su inevitabili futuri scoppi di violenza sociale e estremista, pure negli USA, comportanti pure il rischio rivoluzionario. Il paragone più ricorrente è quello con gli anni ‘20/’30!
La classe dirigente USA sembra consapevole della degradazione sociale che va diffondendo e vi risponde con le consolidate politiche di criminalizzazione/carcerizzazione della stessa povertà (buoni ultimi questi operai ribelli e i resistenti dei quartieri devastati). E con la dichiarazione di controrivoluzione preventiva! Più chiaro di cosi…

CONCLUSIONI, PISTE…

La centralità della contraddizione di classe si conferma anche in negativo: lo stagliarsi cosi netto del Capitale Finanziario, come soggetto principe della crisi e delle politiche antisociali da esso alimentate, rende chiaro come non mai il dominio sociale di una classe. Come l’ha detto recentemente il miliardario USA Warren Buffet, “la guerra di classe esiste. È quella che la classe dei ricchi conduce contro quella dei poveri. Ed è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta vincendo”.
Per ora….
Quindi il vero problema sta all’altro polo, sta nel realizzare il percorso di  ricostruzione di classe operaia e proletariato in quanto soggetto cosciente e determinato, ciò che può darsi assumendo il terreno imposto dalla borghesia stessa e da tutto il decorso storico: la guerra di classe!
Ma la centralità emerge anche dalla dinamica di lotta e movimenti sociali. Di nuovo si impongono quelli nei principali cicli di produzione, proprio perché sono l’epicentro dell’offensiva capitalistica: la grande battaglia si dà sempre sui livelli di sfruttamento, ed il suo esito nelle grandi fabbriche s’irradia su tutto il corpo sociale.
Per di più questa battaglia si articola mondialmente. Il ricatto alla delocalizzazione, la riorganizzazione mondiale e continua dei cicli e dei siti (mettendo in diretta concorrenza operai e politiche salariali), sono diventate l’asse portante dell’offensiva capitalistica. Che si voglia o meno, bisogna imparare a rapportarsi e ad organizzarsi con la classe operaia di altri paesi: non è più questione di scelta politica, è una necessità!
Ma è chiaro che questo apre pure prospettive grandiose per un nuovo Internazionalismo, per la Rivoluzione!
Costruire il fronte di lotta della classe operaia, dalla grande fabbrica a quella diffusa sul territorio e sul piano internazionale è il compito che si situa al centro della contraddizione capitale/lavoro per come si presenta oggi (per come ce la impone la FIAT, fra Pomigliano, Mirafiori, Tychy, Kraguyevac, Betim, e ora pure Detroit e Canada).
Infatti un’aspetto molto interessante che emerge da varie lotte di questi anni è l’aumentata incisività e peso contrattuale, proprio in causa della nuova configurazione dei cicli produttivi. Essendo questi improntati sui principi di “ciclo snello” e “flusso teso”, cioè connettendo una rete di imprese specializzate in componenti e/o sotto sistemi del prodotto-finale, confluenti alla casa-madre, allo stabilimento principale, solo per l’assemblaggio finale, questi cicli produttivi presentano una grossa fragilità proprio perché lo stabilimento è stato frammentato in una rete sul territorio, riducendo al minimo magazzini di scorte e “polmonature”; e, tramite l’informatizzazione, sempre a rete, fra siti produttivi e terminali commerciali, rispondendo in tempo reale alla domanda di mercato, alla sua volubilità. Ciò che viene detto anche nella formula “Una volta si vendeva ciò che si produceva, oggi si produce quello che si vende”. È questa l’organizzazione di ogni filiera produttiva – auto, elettrodomestici, telefoni… – rafforzando la struttura di filiera (al posto della grande fabbrica autosufficiente di una volta).
È chiaro che intervenire con la lotta dentro una tale sistema, in un suo qualsiasi segmento ha un impatto pesante; significa interrompere il flusso, arrestare rapidamente l’intero sistema. Lo si è visto già in diverse occasioni: sia a Melfi nel 2004, che alla GM, alla FORD e ben altre nel mondo. Buon ultima la famosa rivolta alla FOXCONN in Cina, che ha imballato fabbriche di telefoni e computer fino negli USA, facendo accorrere APPLE e altri grandi committenti per far finire lo sciopero. Anche questo spiega la linea FIAT, di controriforma globale delle “relazioni industriali”, mirante a neutralizzare preventivamente qualsiasi possibilità di conflitto.
Ma questo, soprattutto, ci dimostra che è possibile lottare e vincere! È possibile rivolgergli contro i nodi di fragilità del loro prezioso sistema, trasformandoli in punti di forza. E, come già sulla catena di montaggio, modellare una nuova organizzazione operaia.
Da questa nuova grande fabbrica, diffusa sul territorio, la contraddizione si irradia a tutti gli altri settori che, concentricamente, ruotano attorno partecipando, in intensità graduale, al ciclo complessivo del Capitale sociale e/o alle funzioni dello stato borghese. Ciò che vediamo attraverso tutte le politiche di demolizione della “spesa sociale” e di estensione dei criteri capitalistici fin dentro i settori di pubblico impiego relativamente più “protetti”. Dinamiche che abbiamo visto esplodere dal 2010 in tutti i paesi europei, con il conseguente formarsi di grandi movimenti di resistenza. In particolare quello attorno scuola-università si dimostra sempre fonte di grandi energie che possono diventare vettore militante di diffusione e connessione sociale (come dimostra il ruolo dei giovani studenti disoccupati nelle rivolte arabe).
La questione giovanile è diventata ancor più drammatica, situandosi all’incrocio fra disoccupazione, precarietà prolungata, svalorizzazione dei titoli di studio, perdita preventiva dei diritti sociali; il tutto confluendo a caratterizzare gran parte della gioventù in quanto esercito industriale di riserva. Struttura portante del modo di produzione capitalista che agisce pesantemente nelle fasi di crisi acuta. Sull’esercito industriale di riserva si gioca una partita decisiva, perché è sulla possibilità di parte capitalistica di alimentarlo e rinnovarlo costantemente, talvolta potenziandolo drasticamente – tramite le grandi ondate migratorie o con l’irruzione dei bassissimi salari tricontinentali sul mercato del lavoro, fin qui dentro le metropoli centrali – che si determina gran parte del rapporto di forza generale fra le classi.
Esempio attuale ne è quella fascia di operai gravitanti sul settore della Logistica: in gran parte migranti e occupati sotto le varie forme della precarietà, sempre sul margine del ricatto più totale. Però le loro lotte stanno rovesciando in elemento di forza il fatto di essere inseriti in un segmento, oggi particolarmente sviluppato e necessario, dei moderni cicli produttivi. Stanno favorendo percorsi di ricomposizione territoriale, di aggregazione nel reticolato della fabbrica diffusa e frantumata. Sono esperienze che finalmente cominciano e stravolgere la geografia della fragilità proletaria in nuove possibilità/capacità di lottare e di incidere sui “nuovi” cicli produttivi. E ad incentrare sempre di più la lotta dei migranti sul fronte del lavoro, cogliendo cosi il vero nodo che tiene insieme gli altri aspetti dell’oppressione: razzismo, repressione poliziesca, condizioni sociali.
L’interruzione/blocco negli snodi dei flussi produttivi/commerciali, le cosi dette piattaforme logistiche, è un significativo ampliamento delle odierne forme di lotta. Di cui il caso finora più massificato è quello dell’autunno francese, con il grande blocco di raffinerie, depositi, aree industriali e logistiche. Si sviluppa l’organizzazione territoriale, coinvolgente i tanti settori che, sa soli non possono scioperare; imponendo la forma di lotta dello “sciopero dall’esterno”.
Esperienze su cui sta avanzando il dibattito e la maturazione di coscienza sulle implicazioni ed i possibili sviluppi. Perciò anche la ricerca-inchiesta militante possono svilupparsi per approfondire la conoscenza di queste nuove realtà e per coglierne le possibilità di organizzazione.

Dichiarazione in solidarietà con gli ergastolani in lotta

Come prigionieri comunisti esprimiamo la nostra piena solidarietà agli ergastolani, nuovamente in lotta, dal 1° dicembre ’08, contro il “fine pena-mai!”.

È una lotta giusta perché, portando in primo piano l’aberrazione dell’ergastolo, smaschera concretamente l’ipocrisia della funzione “rieducatrice” del carcere. Una lotta che si colloca in un momento di grave decadimento delle condizioni di vita in tutto il sistema carcerario italiano. Le “normali” costrizioni repressive sono acuite in una situazione di sovraffollamento, spinta al limite della sopportabilità. Nella media, 2/3 detenuti sono costretti in celle concepite  per una sola persona (con picchi fino a 5).
Questo è uno dei risultati del decadimento generale delle condizioni di vita di gran parte delle masse popolari, e delle campagne repressive che la borghesia e le sue istituzioni mettono in atto per far digerire alle masse stesse gli effetti della crisi del suo sistema.

Questa crisi infatti approfondisce tutte le contraddizioni.
Per gli imperialisti diventa necessario militarizzare il territorio ed aumentare la carcerazione anche nei paesi cosiddetti “avanzati”, dove si estende l’uso della repressione contro le lotte sociali (come nel caso delle denunce a studenti e operai).
Allo stesso modo diventa necessario sviluppare guerre vere e proprie, per l’accapparamento delle risorse e per imporre soglie maggiori di sfruttamento nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo.

La lotta contro l’ergastolo ha il valore di essere un segnale controcorrente. Contro la repressione, contro le logiche securitarie, contro il martellare reazionario sulla sicurezza con cui il governo della borghesia ammorba i rapporti sociali, per mantenere il controllo coercitivo sulle masse e riprodurre il suo potere.

Militanti Comunisti prigionieri del processo PCP-M.
Milano, novembre 2008