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Corte d’Appello di Parigi. Prima Camera d’Accusa – Documento delle militanti BR-PCC Simonetta Giorgieri, Carla Vendetti e dei militanti rivoluzionari Nicola Bortone e Gino Giunti allegato agli atti

In quanto militanti delle BR-PCC e militanti rivoluzionari vogliamo ribadire come, al di là delle formule e dei riti giuridici, questa istruttoria, che si trascina da due anni, risponde unicamente agli interessi della classe dominante e non ha nessuna legittimità dal punto di vista della legalità proletaria, la sola che riconosciamo.

E per parte proletaria l’attività rivoluzionaria delle BR-PCC è ampiamente legittimata nella misura in cui la nostra Organizzazione ne rappresenta e ne porta avanti gli interessi generali al punto più alto dello scontro, di contro agli interessi e al dominio borghese.

Nel contesto attuale, gravido di crisi e tendenza alla guerra, la strategia e la linea politica delle BR mantiene la sua piena attualità. Emerge infatti sempre più netta la collocazione degli interessi contrapposti e la loro possibile alternativa di sviluppo. Allora mentre la borghesia pretenziosamente fa l’apologia della sua onnipotenza ed eternità, vediamo dove si collocano realmente i fatti dal punto di vista di classe.

L’annessione della RDT da parte della RFT, la guerra di aggressione in Medio Oriente poi, sono stati due momenti culminanti, come tappe da assestare nel contesto internazionale, di un unico processo che avanza a suon di forzature e rotture negli equilibri internazionali, su piani diversi ma complementari e convergenti: la tendenza alla guerra. È l’accumularsi critico della crisi generale di sovrapproduzione assoluta di capitali e mezzi di lavoro che non possono operare come tali, a produrre oggettivamente la tendenza alla guerra. Mano a mano che le controtendenze messe in campo, sia in termini spontanei dal capitale stesso, sia come politiche economiche mirate, esauriscono i loro effetti sulle conseguenze più laceranti della crisi e le contraddizioni si presentano come sempre più profonde e generalizzate, la necessità di darvi soluzione si sposta sul piano politico sul quale le contraddizioni accumulate premono per portare a maturazione le premesse per uno sbocco bellico.

Solo una guerra devastante e mondiale che distrugga capitale, forza-lavoro e mezzi di produzione, e che ridefinisca parallelamente gli equilibri internazionali per una nuova divisione globale del lavoro e dei mercati e delle sfere di influenza, può aprire la strada ad un nuovo ciclo espansivo dell’imperialismo.

Per il carattere stesso della crisi economica e per il grado di approfondimento raggiunto, la parziale estensione dell’ambito di penetrazione dei capitali che può essere perseguita attraverso annessioni e aggressioni – in generale la semplice espansione del mercato dei capitali – non è sufficiente a risolvere la questione della valorizzazione.

Le operazioni in atto di penetrazione del capitale finanziario e industriale verso l’Est si rivelano inefficaci per il rilancio del ciclo economico capitalistico: mentre prefigurano la direttrice su cui l’imperialismo cerca lo sbocco alla sua crisi, non fanno altro che aggravare lo stato di crisi economica.

Per la ripresa dell’accumulazione capitalistica su scala adeguata al livello di sviluppo dell’imperialismo, è necessaria una rottura ben più drammatica e complessiva – che è la tendenza che informa gli attuali passaggi – sintetizzabile nella dinamica distruzione/ridefinizione/espansione. Una dinamica che matura sull’asse Est/Ovest, anche perché i paesi dell’Est (a differenza ad esempio dei paesi della periferia) sono un campo economico sufficientemente sviluppato a livello industriale e delle infrastrutture da consentire un’adeguata ripresa del ciclo economico, una volta distrutto il sovrappiù di capitale prodotto, ridefinite su nuove posizioni la divisione internazionale del lavoro e dei mercati a scapito dei paesi dell’Est e ridisegnate le aree di influenza mondiali.

Dunque la presenza e l’individuazione di questo terreno come adeguato e complementare per l’impiego dei capitali sovraprodotti, è di fatto uno dei sintomi dell’approfondimento della tendenza alla guerra. Allo stesso modo, altrettanti segnali in questa direzione sono sia la politica di riarmo, che tende sempre più ad allargarsi a tutta la catena come terreno privilegiato di politiche economiche, sia il salto in avanti nel processo di concentrazione/accentramento del capitale che ha il suo perno nel mercato europeo.

Tutte dinamiche concrete che come marxisti analizziamo tenendo però sempre presente che il passaggio dalla tendenza alla guerra alla “guerra di fatto” non è né meccanico, né predeterminato, al contrario i suoi tempi e modalità di realizzazione sono dati dalla interazione/scontro tra i concreti elementi politici coinvolti. Quello a cui si assiste attualmente è un processo di rotture nei rapporti politici e di forza tra i diversi soggetti in campo, attraverso il quale l’imperialismo punta a costruirsi il retroterra favorevole allo scatenamento della guerra “risolutrice”. Un processo che matura dentro il quadro internazionale storicamente definitosi dopo la II guerra mondiale.

Il bipolarismo sancito a Yalta e, al suo interno, il livello di internazionalizzazione/interdipendenza dell’economia capitalista nell’ambito integrato del blocco occidentale a dominanza USA, sono fattori sostanziali che hanno informato i movimenti economici e politici da 45 anni a questa parte e che attualmente prefigurano le direttrici di evoluzione delle tendenze in corso. La profonda integrazione economica, politica e militare della catena imperialista esclude che le contraddizioni che si manifestano al suo interno come prodotto della concorrenza tra monopoli, possano tradursi sul piano politico in un conflitto interimperialistico tra i paesi del blocco occidentale. D’altra parte l’assetto bipolare, nel disegnare due aree di influenza nel mondo, ha posto la contraddizione Est/Ovest come dominante la sfera delle relazioni internazionali. Questa contraddizione, lungi dal dissolversi pacificamente, catalizza come non mai i movimenti, le spinte e le rotture che riflettono e accompagnano l’accumularsi delle contraddizioni nel campo imperialista, presentandosi come il terreno di realizzazione della tendenza alla guerra: è su questo piano che si concentrano le iniziative politiche e militari dell’imperialismo per sfondare gli equilibri assestati e conquistare posizioni strategiche di forza che preludono l’escalation nel confronto con l’Est.

Il profondo indebolimento e instabilità dei paesi dell’Est, e dell’URSS in particolare, è uno dei termini su cui l’imperialismo cerca di fare leva per trarne il massimo vantaggio, operando per una maggiore destabilizzazione. Un processo che avanza da tempo a diversi livelli e che interagisce con le spinte e le dinamiche oggettive e soggettive che attraversano il campo imperialista, dando origine ad un quadro complesso e fluido in cui il rafforzamento dell’imperialismo è relativo all’indebolimento del campo contrapposto. Ridefinire sulla direttrice Est/Ovest l’assetto mondiale, non solo risulterebbe vantaggioso per il capitale che potrebbe così espandersi in un contesto economico maturo e ricettivo, ma comporterebbe anche per l’imperialismo la rimodellazione dei rapporti di dipendenza con i paesi periferici.

Infatti il carattere dominante della contraddizione Est/Ovest implica che i rapporti di forza che si instaurano e si modificano tra i due blocchi contrapposti si riflettano sul piano di contraddizione Nord/Sud che ne è direttamente condizionato, sia nei conflitti che vi si producono sia per il peso e l’estensione del dominio economico e politico che l’imperialismo esercita sui paesi terzi.

I paesi della periferia che attraverso processi di emancipazione nazionale si sono sottratti in questi ultimi 40 anni alle soffocanti leggi capitalistiche dello sviluppo ineguale, si venivano a collocare oggettivamente nello schieramento dell’Est, allo stesso modo, l’attivismo imperialista nel forzare e incrinare i rapporti politici e di forza nei confronti dell’altro blocco, si ripercuote anche sulla tendenza alla ricollocazione e recupero del controllo, economico e politico, sui paesi terzi, tendenza che procede sia in termini di strangolamento economico che di intervento militare diretto (e che comunque deve sempre fare i conti con l’indisponibilità di questi popoli a sottomettersi al dettato imperialista). Fermo restando che, a questo stadio della crisi economica, anche per assestare un quadro di relazioni sviluppo/sottosviluppo funzionale alla necessità della crisi/maturazione dell’imperialismo, è necessaria una ridefinizione globale della divisione del lavoro e dei mercati che ha il suo centro nei paesi industrializzati e nella ridefinizione dei rapporti di forza tra Est e Ovest.

A partire dall’accumularsi di fattori economici che richiedono all’imperialismo di rimettere in discussione complessivamente l’assetto post-bellico e stante le modificazioni significative sopravvenute negli equilibri Est/Ovest, l’aggressività imperialista si è dispiegata recentemente nella regione mediterranea-mediorientale evidenziando come essa effettivamente sia, e non da oggi, la regione di massima crisi nel mondo. Le contraddizioni Est/Ovest e Nord/Sud che l’attraversano assumono qui una valenza e un’acutezza tutte particolari. Si tratta infatti di un’area a carattere strategico, perché zona di confine già a suo tempo non definita dagli accordi di Yalta, perché snodo centrale nelle rotte e transiti fra tre continenti, perché fonte di risorse strategiche da tenere sotto controllo. D’altra parte si tratta di un’area a contatto diretto col mondo capitalista e in questo l’Europa occidentale, che ne ha fatto la sua naturale zona d’influenza, è interessata direttamente dai conflitti che vi si producono, la cui forte connotazione antimperialista dimostra l’alto grado di instabilità politica della regione. Tutti elementi questi che fanno di quest’area il possibile detonatore di un conflitto allargato, e che chiariscono come questa guerra rispondesse a diversi ordini di contraddizione. Obiettivo immediato dell’attacco occidentale al popolo irakeno è senz’altro la ricerca di una “normalizzazione” imperialista dell’area in cui, attorno all’attività sionista, perno della strategia USA, dovrebbe ruotare il sistema di sicurezza e stabilizzazione economica integrato nell’Alleanza Atlantica.

A partire dai rapporti di forza scaturiti da questa guerra, gli Stati Uniti in particolare e tutto il blocco occidentale puntano ad imporre più stretti rapporti di dipendenza ai paesi della regione e dettare sotto questo ferreo ordine la “soluzione politica” del conflitto sionista-palestinese e arabo-sionista. Ma la valenza e il portato dell’aggressione in Medioriente va oltre il semplice riordino delle relazioni di dipendenza nell’area, nel quadro della tendenza alla guerra essa risponde all’obiettivo di stabilire posizioni di forza per gli interessi strategici, politici e militari dell’imperialismo.

Le finalità di questa guerra, così come le implicazioni concrete maturate, sono state perseguite attivamente soprattutto dagli Stati Uniti che, nel dirigerla e gestirla senza sostanziali condizionamenti, hanno riaffermato con forza la loro egemonia nella catena. Questa è la logica conseguenza della posizione economica degli USA, paese capitalisticamente più avanzato, quindi che subisce un livello più profondo di crisi; quindi che maggiormente spinge verso lo sbocco bellico; d’altra parte si sono poste le premesse per una maggiore responsabilizzazione e operatività politica e militare dell’Europa occidentale, il cui allineamento sulle direttive statunitensi conferma come i processi di coesione europea non possono essere letti in funzione della creazione di un “terzo polo”, ma sono tutti interni al rafforzamento dell’Alleanza nel suo complesso.

Queste sono schematicamente le dinamiche in evoluzione nel mondo, portato degli scompensi dell’economia capitalistica che vedono l’Europa al centro della ridefinizione degli equilibri internazionali. Andare oltre l’apparenza per cogliere le diverse prospettive e potenzialità di evoluzione dei termini dello scontro rivoluzione/controrivoluzione, imperialismo/antimperialismo, significa da un lato registrare un approfondimento di questi termini, dall’altro cogliere come l’attivismo guerrafondaio dell’imperialismo sia un’estrema manifestazione di debolezza, debolezza strategica di un sistema economico e di dominio che deve ricorrere alla forza militare, alla distruzione e all’annientamento su scala mondiale per mantenersi e sopravvivere, e che per questo vede insorgere contro di essi movimenti di liberazione di popoli oppressi mentre, al suo stesso interno, la guerriglia si dimostra sempre più come la prassi storicamente adeguata al suo superamento. Anche la contraddizione principale proletariato/borghesia, infatti, è direttamente attraversata dagli attuali processi economici, politici e militari. Il livello di crisi/sviluppo dell’imperialismo nella fase dominata dai monopoli multinazionali-multiproduttivi, richiede altissimi tassi di sfruttamento che sono altrettante catene per il proletariato internazionale; nel contempo si evidenzia come la guerra verso cui l’imperialismo sta trascinando il mondo intero, risponde, così come tutte le guerre imperialiste che hanno insanguinato questo secolo, unicamente agli interessi della borghesia, alle problematiche e insanabili contraddizioni che sono parte integrante di questo modo di produzione. Opporsi irriducibilmente e fattivamente alla guerra della borghesia imperialista è interesse generale del proletariato che deve e può vivere concretamente all’interno di una strategia adeguata in grado di trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria: la Lotta Armata per il Comunismo. Interesse di classe che si afferma dunque nell’attività politico-militare della guerriglia, di direzione dello scontro nel centro imperialista, e che d’altra parte coincide con gli interessi dei popoli oppressi della periferia e in particolare nell’area mediterranea-mediorientale.

Le iniziative combattenti che in ogni parte del mondo hanno sintetizzato al livello più alto l’opposizione di massa alla guerra imperialista, hanno posto con forza questo terreno unitario, esprimendo un rinnovato internazionalismo proletario. Il patrimonio politico e rivoluzionario maturato dalle masse arabe in anni di lotta, resistenza e combattimento contro le progettualità mortifere dell’imperialismo per la liberazione nazionale e l’emancipazione politica e sociale, ha espresso a fronte dell’oppressione imperialista tutta la sua potenzialità. Attraverso il rifiuto radicale del nuovo ordine imperialista, della sua logica di guerra e asservimento, si sono coagulate forze e settori non omogenei ma consapevoli delle necessità di opporsi all’arroganza imperialista, che hanno manifestato nel dispiegamento dell’attività combattente il loro punto più alto, rendendo tra l’altro poco sicure le alleanze con i paesi arabi della coalizione anti-irakena e tendendo ad annullare la suddivisione artificiale della regione imposta dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi.

Un’attività antimperialista destinata a pesare sugli sviluppi di uno scontro che coinvolge interi popoli che combattono per l’autodeterminazione: un piano di scontro che per l’imperialismo è strategicamente perdente.

E questa, alimentata dalle contraddizioni proprie del rapporto Nord/Sud, non è che una delle direttrici di scontro antimperialista su cui si manifesta in termini offensivi la totale contrapposizione al “nuovo ordine mondiale”.

Nei paesi del centro imperialista quello che l’ultima operazione bellica ha reso ancor più evidente è che non si può lottare contro la guerra della borghesia imperialista con gli strumenti consentiti dalla democrazia borghese che serve, in definitiva, gli stessi interessi che portano alla guerra. Tale condizione di scontro riafferma con più forza la validità della guerriglia come unica alternativa concreta e praticabile per il proletariato alla crisi della borghesia e alla sua (relativa) risoluzione nella logica del capitale, la guerra imperialista. Questo perché la lotta armata, l’unità del politico e del militare, è l’adeguamento della politica rivoluzionaria alle condizioni generali del conflitto di classe per come si sono delineate in questa fase dell’imperialismo. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, è la giustezza dell’impostazione strategica, della linea politica e degli obiettivi di programma delle BR, maturati e praticati nello scontro in 20 anni di attività rivoluzionaria, che costituisce la grande forza strategica per il proletariato del nostro paese, risposta concreta e prospettica alla questione del potere.

Dentro ai principali assi programmatici dell’attacco al cuore dello Stato e alle politiche centrali dell’imperialismo, in dialettica con le istanze più mature dell’autonomia di classe, le BR-PCC costruiscono i termini dello sviluppo della guerra di classe di lunga durata dirigendo e organizzando lo scontro rivoluzionario: un percorso concreto che fa avanzare il processo di costruzione del PCC.

In particolare per quanto riguarda l’antimperialismo, esso si materializza nel contributo alla costruzione/consolidamento del Fronte Combattente Antimperialista, quale termine politico-militare adeguato ad impattare le politiche centrali dell’imperialismo che, in questa fase, vanno individuate nei progetti imperialisti della coesione politica europea e di “normalizzazione” dell’area mediterranea-mediorientale.

Perseguire attivamente una politica di alleanze che unifichi nell’attacco alle politiche dominanti dell’imperialismo non solo la guerriglia che opera nel cuore dell’Europa occidentale ma anche le forze rivoluzionarie che perseguono la liberazione nazionale che operano nell’area, è necessario e possibile. La necessità del Fronte Combattente Antimperialista sta dunque nel grado di integrazione, di coesione politico-militare, che caratterizza la catena imperialista in questa fase storica e che richiede un indebolimento e un ridimensionamento complessivi dell’imperialismo nell’area geopolitica europea-mediterraneo-mediorientale per realizzare il processo rivoluzionario, sia esso “classista” o “nazionalista”. La possibilità del Fronte Combattente Antimperialista sta nell’esistenza di un fronte oggettivo tra le forze rivoluzionarie che in questa regione combattono l’imperialismo, il quale, assunto come termine soggettivo, consente di costruire offensive comuni contro il nemico comune, indipendentemente dalle finalità strategiche delle forze rivoluzionarie che vi concorrono; consente di costruire, attraverso momenti successivi di unità e cooperazione tra le forze combattenti, la forza politica e pratica necessaria a destabilizzare la potenza dell’imperialismo. Un processo concreto che avanza nel vivo dello scontro e che a tutt’oggi si qualifica nelle tappe concrete che ne hanno marcato lo sviluppo, dall’esordio del Fronte Rivoluzionario Combattente in Europa occidentale, promosso nell’85 da Action Directe e Rote Armee Fraktion e sostanziato dalle azioni contro Zimmermann, Audran e la base USA di Francoforte-Rein-Mein, all’accordo politico RAF-BR dell’88, sintetizzato nel testo comune e concretizzato dall’attacco contro Tietmayer, che pone le premesse politiche per lo sviluppo del Fronte Combattente Antimperialista con tutte le forze rivoluzionarie che combattono nell’area geopolitica.

Vogliamo infine sottolineare che per le BR-PCC l’attacco alle politiche imperialiste non esaurisce i compiti della guerriglia relativamente alla sua funzione di direzione del processo rivoluzionario, ma si deve coniugare con l’attacco al cuore dello Stato, alla politica dominante nella congiuntura che oppone proletariato e borghesia, al fine di rompere gli equilibri politici che fanno marciare i progetti della borghesia imperialista; questo proprio perché la funzione degli Stati non si annulla ma al contrario si esalta nel quadro dato di integrazione e coesione economica, politica e militare.

– Attaccare e disarticolare il progetto antiproletario e controrivoluzionario di “riforma” dello Stato.

– Costruire e organizzare i termini attuali della guerra di classe per attrezzare il campo proletario allo scontro prolungato contro lo Stato.

– Attaccare le politiche centrali dell’imperialismo e in particolare i progetti di coesione politica e militare dell’Europa occidentale e di normalizzazione della regione mediterranea-mediorientale che passano principalmente sulla pelle dei popoli palestinese e libanese.

– Lavorare alle alleanze necessarie per costruire/consolidare il Fronte Combattente Antimperialista, per indebolire e ridimensionare l’imperialismo nell’area geopolitica Europa-Mediterraneo-Medioriente.

– Combattere insieme.

– Onore a tutti i compagni e rivoluzionari antimperialisti caduti combattendo.

Le militanti delle BR-PCC: Simonetta Giorgieri, Carla Vendetti, I militanti rivoluzionari: Nicola Bortone, Gino Giunti

 

Parigi, 23/9/91

Roma, Processo per banda armata – Documento di Giuseppe Armante e Franco La Maestra allegato agli atti

In quanto militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente prigionieri, la nostra presenza in quest’aula è tesa in primo luogo a ribadire in termini chiari il nostro rapporto con il nemico di classe e, principalmente, a rivendicare in pieno il complesso del progetto e dell’attività delle BR che, sviluppatosi in stretta unità con le espressioni più mature dell’autonomia di classe, rappresenta l’elemento strategico necessario per l’affermazione dell’interesse generale del proletariato. Da questa attività e progettualità le BR sviluppano in Italia un processo rivoluzionario basato sulla guerra di classe di lunga durata che rappresenta l’unica alternativa possibile al dominio della borghesia.

Gli attuali sviluppi internazionali sono la materializzazione evidente delle contraddizioni capitalistiche che, nel loro coagularsi critico, manifestano il rapido evolversi della tendenza alla guerra come sbocco necessario alla borghesia imperialista per superare la crisi generale che l’attanaglia; tendenza alla guerra che si dispiega all’interno del quadro storico-politico dominato dalla contraddizione Est/Ovest, che proprio nella modificazione dei rapporti di forza a favore dell’imperialismo trova non già la sua risoluzione, bensì il suo approfondimento in direzione dello sbocco bellico.

Non è quindi un caso che dalle macerie del muro di Berlino non sia sorta “la collaborazione” tra i popoli, ma invece: affamamento per milioni di operai e proletari, ingerenze e immediatamente guerra sulla direttrice Nord-Sud, perché questo è l’ordine imperialista, il suo dispiegarsi alla guerra, di cui l’annessione dell’ex DDR, come la frantumazione del patto di Varsavia, ne sono parte integrante.

Con la propagandata “morte del comunismo” la borghesia imperialista tenta di mistificare il carattere proprio della sua contrapposizione all’URSS in quanto superpotenza, nonché, sul piano epocale, cancellare dalla storia un secolo di lotta comunista internazionale, e quel disastro storico per i suoi sonni tranquilli che è stata la Rivoluzione d’Ottobre!

Ma, a parte questa operazione di esorcismo della storia, patetica nella sua sostanza, questa offensiva ideologica risponde in maniera molto pragmatica al tentativo di legare il socialismo, ovvero l’emancipazione proletaria, ai rapporti di forza nella contraddizione Est/Ovest. Cosciente, come la borghesia è, che il proletariato in quanto classe per sé rappresenta, e in questo secolo l’ha più volte dimostrato, il suo reale affossatore, nonché la “variabile” incontrollabile all’interno di un conflitto bellico.

La contraddizione Est/Ovest, che caratterizza in termini dominanti le relazioni tra gli Stati dai patti di Yalta, ha influito sullo sviluppo stesso dell’imperialismo nei riflessi politico-militari che la costruzione del blocco occidentale è venuta assumendo dentro al piano oggettivamente dato dal grado di integrazione economica gerarchizzata a dominanza Usa. Dentro questo quadro storico di formazione del blocco imperialista, sulla spinta dei piani Usa di ricostruzione e stabilizzazione economico-politica dell’Europa Occidentale, si è data la costituzione della Nato, quale massima espressione del grado di integrazione della catena e dell’interesse generale imperialista sulla contrapposizione all’Est e nella sua funzione controrivoluzionaria. Il prodotto della contraddizione Est/Ovest è stato l’assetto bipolare del mondo che ha influito nelle crisi regionali ed interagito con le numerose rotture rivoluzionarie della periferia. Percorsi di liberazione nazionale che in alcuni casi hanno realizzato Stati di Nuova Democrazia, che hanno portato sulla scena mondiale la lotta rivoluzionaria degli operai e dei contadini del “Sud del mondo”, un dato di unità con la lotta del proletariato dei centri imperialisti che segna in maniera indelebile il risvolto rivoluzionario di questa epoca storica.

Processi rivoluzionari che si sono certamente sviluppati nel quadro dominante dato dall’assetto bipolare del mondo, che non sono il prodotto del bipolarismo, ma che con esso hanno interagito e da esso sono stati influenzati, influenzando a loro volta la contraddizione Est/Ovest complessificandola e globalizzandola.

 

Per queste ragioni, con il modificarsi dei rapporti di forza nella contraddizione Est/Ovest, la guerra imperialista contro i popoli e le nazioni della periferia assume carattere di guerra controrivoluzionaria e, contemporaneamente, dispiegamento della guerra imperialista sulla direttrice Est/Ovest.

È con la politica di riarmo adottata prevalentemente nel corso della amministrazione Reagan e che tutt’oggi prosegue, che l’imperialismo fa dell’opzione bellica la strada maestra per il superamento della sua crisi. La scelta da parte degli Usa, non a caso per primi, di questo speciale stimolo economico, è stata la cartina di tornasole più chiara della profondità della crisi capitalistica in generale e del grado di recessione toccato dall’economia Usa che, essendo il paese con il capitalismo maggiormente sviluppato, ne concentra in massimo grado le contraddizioni e, in quanto tale, le sue risposte anticrisi sono necessariamente di carattere generale e investono tutta la catena imperialista, infatti la politica di riarmo in tappe successive è diventata patrimonio di tutto il blocco occidentale. L’intraprendere da parte degli Usa di questa via di “risoluzione della crisi economica” ha risposto anche ad obiettivi congiunturali, primo tra tutti stabilizzare la propria leadership nei confronti dell’Europa e del Giappone e, in quanto tale, la politica del riarmo ha significato anche conservare la dominanza sul mercato della tecnologia avanzata, nonché compattare l’Europa Occidentale intorno alla “stabilizzazione” imperialista di aree geopolitiche vitali per gli interessi imperialisti, quale il Medio Oriente, e il suo rigido compattamento nella contrapposizione Est/Ovest. Politiche queste ultime che hanno necessariamente accompagnato la scelta economica di fondo operata con il riarmo.

Da qui le innumerevoli forzature degli anni ’80 adottate dalla politica statunitense: dal ricorso al terrorismo di Stato, alla politica delle cannoniere, fino a vere e proprie invasioni sulle quali l’Europa Occidentale si è di volta in volta accodata e accorpata alla leadership statunitense.

Una scelta bellicistica proceduta per tappe e che ha avuto l’effetto non secondario di imporre una competizione sul terreno dell’ammodernamento degli armamenti all’Unione Sovietica, competizione che ha provocato un effetto disastroso sull’economia della stessa. È ovvio che l’attuale crisi economica e politica in URSS non dipende solamente dalle scelte operate nel campo occidentale con l’opzione bellica, ma ciò non è stato irrilevante nel suo ridimensionamento come superpotenza internazionale.

L’aggressione imperialista al popolo iracheno segna indubbiamente un punto di svolta nel dispiegamento della guerra, due dati di sostanza che vi si leggono: verifica e compattamento dell’Alleanza Atlantica e netta subordinazione dell’Unione Sovietica sulla scena internazionale. Con la guerra del Golfo una fase nuova della strategia politico-militare dei centri imperialisti, Stati Uniti in testa, si delinea e la borghesia si affretta a dargli un pomposo nome: nuovo ordine mondiale. Insomma, con parole meno apocalittiche e metafisiche si allude ad un ordine dettato dai nuovi termini della concorrenza monopolistica internazionale che premono per una nuova divisione internazionale del lavoro e dei mercati, dove l’asservimento dei popoli e la rottura del quadro storico-politico evoluto dalla Seconda Guerra Mondiale sono la condizione politica necessaria a tale fine.

In questo insieme non si può leggere come controtendenza all’esplodere ed allargarsi dei conflitti i passaggi politici avvenuti in URSS, anzi ciò manifesta il precipitare della tendenza alla guerra: in generale perché la crisi di sovrapproduzione di capitali non è risolvibile con la semplice penetrazione economica.

In concreto non esistono i margini per l’espansione dei mercati capitalistici perché non sono date le condizioni per la valorizzazione al grado richiesto degli investimenti di capitali. Si tratta, nelle attuali condizioni, di vaghe promesse di investimenti futuri in funzione prettamente politica, accanto al dato più sostanziale di quel processo di “penetrazione economica” che si caratterizza nell’acquisizione di strutture produttive. Due elementi questi che premono sulla destrutturazione, divenendo strumento per indebolire ulteriormente la superpotenza URSS al fine di un suo definitivo ridimensionamento e subordinazione. Non esiste infatti alcun interesse economico, politico e tanto meno militare teso a favorire un rafforzamento in un qualunque campo di questa superpotenza.

Non è un caso che, approfittando della condizione di estrema debolezza in cui l’URSS versa, l’amministrazione Usa rilancia il suo programma di “disarmo” – disarmo sovietico s’intende! – perché tale proposta non può nascondere che essa risponde ai mutati scenari tattici di una guerra in Europa aggiornandone il concreto teatro bellico; così come essa risponde alle nuove teorie Nato e, in questo, si leva minacciosa contro l’autodifesa di popoli e paesi. La sostanza della “proposta” statunitense sta nell’approfondimento tecnologico degli armamenti convenzionali e nucleari, altro che disarmo! Esplicativo di ciò è che il progetto di “guerre stellari” trova rinnovato impulso. Una “proposta” che, al di là del ricatto demagogico “distruzione di armi uguale aiuti”, è una pressione costante e destabilizzatrice sull’Unione Sovietica.

Si concretizza dunque la tendenza alla guerra che, se da un lato risponde ad una nuova ripartizione dei mercati, dall’altro, ed è la sua ragione principale, risponde sia alla distruzione dei capitali sovrapprodotti sia a quella delle merci e della forza-lavoro. In questa chiave la contraddizione Est/Ovest entra in una nuova fase di cruenta contrapposizione e gli attuali avvenimenti in Unione Sovietica ne sono una evidente manifestazione.

Un processo che caratterizza anche le politiche di coesione dell’Europa Occidentale, dove l’appartenenza alla Nato diventa condizione per svolgere ed acquisire un peso internazionale, per ritagliarsi un proprio ruolo specifico sugli scenari internazionali. Questo è il fulcro su cui ruotano le relazioni politiche fra gli Stati dell’Europa Occidentale, che coinvolgono anche paesi fino a ieri esterni all’Alleanza Atlantica, come ad esempio Svizzera ed Austria, vista l’ingerenza diretta di quest’ultima nella crisi yugoslava, i quali, nel nuovo assetto internazionale che va formandosi, “scoprono” che la loro storica “neutralità” è una camicia di forza, un cappio per la loro economia necessariamente integrata. Quanto all’Europa Occidentale, la sua coesione politica ha il suo punto di forza nella “Difesa comune” e marcia oggettivamente e soggettivamente verso lo sbocco bellico: l’Est europeo è il suo terreno privilegiato d’intervento; in questo senso alimenta revanscismi e nazionalismi al cui interno la neocostruita Grande Germania svolge un ruolo preminente per riportare sotto la propria influenza i popoli slavi, e in questo si fa promotrice della costituzione di nuovi Stati in sostanza fantocci.

La crisi yugoslava è il banco di prova per l’Europa Occidentale e chiamare ingerenza la politica che sta attuando è solo un eufemismo, ma gli obiettivi che l’Europa e più in generale il campo imperialista nel suo complesso si prefiggono trovano l’ostacolo maggiore nel confronto concreto fra le forze in campo, che è l’ineliminabile incognita che smorza le velleità di invasione, date anche le risposte politiche del governo federale tese a non farsi trascinare in uno scenario di guerra civile ai livelli prefigurati dall’imperialismo, svuotando di ogni legittimità, che non sia quella “internazionale”, la proclamazione di “Stati” da parte di un manipolo di ustascia. Solo secondariamente le ingerenze occidentali trovano freno dagli squilibri che una possibile “Anshluss“ (annessione) della terra slava da parte della Germania provocherebbe all’interno dell’Europa Occidentale.

Le contraddizioni che manifesta al suo interno l’Europa Occidentale sono il riflesso in ultima istanza del grado di approfondimento della crisi, che non può che accentuare, pur dentro l’ambito fortemente integrato della economia, la concorrenzialità fra le diverse frazioni della borghesia imperialista nella necessità di acquisire le posizioni a sé più favorevoli, influendo nell’andamento contraddittorio delle stesse politiche di coesione. Da qui l’instabilità negli equilibri di forza all’interno del blocco occidentale che si accompagna al maggior ruolo che vengono ad assumere, seppure a diversi gradi, i paesi europei. Chiarificatrice in questo senso è la dichiarazione congiunta anglo-italiana sul rafforzamento della UEO con ambito di intervento extra Nato e sotto la direzione Nato, dichiarazione tesa all’adeguamento dell’integrazione europea nella direzione della preparazione alla guerra, ma nello stesso tempo a premere per limitare il peso politico dell’asse franco-tedesco in Europa, asse che, sempre nella medesima direzione generale, ha rafforzato le sue truppe integrate proponendole come forza europea.

Le tendenze che emergono dalla complessa situazione di questo quadro politico internazionale, riflettendosi nello specifico contesto interno dei singoli paesi europei occidentali, premono per una ulteriore accelerazione della ridefinizione degli assetti politico-istituzionali degli Stati.

In sostanza vengono riadeguati, in termini generali e con soluzioni specifiche alla natura storico-politica dei singoli Stati, le loro funzioni ed i loro organi ai nuovi gradi di sviluppo dell’imperialismo ed i problemi posti dal tentativo di contenimento della lotta di classe, ossia della controrivoluzione preventiva come politica costante di ogni singolo Stato.

Nel nostro paese tutto questo assume una particolare importanza e centralità in relazione alla forza e qualità della lotta di classe che si è maturata negli anni ed alla prassi rivoluzionaria che le BR hanno assunto, dimostratasi punto più alto nel dare risoluzione al problema del potere in dialettica con i settori più avanzati dell’autonomia di classe. In questo il “caso Italia” è un osso duro sulla strada delle varie politiche messe in campo dai diversi esecutivi.

Tramite l’attuale processo di rifunzionalizzazione dei poteri e degli istituti dello Stato si intende far funzionare al massimo la democrazia formale in linea con i modelli delle democrazie mature europee per costruire, sempre e comunque, di volta in volta maggioranze che siano in grado di garantire un esecutivo stabile che sappia rispondere in modo adeguato e rapido ai movimenti dell’economia, così come sul terreno degli impegni sempre più gravi ed esigenti dettati dall’instabilità del quadro internazionale dovuta alle politiche aggressive dell’imperialismo. Un processo che è riduttivo definire reazionario perché si costruisce coniugando la più grande apparenza di democrazia (democrazia formale) con un parallelo accentramento del potere reale. Questa tendenza al rafforzamento delle forme politiche della dittatura borghese non avanza in base ad esibizioni di abilità in ingegneria costituzionale, ma, essendo riferita ad un preciso contesto materiale su cui mira ad incidere, ne è condizionata dalla contraddittorietà del contesto stesso. La stessa durezza con cui l’esecutivo punta ad imporre l’attivazione dei propri programmi, forzando la risoluzione delle contraddizioni che si manifestano, evidenzia l’impossibilità di ricucirle pacificamente, dato che esse si generano nello scontro concreto, e a poco servono i richiami demagogici all’interesse generale del paese.

All’opposto la funzione dello Stato sul terreno delle politiche economiche, nel quadro dell’offensiva imperialista, si determina con maggior chiarezza, in quanto lo Stato agisce come interprete e garante al massimo grado dell’interesse della borghesia imperialista.

La stabilità politica è richiesta dalla complessità dei mutamenti in corso e gli strappi nei rapporti di forza generali fra le classi vengono condotti per delineare parziali momenti di stabilità, aprendo spazi politici tali da poter consentire la costruzione di condizioni idonee alla modifica dei poteri dello Stato, condizioni in ultima istanza determinate dal peso dello scontro fra le classi. Ed è proprio mirando ad un ridimensionamento complessivo del peso politico della classe, per poterla così piegare alle più dure politiche economiche, che nel corso degli anni ’80 si è sviluppata un’offensiva che ha spaziato dal politico, all’economico, al militare, con interventi controtendenziali alla crisi regolati secondo il modello del neocorporativismo caratterizzato dagli accordi centralizzati tra governo, Confindustria e sindacato. Lo Stato ha operato questa offensiva partendo dal presupposto che, senza assestare un duro colpo alla guerriglia, non si sarebbe potuto procedere alla ristrutturazione economica; una dinamica controrivoluzionaria che, a partire dall’attacco alle BR ed ai settori più avanzati dell’autonomia di classe, ha attraversato orizzontalmente tutto il corpo di classe.

A partire dai nuovi rapporti di forza si sono sviluppati i vari passaggi del progetto di rifunzionalizzazione complessiva, come ratifica e assestamento sul piano politico-istituzionale, in un ulteriore rafforzamento dello Stato, modificando profondamente il carattere della mediazione politica rispetto al proletariato, ed anche la funzione degli stessi soggetti istituzionali. Per questo nelle nuove condizioni dello scontro tra classe e Stato è incorporato il salto di qualità operato nel corso degli anni ’80, dato che l’insieme delle politiche antiproletarie ha assunto il carattere di una vera controrivoluzione complessiva.

Oggi, sul fronte degli ulteriori passaggi verso la II Repubblica, manifesta è la volontà delle più alte cariche dello Stato di svolgere un ruolo di testa di ariete che ben illumina le reiterate sortite di Cossiga, dettate come sono dalla necessità di operare mutamenti profondi nell’impianto costituzionale. Tali cambiamenti che si sono andati accelerando nel corso dell’odierna legislatura non possono dipanarsi nel vuoto asettico o con il meccanico rispetto di un ruolino di marcia, ciò per le contraddizioni che un tale processo scatena anche all’interno dello stesso ambito istituzionale borghese, dato che questo nei suoi organi principali ne è direttamente investito, essendone soggetto e oggetto e, quindi, tali forzature si muovono nel solco della politica del fatto compiuto, provocando così una instabilità nel quadro politico istituzionale. L’attacco antiproletario si fa tanto più feroce quanto più è stretta la strada imposta dalla crisi del modo di produzione capitalistico, quanto più sono impellenti le scadenze dettate dalle tappe verso la maggiore coesione politico-economico-militare in Europa Occidentale, lasciando margini residuali ai tipici strumenti di ammortizzamento sociale sempre più compressi, data la necessità di indirizzare le risorse finanziarie disponibili al sostegno dei grandi gruppi industriali che incamerano fiscalizzazioni e facilitazioni di ogni genere in misura crescente.

In questo contesto anche la rappresentanza formale a livello istituzionale degli interessi di classe si riduce fino ad azzerarsi. È la crisi che toglie ogni possibilità e spazio alle politiche socialdemocratiche perché ne demolisce la base strutturale, economica, materiale sulla quale si sono alimentate e sviluppate nella fase dell’espansione economica che l’imperialismo ha conosciuto dopo il secondo conflitto mondiale. Vedendo erosi i propri margini di manovra sul piano del controllo della lotta di classe, i revisionisti perseguono come loro massimo obiettivo politico l’appiattirsi sulle posizioni dominanti del campo borghese, tesi nella corsa a superare ogni supposta “diversità” mirando ad essere accettati, partito borghese tra partiti borghesi.

Nel rispondere ai crescenti impegni sul terreno istituzionale, la potenza Italia ha compiuto dei passi enormi nella direzione di un intervento sempre più a carattere militare verso l’estero, in concerto con gli altri paesi imperialisti, Usa in particolare. A tale fine marcia la riforma delle Forze Armate, privilegiando il rafforzamento delle unità di rapido impiego con l’adozione di nuovo armamento adatto allo scopo, come portaerei ed aerei cisterna per il rifornimento in volo e con un crescente peso nella presenza di militari professionisti; il tutto pianificato nel “nuovo modello di difesa” che prevede l’investimento di 57.000 miliardi, dando così anche impulso all’industria bellica. Un salto qualitativo tutto in funzione dell’affidamento all’Italia del comando della divisione mediterranea Nato di pronto intervento.

Sul fronte interno quanto sta avvenendo nel contesto dello scontro di classe mette in evidenza i repentini passaggi che si stanno consumando a lato della più generale ridefinizione dei poteri dello Stato. Attraverso laceranti contraddizioni e strappi nei rapporti di forza generali tra le classi, nonché nell’acuirsi dei conflitti dentro gli stessi apparati dello Stato e delle compagini borghesi, un sempre più ristretto ambito dell’esecutivo ha formalizzato l’affrontamento di organismi e figure istituzionali in grado di veicolare lo stesso accentramento dei poteri, la cui portata politica non ha precedenti perché consente di concentrare poteri esecutivi e legislativi in poche mani disponendo nel contempo di tutte le forze coercitive dello Stato.

A questo mira l’insieme delle nuove funzioni politiche affidate a prefetti, procure e all’integrazione operativa delle tre armi, a partire dal loro agire coordinato sotto la direzione dell’esecutivo. Dai caratteri di questi nuovi organismi scaturisce la natura prettamente controrivoluzionaria ed antiproletaria dei cambiamenti in atto e si comprende immediatamente la funzione principale per cui sono stati creati, l’essere volti cioè contro l’opposizione operaia e proletaria che in questo paese non riesce ad essere ridimensionata dentro ai vincoli auspicati dalla borghesia imperialista e dal suo Stato. L’istituzione di questi organismi, oltre a caratterizzare la strada obbligata della configurazione che va assumendo il potere in Italia dentro all’irrigidimento delle forme politiche di governo del conflitto, ha lo scopo di attivizzare su più livelli tutti gli strumenti della controrivoluzione preventiva, come mezzo principale per ostacolare il processo di organizzazione di lotta del proletariato, sebbene quest’ultimo presenti un movimento discontinuo in questa fase segnata dai rapporti di forza relativamente a favore dello Stato.

 

Più propriamente ha la velleità di inibire nel medio periodo il prodursi di condizioni politiche e materiali nel campo proletario favorevoli allo sviluppo della lotta armata per il comunismo, ma al di là dei disegni dello Stato, questo non è un problema contenibile oltre un certo tempo, tanto meno tramite la messa in campo di politiche repressive. Ciò perché indipendentemente da fasi di relativa difensiva della situazione di classe e rivoluzionaria, si sono consolidate nei caratteri dello scontro di classe condizioni politiche ineliminabili, le quali fanno sì che le dinamiche più avanzate della lotta non possano prescindere da quanto si è maturato in oltre un ventennio di scontro rivoluzionario. Termini politici che quindi condizionano l’andamento dello scontro al di là della situazione congiunturale perché determinati dallo sviluppo storico e dal livello raggiunto dallo scontro di classe e rivoluzionario.

Nel concreto questo dato politico è riconducibile alla qualità del processo rivoluzionario sviluppato e diretto dalle BR in stretta dialettica con l’autonomia di classe e intervenendo sempre nei nodi centrali dello scontro tra le classi. Un agire rivoluzionario che, a partire dall’attacco ai progetti centrali che contrappongono la borghesia al proletariato, incide nei rapporti di forza acquisendo un vantaggio momentaneo che viene tradotto nella costruzione di organizzazione di classe sulla lotta armata. È in questa complessa dialettica di costruzione delle condizioni politiche e militari di sviluppo della guerra di classe che le BR, collocandosi al punto più alto dello scontro, ne sono da sempre parte attiva e direzione rivoluzionaria.

Uno scontro rivoluzionario che per la sua profondità ha impresso specifici caratteri al complesso delle relazioni tra classe e Stato, ai suoi termini di rapporto generale. È questo il processo reale che ha fatto acquisire alla dinamica dello scontro di classe un peso politico che ha valenza strategica ai fini della prospettiva di potere del proletariato metropolitano di questo paese, tenuto conto di quanto si è maturato per gli interessi generali del proletariato nello sviluppo della guerra di classe in termini di esperienza e conoscenza del suo andamento e della sua conduzione. In altre parole, dai rapporti generali classe/Stato, fino alle modalità e dinamiche di sviluppo e organizzazione dell’antagonismo proletario, vivono i termini politici maturatisi con lo sviluppo della lotta armata per quanto su questo terreno ha prodotto e conquistato l’attività complessiva della guerriglia.

In sintesi, all’approfondimento del carattere controrivoluzionario che lo Stato vuole imprimere nel rapporto di scontro, fa da contraltare la resistenza che un proletariato niente affatto pacificato oppone ai pesanti attacchi sul piano delle conquiste politiche e materiali, nonché l’ipoteca costante rappresentata dal piano del risvolto rivoluzionario. Una condizione politica nello scontro che è la ragione prima degli ostacoli e dei ripiegamenti nell’attuazione dei progetti della borghesia imperialista e dell’instabilità del quadro politico con cui lo Stato si trova ad affrontare le scadenze poste all’ordine del giorno dalla profondità della crisi.

A fronte del restringimento dei margini di manovra, esecutivo e Confindustria spingono sulle leve del neocorporativismo nei suoi attuali termini di approfondimento come politica concreta che si pone l’obiettivo di frammentare entro micro interessi conflittuali il corpo di classe e depotenziarne le lotte in riferimento alla rigidità operaia ed alle conquiste unitarie del movimento operaio. Se da una parte lo Stato mette in campo tutti gli strumenti di governo consentiti dalla più generale modifica, soprattutto nell’ultimo decennio, della mediazione politica, è proprio la gravità della crisi, che è economica, politica e istituzionale insieme, che progressivamente riduce gli strumenti di governo del conflitto mentre contemporaneamente lo inasprisce e lo precipita. In questo quadro lo stesso ricorso da parte delle più alte cariche dello Stato alla rivendicazione dello stragismo in funzione apertamente terroristica nei confronti della classe, mentre è la manifestazione più evidente dei limiti politici al contenimento del conflitto, nello stesso tempo smaschera la reale natura di classe della “democrazia formale”, la sua sostanza controrivoluzionaria ed antiproletaria.

Un modo di governare il conflitto di classe che in pratica fa leva sull’“ordine pubblico” il cui senso reale è la criminalizzazione di ogni manifestazione di lotta e antagonismo proletario; uso dell’“ordine pubblico” che se è una costante di questo sistema di potere, lo è a maggior ragione nel contesto attuale di crisi economica come anche di avvicinamento di concrete prospettive belliche. Da qui il corollario di campagne ideologiche di stampo lealista, sciovinista e razzista di cui la borghesia imperialista e lo Stato si fanno promotori, col fine di creare un clima politico adeguato all’attuazione delle politiche anticrisi e guerrafondaie. Campagne ideologiche perciò del tutto rispondenti alle posizioni ed esigenze della borghesia imperialista i cui contenuti sono estranei al movimento proletario e quindi per questo fomentate anche con l’auspicio terroristico delle bande di Stato.

Nei fatti la pacificazione che dovrebbe scaturire da questi anni di controrivoluzione dispiegata ha trovato un argine invalicabile proprio nell’impossibilità di annichilimento della lotta armata per la sua portata politica, frutto questa in particolare della direzione, dell’agire politico-militare della nostra Organizzazione. Lo Stato ha imparato a sue spese di avere nella guerriglia, nel suo rapporto con il movimento di classe, l’unico nemico davvero mortale e punta, sulla base degli attuali rapporti di forza, a realizzare il disegno della “soluzione politica” che ha un suo spazio nella presente fase costituente, volendo con essa rappresentare, nel proprio teatrino della politica, la chiusura dei conti con le BR come miglior varo possibile delle nuove regole del gioco.

Quello che nella realtà si determina è un ulteriore approfondimento del rapporto rivoluzione/controrivoluzione, un nodo in questa fase dello scontro la cui comprensione ed assunzione è fattore ineludibile sul terreno della guerra di classe per disporsi adeguatamente nello scontro.

Nel fare i conti con questo dato e con gli altri mutamenti intervenuti sul piano storico politico prodotti dallo sviluppo dell’imperialismo, a fronte del tentativo dello Stato di approfondire ulteriormente i caratteri della mediazione politica, incorporando nella controrivoluzione preventiva i passaggi operati con la controrivoluzione degli anni ’80, le BR riaffermano la validità e necessità della strategia della lotta armata, la sola in grado di impattare lo Stato e capace di rompere il reticolo della mediazione politica che caratterizza il rapporto politico fra le classi nei paesi a capitalismo maturo, la sola in grado di potenziare le spinte antagoniste che emergono dalla classe e ricomporle nella prospettiva della conquista del potere politico, una strategia che informa tutto il processo rivoluzionario sino all’instaurazione della dittatura del proletariato. Di fronte alla crisi generale del capitalismo, se per parte imperialista quest’epoca storica si prefigura come epoca di distruzione, miseria e guerra, per parte proletaria si configura necessariamente come epoca di nuove e più avanzate rivoluzioni a carattere proletario ed antimperialista; per il proletariato metropolitano l’alternativa che si prospetta è quella tra guerra imperialista e guerra di classe, per i popoli della periferia il risvolto alla guerra e al sottosviluppo è dato dentro ai processi di liberazione nazionale nelle guerre popolari: due piani, quindi, tra cui c’è unità ma non identità, su cui si dà lo sviluppo dei processi rivoluzionari nel mondo.

Con il processo di riadeguamento intrapreso in seguito all’offensiva controrivoluzionaria degli anni ’80, le BR hanno rimesso al centro della loro prassi i due assi strategici sui quali si esplica l’attività pratica della guerriglia, nella dialettica attacco-costruzione-organizzazione-attacco ed utilizzando i criteri politici di centralità dell’obiettivo, selezione del personale che costituisce il perno e l’equilibrio dello stesso, e calibramento al livello necessario dello scontro ed ai rapporti di forza tra le classi e tra antimperialismo ed imperialismo; assi strategici sintetizzabili ne:
– l’attacco al cuore dello Stato, inteso come attacco alle politiche dominanti che oppongono classe e Stato nella congiuntura e che, nella fase attuale, si precisa nell’attacco alle politiche di ristrutturazione-rifunzionalizzazione degli apparati e degli istituti e funzioni dello Stato;
– l’attacco all’imperialismo inteso come attacco alle sue politiche centrali, oggi di integrazione e coesione; attacco portato all’interno di una politica di promozione, sviluppo e consolidamento del Fronte Combattente Antimperialista, inteso come politica di alleanze tra le Forze Rivoluzionarie dell’area europeo-mediorientale-mediterranea, tesa a perseguire soggettivamente l’oggettiva unità antimperialista dei processi rivoluzionari tanto della periferia che del centro imperialista, tesa ad indebolire l’imperialismo nell’area per favorire i processi rivoluzionari; da qui la stretta unità programmatica con l’attacco allo Stato.

 

Sui necessari passaggi politici, nella dialettica dello scontro, fatta com’è, in questa particolare fase di Ritirata Strategica, di attacchi e ripiegamenti nella capacità di mantenere l’offensiva rivoluzionaria al livello richiesto dallo scontro, nella ricostruzione-formazione delle forze al livello necessario, si pongono le basi indispensabili per poter rispondere meglio alle esigenze della sempre vigente fase di Ritirata Strategica; le BR promuovono l’unità dei comunisti sulla base del Programma, della Strategia, che le sono proprie e che hanno maturato nello scontro. Operano la necessaria centralizzazione delle forze, per disporle ed attrezzarle come un cuneo sul piano di lavoro funzionale agli obiettivi di fase. Una disposizione delle forze adeguata a sostenere lo scontro rispondendo alle sue esigenze, nonché a formare le forze stesse; più precisamente, con ciò, si intende centralizzazione delle direttive politiche su l’intero movimento delle forze e nel contempo decentralizzazione delle responsabilità politiche alle diverse sedi e istanze organizzate. Solo così è possibile trarre il massimo utilizzo politico dalla disposizione delle forze, relazionate al piano di lavoro, alle sue necessità, e non mera raccolta di disponibilità e spontanei apporti; in sostanza è lo sviluppo e il salto qualitativo nella capacità di direzione delle avanguardie e delle forze proletarie, che in dialettica con l’approfondimento delle condizioni politiche e materiali dello scontro rivoluzionario stesso, fa sì che le BR, agendo da partito, avanzino nel processo di costruzione-fabbricazione del Partito Comunista Combattente.

In sintesi ribadiamo che l’intera attività politico-militare delle BR, in particolare i passaggi politici compiuti in questi ultimi anni, dimostra la valida applicazione della strategia della lotta armata alla realtà concreta del nostro paese, sancendo il ruolo di direzione delle BR nello scontro rivoluzionario in Italia.

Un dato, questo, da cui nessuno può prescindere e che costituisce l’unica strada perché si dia avanzamento alla prospettiva rivoluzionaria nel nostro paese.
– Attaccare e disarticolare il progetto antiproletario e controrivoluzionario di riforma dello Stato!
– Costruire ed organizzare i termini attuali della guerra di classe per attrezzare il campo proletario allo scontro prolungato contro lo Stato!
– Attaccare le politiche centrali dell’imperialismo e in particolare i progetti di coesione politica e militare dell’Europa Occidentale e di “normalizzazione” della regione mediterraneo-mediorientale che passano principalmente sulla pelle dei popoli palestinese e libanese!
– Lavorare alle alleanze necessarie per costruire-consolidare il Fronte Combattente Antimperialista, per indebolire e ridimensionare l’imperialismo nell’area geopolitica europeo-mediterraneo-mediorientale!
– Combattere insieme!
– Onore a tutti i compagni e rivoluzionari antimperialisti caduti combattendo!

 

I militanti delle BR per il PCC: Giuseppe Armante, Franco La Maestra

 

Roma, novembre 1991

Roma, processo d’appello Moro-ter – Documento dei militanti prigionieri delle Br-Pcc Antonino Fosso e Sandro Padula allegato agli atti

«Un mezzo esempio non è un esempio.
Ciò che non viene fatto fino in fondo,
fino alla sua conseguenza ultima,
ben presto sotto la briglia del tempo
col passo del gambero se ne ritorna in niente.»
(Heiner Muller, L’Orazio)

Questo processo, così come tutti i processi nei confronti dell’attività della guerriglia, è basato sulla più totale ipocrisia della “ragion di Stato”, sull’abiura e sulle connesse formule giuridicamente equivalenti: do ut des, do ut facias, facio ut des e facio ut facias.

In tal modo non solo si preparano sentenze con molti anni di carcere per chi, tra gli imputati, si rifiuta di mercanteggiare la propria identità politica, ma principalmente si costruiscono delle vere e proprie diffamazioni rispetto alle Brigate Rosse, con l’uso politico connesso.

Di fronte a questa situazione fare fino in fondo una critica pratica all’abiura ed al relativo e grottesco gioco del gambero significa anche e soprattutto essere chiari sulle cause, sui punti di riferimento e sulle finalità della lotta delle BR, di cui rivendichiamo tutta l’attività politico-militare, la sua impostazione strategica, il suo patrimonio teorico-politico.

Ne riaffermiamo il peso politico e la valenza conquistata nel campo proletario nel percorso di direzione e costruzione del processo rivoluzionario aperto a suo tempo con la proposta alla classe della strategia della Lotta Armata. Unica strategia, fin da subito praticata dall’avanguardia armata, in grado di affrontare globalmente il nemico di classe dando una prospettiva di soluzione alla questione del potere politico e della instaurazione della dittatura proletaria.

Scelta suffragata dal grado di sviluppo del capitale e dai mutamenti intervenuti nelle sue forme di dominio, che sul finire degli anni ’60 posero all’avanguardia rivoluzionaria la necessaria ridefinizione della strategia, e della forma politico-organizzativa adeguata allo sviluppo della lotta rivoluzionaria in un paese del centro imperialista.

Per quanto riguarda il quadro generale, nella seconda metà degli anni ’60 all’interno dei paesi a capitalismo avanzato è emersa una determinata sovraccumulazione capitalistica e si sono sviluppati i sintomi della fine del “fordismo” come forma egemone e modello di sviluppo del modo di produzione capitalistico.

Sul piano politico però è il ’68 il vero anno di svolta rispetto alla situazione precedente ed il vero anno di rinascita della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Nel ’68, in una situazione caratterizzata dall’equilibrio strategico a livello militar-nucleare fra USA e URSS, dall’evidenziarsi della crisi della forte egemonia imperialistica USA nel sistema capitalistico internazionale e dall’approfondirsi della crisi d’egemonia politica dell’URSS nel campo dei paesi a “socialismo reale” e rispetto al movimento comunista e rivoluzionario internazionale, si determinano diverse condizioni favorevoli ad uno sviluppo differenziato ma diffuso della lotta rivoluzionaria nel mondo.

Dal 1968 la guerriglia, condotta con i criteri della clandestinità e guidata dalla politica rivoluzionaria, si diffonde nei paesi a capitalismo avanzato e si sviluppa ulteriormente in diversi paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina con modalità connesse alla situazione concreta di ognuno di questi paesi, quindi con modalità molto differenziate.

Per le forze rivoluzionarie presenti nei paesi a capitalismo avanzato comincia così ad essere più chiaro che «il compito fondamentale della guerriglia metropolitana è portare la lotta antimperialista nelle retrovie dell’imperialismo» (Ulrike Meinhof).

In seguito il problema diventa come realizzare questo compito, cioè come radicare la lotta rivoluzionaria combattente nei paesi centrali del sistema capitalistico internazionale, ed a tale domanda le BR, fondate nel ’71, cominciano a dare una risposta abbastanza originale.

Dai primi anni ’70 in poi le BR si sono sempre commisurate con l’andamento della lotta di classe e col mutare delle fasi e delle congiunture politiche interne ed internazionali per poter radicare la guerriglia metropolitana nel paese. Al tempo stesso hanno mantenuto sempre gli elementi fondamentali della propria politica rivoluzionaria ed anche i propri punti di riferimento a livello ideologico e storico.

Nel documento-autointervista del settembre 1971 le BR dichiarano in modo esplicito qual è il filone ideologico e storico a cui esse si collegano: «i nostri punti di riferimento sono il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e l’esperienza in atto dei movimenti guerriglieri metropolitani.»

Il richiamo al marxismo-leninismo è soprattutto un richiamo alla forma razionale della dialettica, a «Il capitale» di Marx in primo luogo, ed alla essenza dell’impostazione di Lenin rispetto al problema del rapporto fra Stato e rivoluzione nell’epoca dell’imperialismo.

Il richiamo alla rivoluzione culturale cinese è soprattutto un richiamo alla concezione di Mao secondo cui la lotta del proletariato e delle masse deve continuare a svilupparsi anche nelle società scaturite da rivoluzioni socialiste vittoriose, perché in tali società esiste il pericolo di una parziale o completa restaurazione capitalistica.

Inoltre il richiamo all’esperienza dei movimenti guerriglieri metropolitani è riferito prevalentemente alla lotta rivoluzionaria combattente di organizzazioni attive negli USA ed alla lotta della RAF tedesca; quindi, proprio perché le BR teorizzano la necessità di unire in un’unica organizzazione rivoluzionaria l’attività politica e quella militare nel quadro della lotta per il socialismo e per il comunismo, è riferito alla forma ed ai contenuti fondamentali (antimperialisti e anticapitalisti) della guerriglia che viene condotta all’interno dei paesi a capitalismo avanzato.

In linea generale, anche grazie al riferimento al marxismo-leninismo, alla rivoluzione culturale cinese ed all’esperienza dei movimenti guerriglieri metropolitani, le BR guardano con particolare attenzione ai fenomeni di autonomia proletaria espressi fuori dalle “regole del gioco“ del sistema economico, politico e sociale.

Le BR non sono un semplice portato delle lotte di massa del ’68-’69, come oggi viene largamente sostenuto nell’ambito dell’opportunismo e del collaborazionismo per blaterare della presunta fine dell’epoca della guerriglia, ma fin dalla loro nascita esse costituiscono l’avanguardia rivoluzionaria rispetto all’autonomia proletaria.

L’autonomia proletaria è abbastanza variegata ed eterogenea ma al suo interno diverse componenti comuniste e rivoluzionarie sottolineano quanto sia veramente assurdo pensare che gli USA, la NATO, la CIA, la DC e la grande borghesia lascino sviluppare la lotta di classe, ed anche quella via “nazionale, parlamentare e pacifica al socialismo” che era stata iniziata dal PCI di Togliatti, senza un continuo ed approfondito utilizzo della controrivoluzione preventiva come portato costante del dominio borghese.

Fra l’altro, la costituzione materiale, lo sviluppo di potentati capitalistici industriali e finanziari, la subordinazione dei servizi segreti italiani alla CIA, l’adesione dell’Italia alla NATO e la sostanziale continuità burocratico-militare fra il regime fascista ed il regime democristiano già avevano mandato in frantumi ciò che di progressista c’era nella carta costituzionale della prima Repubblica.

Con questa consapevolezza le BR iniziano la propria attività rivoluzionaria e propongono la strategia della Lotta Armata in un percorso di guerra di lunga durata, caratterizzata fondamentalmente dalla guerriglia metropolitana e dal rapporto fra quest’ultima e l’autonomia proletaria, come strategia per un lungo processo di lotta finalizzata alla conquista proletaria del potere politico ed a creare le condizioni politiche per iniziare la costruzione di una società libera dal dominio capitalistico.

In quegli anni le BR si pongono nel vivo dello scontro aprendo la fase della “propaganda armata”, cioè la propaganda tra le masse della possibilità-necessità della propria strategia, cercando quindi di radicare la coscienza politica di tale necessità fra le avanguardie di lotta del proletariato, ed a tale scopo effettuano delle azioni in dialettica con le lotte operaie di diverse grandi fabbriche. Nel 1974, in una situazione di preciso accerchiamento borghese nei confronti delle lotte operaie, compiono un salto politico di qualità con l’assunzione dell’attacco al “cuore dello Stato” (cioè dell’attacco al progetto politico dominante della grande borghesia nella congiuntura) come aspetto fondamentale della propria politica rivoluzionaria: il sequestro del giudice Sossi ha questo significato e con tale azione danno un piccolo ma significativo contributo politico a far saltare il progetto neo-gollista della DC di Fanfani (e della Montedison di Cefis). Inoltre, con quel primo attacco al “cuore dello Stato”, cercano anche di dimostrare che il “compromesso storico” proposto dal PCI costituisce una linea di resa di fronte alla borghesia imperialista internazionale ed ai ricatti terroristici della controrivoluzione preventiva e psicologica.

Dopo le elezioni politiche generali del 20 giugno ’76 il PCI rilancia il “compromesso storico”, si apre la fase della “solidarietà nazionale”, in cui per altro è sempre e soprattutto la DC a governare, e le BR diventano il principale punto di riferimento per l’autonomia proletaria e per i movimenti antagonisti.

Tutto ciò significa che anche negli anni ’70, in cui i rivoluzionari hanno pur commesso numerosi errori politici, la strategia proposta e praticata dalle BR presuppone una piena coscienza dell’importanza dell’autonomia proletaria e non ha nulla in comune con le concezioni militariste, spontaneiste e fochiste del processo rivoluzionario.

L’idea stessa delle BR secondo cui è necessario agire a livello politico-militare per poter costruire il Partito comunista combattente non ha nulla di militarista, spontaneista o fochista.

Secondo le BR l’attività per costruire il Partito è un’attività che tende a realizzare questo obiettivo nell’ambito di un lungo e concreto percorso di lotta rivoluzionaria, anche e soprattutto perché sono necessarie determinate condizioni oggettive e soggettive favorevoli affinché tale processo di costruzione possa compiere, senza voli pindarici, il salto decisivo e giungere allo stadio della propria maturità.

In particolare, come è stato ulteriormente precisato nell’ultimo decennio, è necessario agire da Partito per costruire il Partito.

In linea generale, è questa impostazione che negli ultimi due decenni ha permesso alle BR di esplicitare una tattica rivoluzionaria sostanzialmente corretta, cioè ha reso possibile quasi sempre il lancio delle iniziative e delle campagne di lotta più corrette – quanto meno in senso relativo – nelle diverse fasi e nelle diverse congiunture che si sono determinate dai primi anni ’70 in poi.

In diversi casi ci sono stati errori anche gravi nelle scelte tattiche delle BR, ma questi errori non derivano affatto dagli elementi fondamentali e costitutivi della politica brigatista.

Riaffermiamo, anzi, come in tutto il proprio percorso le BR hanno definito, in stretta dialettica con l’autonomia di classe, non soltanto le specificità di sviluppo della strategia della Lotta Armata nel nostro paese ma anche e soprattutto gli assi strategici su cui si rende possibile l’organizzazione rivoluzionaria e proletaria dentro la prospettiva di avanzamento della guerra di classe di lunga durata, e cioè: l’attacco al cuore dello Stato ed alle politiche centrali dell’imperialismo.

I passaggi fondamentali di questo processo rivoluzionario, pur nel suo andamento fortemente discontinuo, hanno inciso profondamente nelle condizioni e nei caratteri dello scontro tra le classi in modo tale da condizionarne sostanzialmente lo stesso svolgimento e, con esso, i rapporti politici, gli equilibri generali dei rapporti di forza e gli stessi termini di sviluppo dell’autonomia di classe.

In tal modo hanno altresì posto e consolidato la proposta strategica della Lotta Armata come piano di forza irreversibile dello scontro di classe nell’ambito degli interessi generali del proletariato da cui nessuna componente dello scontro può prescindere.

Questi fattori non possono essere eliminati in quanto nella prassi rivoluzionaria di questi venti anni vive la propositività della prospettiva rivoluzionaria messa in campo dalle BR e confermata dialetticamente dallo stesso approfondimento del rapporto fra rivoluzione e controrivoluzione. Non possono essere eliminati perché la pacificazione auspicata dalla borghesia imperialista facendo leva sulla controrivoluzione degli anni ’80 non è riuscita né a sradicare la portata della proposta politica rivoluzionaria sedimentata nello scontro di classe dalle BR né ad annullare il peso dell’autonomia proletaria.

In sintesi, la maturità assunta dal processo rivoluzionario nel nostro paese costituisce il dato politico centrale che informa lo scontro di classe, le sue dinamiche di sviluppo, condizionando gli stessi modelli di gestione del conflitto da parte dello Stato anche all’interno dell’attuale quadro di rapporti di forza favorevoli alla borghesia imperialista. Nonostante i processi di riassetto e rafforzamento del dominio capitalistico e del potere della borghesia imperialista, tali condizioni non consentono allo Stato di ratificare globalmente una situazione di svolta nelle relazioni tra le classi.

Al tempo stesso si evidenziano i tentativi di approfondimento del piano controrivoluzionario. Non a caso, ad esempio, la gestione del processo d’appello del “Moro-ter” fa parte della più generale “campagna di pacificazione” necessaria alla borghesia imperialista nostrana per chiudere, insieme alla prima Repubblica, anche il processo rivoluzionario.

Mentre non è possibile decretare la chiusura del processo rivoluzionario attraverso interventi di carattere formale, si sviluppano i tentativi di approfondimento di tutti i termini della controrivoluzione preventiva con atti concreti tesi a conseguire posizioni ancor più favorevoli alla borghesia, in modo tale che essa possa dispiegare i programmi di attacco alle conquiste del proletariato ed i concreti progetti guerrafondai internazionali.

Consapevoli della sostanziale irrilevanza dei riti giuridici rispetto allo scontro di classe, ci interessa solo sottolineare le ragioni della giustezza e validità strategica della proposta della nostra Organizzazione.

Attraverso il processo di riadeguamento intrapreso nel quadro della ritirata strategica, le BR per la costruzione del PCC hanno posto con maggior chiarezza e determinazione gli ulteriori passaggi per il proseguimento e lo sviluppo del processo rivoluzionario nel nostro paese.

In pratica, hanno ridefinito i termini e le modalità concrete entro cui è possibile e necessario sviluppare la strategia della guerra di classe di lunga durata nelle attuali condizioni dello scontro.

All’interno dello stesso processo di riadeguamento si sono definiti i termini dell’attuale fase rivoluzionaria di ricostruzione.

Questa fase è tutta interna alle caratteristiche generali della ritirata strategica, cioè di un periodo in cui «l’attività rivoluzionaria è prevalentemente tesa ad un ripiegamento delle forze, mantenendo e rilanciando nel contempo la capacità offensiva della guerriglia».

Nel suo sviluppo e nelle sue finalità la fase di ricostruzione comporta l’attrezzare su tutti i piani le forze proletarie e rivoluzionarie alle condizioni dello scontro in maniera da poter ristabilire i termini politico-militari per nuove offensive.

La fase di ricostruzione si pone come uno dei primi necessari passaggi per il mutamento dei vigenti rapporti di forza tra rivoluzione e controrivoluzione e tra campo proletario e Stato.

Nello sviluppo del processo prassi-teoria-prassi e nel confronto costante con i nodi dello scontro fra le classi, le BR hanno potuto riadeguare l’impianto e ridefinire gli assi programmatici concreti e prospettici dello svolgimento del processo rivoluzionario.

Lo hanno fatto a partire dall’attività di combattimento, intervenendo sia sulle contraddizioni di volta in volta dominanti fra campo proletario e Stato che sul terreno specifico dell’antimperialismo, cioè misurando la propria iniziativa politico-militare al punto più alto dello scontro.

Tale iniziativa si è dispiegata infatti nell’attacco ai progetti neo-corporativi perseguiti in questi anni dallo Stato, cioè nelle azioni contro Giugni e Tarantelli, ed in seguito nell’attacco al più organico progetto di rifunzionalizzazione degli apparati e dei poteri dello Stato con l’azione contro Ruffilli; nello stesso tempo le BR si sono misurate sul terreno dell’antimperialismo con le azioni contro Hunt e Conti, confrontandosi con la proposta del Fronte combattente contro l’imperialismo in Europa occidentale e contribuendo al suo sviluppo.

L’attività generale della nostra Organizzazione si è sviluppata in stretta relazione con l’autonomia proletaria, con i contenuti più avanzati da essa espressi, e lo stesso processo di riadeguamento si è forgiato nel vivo dello scontro, nel duro confronto con lo Stato e con le politiche imperialiste, poiché per la guerriglia anche il riadeguamento si opera nell’unità del politico e del militare e con il criterio del primato della prassi.

All’interno delle mutate condizioni dello scontro, il processo di riadeguamento non poteva essere intrapreso senza far tesoro degli insegnamenti conseguiti dalla prassi complessiva che l’Organizzazione fin dalla sua nascita ha messo in campo, cioè non poteva essere avviato senza il mantenimento dei criteri fondamentali che consentono alla guerriglia di operare nello scontro: strategia della Lotta Armata, unità del politico e del militare, la concezione della guerra di classe di lunga durata, clandestinità e compartimentazione.

Tutto ciò significa che solo attraverso il metodo prassi-teoria-prassi si può regolare la definizione dei principi fondamentali e delle leggi che governano il movimento e lo sviluppo della guerra di classe nelle metropoli imperialiste.

A partire dalle condizioni dello scontro di classe nelle metropoli imperialiste ed in particolare dalla sostanza che informa il dominio borghese nelle democrazie rappresentative contemporanee, lo Stato assolve il duplice ruolo di rappresentante del potere capitalistico egemonizzato dalla borghesia imperialista e di mediatore del conflitto fra le classi.

La prassi espressa dalle BR, al cui interno sono situati i momenti qualificanti dell’attacco al cuore dello Stato, ha scandito i passaggi salienti dello sviluppo della guerra di classe di lunga durata in stretta relazione con i nodi dello scontro in generale ed in dialettica con i contenuti espressi dalle istanze più mature dell’autonomia proletaria.

Questa dinamica si è affermata nel corso di venti anni di processo rivoluzionario come capacità di riferirsi da un lato alle principali politiche antiproletarie e controrivoluzionarie della borghesia imperialista e dall’altro alla resistenza politica ad esse da parte del movimento di lotta proletario:
– il fallimento del progetto fanfaniano di stampo neogollista, che esprimeva le spinte reazionarie della borghesia di fronte al movimento operaio e proletario con forti caratteristiche antistatuali, antistituzionali e antirevisioniste e al nascere della sua avanguardia armata;
– la disarticolazione del progetto moroteo di “unità nazionale”, il quale operava il tentativo di cooptazione organica delle rappresentanze istituzionali della classe operaia al fine di depotenziare le spinte di forte conflittualità politica che da quest’ultima venivano e, al tempo stesso, per assestare un duro colpo alla guerriglia che proprio in quegli anni maturava un poderoso salto di qualità;
– l’attacco al progetto politico demitiano teso alla rifunzionalizzazione degli apparati e istituti dello Stato dentro il più generale disegno di riassetto delle forme di dominio borghese nella cornice delle “democrazie mature” e di approfondimento dei termini della controrivoluzione preventiva.

Per le BR, quindi, l’attacco al cuore dello Stato significa attacco alle sue politiche centrali, inceppamento dei suoi progetti e degli stessi processi di rafforzamento dello Stato e di affinamento della dittatura borghese.

Questo criterio fondamentale consente all’avanguardia rivoluzionaria di muoversi dentro il reale scontro tra le classi e di indirizzarlo al fine di spostare i rapporti di forza a favore del campo proletario.

Nell’attacco al cuore dello Stato si esprime la capacità e la possibilità della guerriglia di disarticolare i progetti politici che di volta in volta costituiscono la contraddizione dominante che oppone lo Stato alla classe proletaria. Si esprime la capacità e la possibilità di scompaginare gli equilibri raggiunti intorno a tali progetti; si esprime inoltre un possibile rafforzamento temporaneo del campo proletario che deve tradursi in termini costruttivi, cioè nella disposizione ed organizzazione sul terreno della lotta armata, ed in modo calibrato alla fase di scontro.

Questa complessa dinamica permette di definire la dialettica centrale di movimento, articolata nei periodi di attacco, costruzione, organizzazione, nuovo attacco. Permette di definire la dialettica in cui si esprime la valenza e la portata dell’unità del politico e del militare come il solo modo di far vivere e sviluppare la politica rivoluzionaria nei paesi a capitalismo maturo.

L’attacco al cuore dello Stato, dunque, rappresenta contemporaneamente un asse strategico di combattimento, un elemento di programma ed infine una parola d’ordine prioritaria su cui si costruiscono i termini del rapporto fra guerriglia ed autonomia proletaria e del processo di costruzione del Partito comunista combattente.

La stessa prassi delle BR ha inoltre posto l’antimperialismo come l’altro asse caratterizzante l’attività rivoluzionaria.

Nella propria impostazione politica e strategica le BR hanno definito fin da subito l’indirizzo antimperialista ed internazionalista del processo rivoluzionario entro cui collocare e costruire lo sviluppo stesso della guerra di classe e dell’organizzazione intorno ad essa delle avanguardie di classe del proletariato.

Secondo le BR, dopo la seconda guerra mondiale, la catena imperialista ha raggiunto un alto livello di internazionalizzazione ed interconnessione economica, nonché un alto grado di integrazione militare e politica, ed è stato definito un sistema di relazioni imperialiste altamente gerarchizzato sotto la dominanza USA.

Sulla base di questa analisi, già nella Risoluzione della Direzione Strategica del 1975 le BR affermano: «Si vuol dire più in generale che la guerra di classe rivoluzionaria nelle metropoli europee è anche guerra di liberazione antimperialista, perché l’emancipazione di un popolo da un contesto imperialista deve fare i conti con la repressione imperialista. Non esistono vie nazionali al comunismo perché non esiste nella nostra epoca la possibilità di sottrarsi singolarmente al sistema di dominio imperialista».

Nell’ambito delle caratteristiche dello scontro nelle metropoli europee, la configurazione più esatta dell’internazionalismo proletario viene espressa concretamente dalle BR attraverso l’assunzione della proposta politica più adeguata per misurarsi con tale problema: il Fronte Combattente Antimperialista.

L’attacco al generale NATO Dozier contribuisce sostanzialmente a definire i termini di riferimento per il Fronte Combattente Antimperialista, inserendo e relazionando la nostra Organizzazione all’interno della prassi combattente antimperialista che veniva dispiegata su più fronti dalla guerriglia europea (RAF in testa) e per altro verso da forze rivoluzionarie antimperialiste e nazionaliste del movimento di liberazione arabo.

L’individuazione dell’Europa come il centro nevralgico delle contraddizioni del sistema imperialista, nonché il loro intrecciarsi ai rapporti fra Europa, paesi mediterranei e mediorientali ed il netto configurarsi e dispiegarsi delle politiche guerrafondaie dell’imperialismo, sono i termini analitici ed i riferimenti concreti attraverso i quali viene individuato e precisato il ruolo strategico che la NATO va ad assumere.

Questo ruolo è caratterizzato dalla duplice funzione di guerra esterna e di guerra interna. Fin dalla sua nascita, infatti, la NATO ha svolto un ruolo di deterrenza verso i paesi dell’Est, e al tempo stesso, un ruolo di controrivoluzione interna nel cuore dell’imperialismo, contribuendo così a compattare i paesi a capitalismo avanzato rispetto all’interesse generale dell’imperialismo.

Nel contesto di scontro in cui si è inserito l’attacco a Dozier, la NATO guidava le scelte politico-militari di fondo dei paesi a capitalismo maturo (a partire dal dispiegamento degli arsenali missilistici lungo l’asse di confine con i paesi dell’Est e nel fianco Sud della NATO) riqualificando i termini della sua stessa “dottrina” dentro l’attiva responsabilizzazione dei paesi dell’Europa occidentale.

Quel contesto generale faceva risaltare la necessità rivoluzionaria del Fronte Combattente Antimperialista per cominciare gli attacchi alle politiche centrali dell’imperialismo e della NATO.

Comunque è soltanto la prassi antimperialista successiva e la ricerca attiva del confronto con le altre forze rivoluzionarie che consente di caratterizzare meglio l’approccio al Fronte da parte della nostra Organizzazione.

A partire dall’analisi concreta della situazione concreta, per le BR il contributo al Fronte Combattente Antimperialista si dà all’interno di una politica di alleanze da conseguire sulla base di una pratica antimperialista che non deve essere ostacolata dalle differenze di impostazione e di finalità delle forze rivoluzionarie.

Per questo il Fronte è l’organizzazione politico-militare adeguata ad impattare l’imperialismo, unendo le forze rivoluzionarie in un attacco mirato e cosciente.

Con questi presupposti politici le BR si sono relazionate con i passaggi che il Fronte ha operato, quindi con il testo comune AD-RAF e la connessa attività politico-militare.

In seguito il contributo delle BR-PCC all’attività del Fronte è stato espresso nel settembre ’88 con il testo comune RAF-BR concretizzato dall’azione Tietmeyer.

In tale testo vengono ulteriormente chiariti gli obiettivi da perseguire; si tratta di costruire la forza politica e pratica adeguata ad incidere al livello raggiunto dal rapporto fra imperialismo ed antimperialismo, superando anche le posizioni dogmatiche che risultano inadatte per affrontare lo scontro.

Il realismo politico che contraddistingue questo momento di unità nel Fronte gli fornisce una valenza che va oltre il risultato immediato raggiunto perché apre la prospettiva di praticare una politica di alleanze allargata alle forze rivoluzionarie di liberazione nazionale che operano nella regione mediorientale e che si confrontano con lo stesso nemico: le politiche imperialiste fatte proprie dagli Stati imperialisti europei.

Nonostante le mutate condizioni internazionali a favore del campo dei paesi a capitalismo avanzato, anzi a maggior ragione, lavorare al rafforzamento ed al consolidamento del Fronte significa «organizzare la forza politica e pratica per attaccare l’imperialismo» e per contribuire a far avanzare il processo rivoluzionario.

L’attacco al cuore dello Stato e l’attacco alle politiche centrali dell’imperialismo sono quindi gli assi di combattimento principali intorno a cui finora le BR-PCC hanno organizzato e dato sviluppo alla guerra di classe di lunga durata.

Per questo motivo, nell’attuale “fase di ricostruzione” il compito dei rivoluzionari è proprio quello di ricostruire attraverso un’attività calibrata e razionale un percorso tendente a mantenere gli assi di combattimento principali, ed è proprio in questo modo che nell’attuale fase si verifica la giustezza della linea politica e si articola la parola d’ordine dell’unità dei comunisti nel processo di costruzione del Partito comunista combattente.

I mutamenti intervenuti negli ultimi due anni nella situazione internazionale con il crollo economico, politico e sociale dell’URSS e del relativo Patto di Varsavia hanno determinato un nuovo “ordine mondiale” dominato dai paesi imperialisti sotto la leadership USA.

Lungi dal raggiungere la tanto decantata “pace mondiale”, tale situazione ha prodotto un passo ulteriore nella tendenza alla guerra, dovuto al concreto sviluppo imperialista con relativo aumento dell’impossibilità di valorizzazione dei capitali sovrapprodotti.

Dopo oltre 15 anni di sostanziale stagnazione nell’economia si passa alla recessione che determina condizioni sempre peggiori per il proletariato di tutto il mondo e per tutti i popoli della periferia imperialista.

La guerra del Golfo, già inscritta all’interno dei mutamenti dei rapporti di forza internazionali, è stata solo il primo assaggio della nuova barbarie.

Questa nuova fase determina con forza la necessità strategica ed epocale di combattere il “nuovo ordine mondiale” imposto sull’ulteriore sfruttamento dell’uomo sull’uomo e specificamente sull’ulteriore subordinazione di miliardi di uomini agli interessi sempre più famelici del capitale.

Impone ad ogni rivoluzionario e proletario cosciente di frapporre la propria attività ad argine di tale disegno criminoso, riaffermando altresì i valori del socialismo a cui dal ’68 in poi le lotte proletarie e l’attività delle Brigate Rosse hanno alluso nel nostro paese.

Rafforza inoltre la necessità di riaffermare il valore dell’uomo rispetto agli interessi imperialisti per costruire una società basata su nuovi rapporti sociali, per garantire la liberazione di ognuno dall’oppressione, nonché la necessità di combattere, dal centro del sistema imperialista alla sua periferia, per far progredire e maturare il processo di liberazione dell’umanità dallo sfruttamento fino al comunismo.

Questa lotta è necessaria e noi sappiamo che è possibile e, sempre più, giusta.

I militanti prigionieri delle BR-PCC: Antonino Fosso, Sandro Padula

Febbraio 1992

LA PACE IMPERIALISTA È GUERRA! Roma, processo d’appello Moro-ter – Documento allegato agli atti del Collettivo comunisti prigionieri Wotta Sitta

Crisi e guerra

«La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue più delle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato.»(Marx-Engels)

  1. Gli ultimi anni hanno visto intensificarsi il dominio di classe della borghesia imperialista nel mondo intero sotto la spinta del capitale monopolistico, che cerca di superare la crisi mai risolta degli anni ’70 con l’accelerazione del processo di concentrazione, centralizzazione e internazionalizzazione dei capitali.
    Questo processo, che porta con sé una profonda mutazione delle forme del dominio di classe, genera, da una parte, contraddizioni crescenti ed esplosive tra capitali già di per sé multiproduttivi e multinazionali, tra Stati, tra aree economiche, mettendo a nudo i limiti intrinseci dell’epoca della globalizzazione e della interdipendenza economica; dall’altra, si risolve in un attacco diretto alle condizioni di vita di miliardi di proletari e di interi popoli in tutto il mondo, attraverso la politica spietata decisa e controllata dagli organismi sovranazionali del capitalismo, dal G-7 all’ONU, al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale fino alla NATO.
    La guerra nel Golfo è stata la dimostrazione più chiara e visibile di questo dominio di classe intensificato e della determinazione imperialista a non accettare alcuna messa in discussione dei suoi interessi e del suo assetto di potere internazionale. Gli anni ’90 si sono aperti con lo scenario più logico e concreto dell’imperialismo di questa epoca: la guerra e il rapporto di guerra che caratterizza lo scontro oggi e, di conseguenza, gli effetti tragici del dominio della barbarie sulla vita umana.
    La potenza dell’occidente non si è tradotta in un “nuovo ordine mondiale”, ma in un periodo di grandi sconvolgimenti, di conflitti e di instabilità crescenti. La fine dell’ordine stabilito a Yalta si rivela più traumatica e complessa del previsto. Se quello di Yalta è costato i morti della II Guerra Mondiale, quello che le potenze imperialiste, USA in testa, vanno cercando di imporre sembra che non chiederà costi minori. Sarebbe idealistico pensarlo, d’altra parte, e lasciamo ai riformisti e revisionisti le loro pericolose illusioni e fandonie, preferendo ricordarci delle lezioni della storia, che ha sempre dimostrato come, crollato un equilibrio di potere sia inevitabilmente necessaria una nuova guerra per costruirne un altro. Da Versailles a Yalta, a…
    L’imperialismo è guerra. La guerra è sempre stato il modo attraverso cui la borghesia ha cercato di risolvere le sue crisi scaricando in modo distruttivo sul proletariato i costi della sua riproduzione.
    C’è da aggiungere che oggi la guerra non può certo dirsi esaurita con la vittoria della coalizione occidentale nel Golfo, perché quest’ultimo decennio del secolo ha già visto lo scoppiare incessante di una moltitudine di guerre nelle varie aree geopolitiche del mondo. La guerra è tornata, di nuovo, anche in Europa con vasti e crescenti conflitti armati e guerre civili, che scuotono in particolare l’ex territorio yugoslavo e quello della ex Unione Sovietica.
    Questo scenario che scorre davanti a tutti noi con quotidiana tragicità assume una fisionomia precisa e in sviluppo proprio in quest’area che costituisce il vero centro nervoso dell’intero pianeta, perché attraversato dall’insieme delle contraddizioni di questa epoca. Da quella principale e oggi dominante tra proletariato e borghesia, a quella esplosiva tra Nord e Sud, a quella generata dai conflitti economici e politici interimperialistici già esistenti e che tendono a svilupparsi tra le potenze mondiali nella spartizione e dominio dell’intero pianeta.
    La borghesia imperialista europea sta accelerando i passi necessari ed irrinunciabili, pur nel loro realizzarsi contraddittorio, per far avanzare il processo di integrazione economica, politica e militare degli Stati europei e “farsi blocco”, cioè soggetto politico capace di stabilire politiche omogenee vincolanti al suo interno e di proiettarsi significativamente verso il resto del mondo.
    Il “1992” non vuole essere la semplice celebrazione formale della nascita della “Unione Europea”, ma il momento della realizzazione pratica dell’insieme dei passaggi fondamentali e di non ritorno per esserlo concretamente. In questa direzione l’“Unione Europea” è un avanzamento del dominio di classe nell’intero territorio continentale e della sua proiezione imperialista nelle altre aree del mondo a cominciare da quella contigua e inscindibilmente legata del Mediterraneo-Medio Oriente, come ha già dimostrato il suo coinvolgimento attivo nella guerra del Golfo.
    L’Europa partecipa e vuole partecipare da protagonista al “nuovo ordine mondiale”.
    Per restare all’Italia basti ricordare le azioni di guerra contro il popolo iracheno degli “eroi” Bellini e Cocciolone e dei loro altri compari dell’aviazione un anno fa, i ponti aerei per liberarsi dei profughi albanesi e per controllarli nel loro paese ormai sottoposto ad un nuovo protettorato italiano, e le missioni politiche e militari in crescendo in Yugoslavia, vero e proprio cortile di casa di De Michelis e soci, o nel lontano Salvador.
    Ovviamente le mire della “Grande Germania”, dell’Inghilterra, della Francia e della resuscitata Spagna non sono da meno e possono contare su di un ben più rilevante patrimonio di colonizzazione mondiale. Il “1992” vede gli Stati Europei tesi alla conquista e allo sfruttamento delle risorse e dei popoli del mondo come 500 anni fa.
    I proletari in Europa e nel mondo intero hanno percepito da tempo la nuova qualità dello scontro e la loro resistenza contro strategie capitalistiche sempre più indirizzate al profitto e sempre più distruttive non è mai cessata. Le lotte proletarie, i processi di emancipazione e di liberazione devono fare i conti con un avanzamento micidiale della controrivoluzione preventiva, che ha inciso pesantemente su molte esperienze rivoluzionarie, e che cerca di colpire anticipatamente il coagularsi di nuove. Tuttavia si possono già individuare molti aspetti del passaggio ad una nuova epoca rivoluzionaria segnata da uno scontro più profondo in cui le lotte proletarie nel mondo si trovano sempre più connesse e legate contro il nemico comune. La mobilitazione di massa e le iniziative delle forze rivoluzionarie nelle aree dei centri imperialisti e in quelle della periferia durante la guerra nel Golfo, ha indubbiamente contribuito a rafforzare il terreno dell’antimperialismo e dell’internazionalismo proletario. Nella stessa direzione si muovono le molteplici forme di resistenza proletaria e le diverse iniziative rivoluzionarie che cominciano a colpire e sabotare l’insieme dei processi che caratterizzano il “1992” e che sono visti dai proletari come un punto di svolta capitalistica sotto il segno della “deregulation” e della reazione.
    Una tendenza che vede l’intensificarsi dello sfruttamento proletario, l’ampliarsi della disoccupazione e della marginalizzazione, il peggiorare delle condizioni di vita, l’affermarsi di una esistenza sempre più alienata nei centri metropolitani e l’imporsi di politiche sempre più repressive, razziste e fasciste contro i popoli che premono alle frontiere della “fortezza Europa”.
    Cinquecento anni fa la “conquista dell’America” fu l’inizio di una nuova epoca e di una politica europea di oppressione nei confronti dei paesi e dei popoli che possedevano risorse e ricchezze che avrebbero consentito al capitalismo nascente, e alla classe emergente che lo sosteneva, di stabilire una colonizzazione e un dominio mondiale.
    Non solo. L’impoverimento progressivo di quei popoli – base del progresso della “sviluppata e civile Europa” – si accompagnò spesso al loro sterminio.
    Come scrive Marx su «Il Capitale»: «La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Occidentali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali della accumulazione originaria.»
    I dati della ricerca storica misurano la qualità di questi “procedimenti idillici“: nel 1500 la popolazione del globo era dell’ordine di 400 milioni di abitanti, 80 dei quali residenti in America. Cinquanta anni dopo, di questi 80 milioni ne restavano 10. Limitando il discorso al Messico, alla vigilia della “Conquista” la popolazione era di 25 milioni di abitanti, nel 1600 erano ridotti a un milione.
    Questo è il senso storico del processo che il capitalismo vuole celebrare con le infinite manifestazioni per il “Quinto Centenario della scoperta dell’America”. Se i paesi europei sono ancora una volta alla testa di queste iniziative non è per semplice spirito celebrativo quanto per rilanciare le ragioni attuali dell’accumulazione capitalistica a vantaggio dei grandi monopoli mondiali. Un neocolonialismo che vede protagonista la CEE nello sforzo di aggiudicarsi risorse e spazi crescenti nello sfruttamento del Tricontinente in competizione con i capitali statunitensi e giapponesi. La penetrazione dei capitali europei è la forma della “Conquista” di oggi: una nuova spartizione del mondo.
    Il filo delle lotte proletarie che si vanno intrecciando nelle diverse aree geografiche contro l’imperialismo statunitense, europeo e giapponese sta concretizzando un nuovo internazionalismo proletario che mette radicalmente in discussione e combatte i presupposti di fondo su cui è nata e si è sviluppata la formazione sociale capitalistica.
    Le strategie economiche e politiche che da anni guidano la ristrutturazione capitalistica stanno producendo contraddizioni di classe e sociali crescenti, che definiscono e misurano la guerra di classe di questa epoca. Un processo di proletarizzazione di dimensioni vastissime, in conseguenza del modificarsi della divisione del lavoro a livello planetario, caratterizza la seconda metà del secolo. L’avanzata del capitalismo ha gettato nella condizione di proletari la maggior parte della popolazione mondiale, a cui viene progressivamente impedita ogni possibilità di sussistenza non capitalistica. Nelle aree del centro come in quelle della periferia, nel Nord come nel Sud e nell’Est. Sempre più ogni essere umano si trova direttamente di fronte alla “nuda legge del profitto”, agli effetti disumani di un processo di oppressione e distruzione dell’uomo, della natura e dell’ambiente, di proporzioni mai viste, perché il capitalismo interviene ormai direttamente su di essi per le sue necessità di valorizzazione, riproduzione ed espansione.
    Questo complesso di fattori giunti a completa maturazione a questo stadio di sviluppo avanzato del capitalismo metropolitano, non fa che espandere ed ingigantire le tensioni ed i conflitti sociali proiettando sempre più donne e uomini in una immediata dimensione di lotta di classe. Contemporaneamente stabilisce un terreno di connessione oggettiva delle lotte dei proletari e dei popoli del mondo, quello contro il sistema economico, politico e militare che si è storicamente affermato e che ruota attorno agli USA e al nuovo dispiegamento che lo caratterizza negli ultimi anni.
    Lottare in Europa contro l’insieme di politiche che spingono in avanti la dinamica di integrazione europea e che ad un tempo estendono la sua proiezione imperialista nel mondo, significa avere la consapevolezza che in Europa Occidentale, oggi più di ieri, convergono molte delle linee di scontro tra imperialismo e rivoluzione, tra neocolonialismo e lotte di liberazione nel mondo. Significa anche essere concretamente a fianco della “campagna di resistenza indigena e popolare” che i campesinos, gli indigeni e le forze rivoluzionarie hanno lanciato contro la celebrazione del “Quinto Centenario” per fare sentire la loro voce di fronte alla «ignominia dell’oppressione coloniale, neocoloniale ed imperialista. Allo scopo di consolidare la nostra identità e di rafforzare la nostra lotta di liberazione in tutto il continente». (Dichiarazione di Quito, delle Organizzazioni Campesino-Indigene).

 

  1. Gli ultimi anni hanno visto approfondirsi la crisi del capitalismo e le contraddizioni che essa ha prodotto in ogni area del mondo, perché la crisi generatasi nei centri imperialisti occidentali si è riversata pesantemente nel Sud e nei paesi dell’Est, per il livello di interdipendenza dell’economia mondiale.
    La borghesia imperialista oggi deve fare i conti con una situazione generale di recessione economica e moltiplicare gli interventi per rimettere in moto un sistema produttivo bloccato, incapace di produrre profitti sufficienti a valorizzare l’intera massa di capitali e di garantire un respiro adeguato, tra una crisi e l’altra, per rilanciare l’economia. Il susseguirsi dei Vertici del G-7 ha consentito di tenere sotto controllo gli effetti più devastanti attraverso una gestione sovranazionale degli interventi più urgenti da adottare, scaricando i costi più pesanti della crisi sui paesi del Sud e dell’Est. Ma è evidente che non si è ancora realizzata una seria possibilità di superamento della crisi in cui l’intero sistema si dibatte dagli anni ’70.
    In questa situazione solo i grandi monopoli riescono a trovare i capitali e i mercati per svilupparsi da veri pescecani vincenti nella guerra della concorrenza. Con strategie planetarie cercano di contrastare la caduta dei saggi di profitto, intensificando il processo di concentrazione e di internazionalizzazione, tentando di aumentare la massa di plusvalore attraverso continui salti tecnologici ed una riorganizzazione planetaria della produzione. Ma ciò non basta a risolvere la crisi di sovrapproduzione di capitali che attraversa il sistema mondiale, questi sono interventi che tendono semplicemente a rinviare nel tempo le conseguenze più gravi, a concentrare ulteriormente i capitali a spese di quelli più deboli, che vengono assorbiti dai monopoli più forti, e a scaricare i costi più pesanti sui paesi delle aree dominate. E, in definitiva, non fa che creare le condizioni per un ulteriore calo del saggio di profitto, e rendere la crisi sempre più complessa e meno risolvibile, nonostante gli organismi sovranazionali che cercano di tenerla sotto controllo con interventi di politica finanziaria concertati.
    Con la crescita dei monopoli multinazionali si accelera la caduta delle barriere nazionali e si sviluppa l’unità e l’integrazione internazionale del capitale. Come dice Marx: «Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo in tutti i paesi… ha tolto all’industria le basi nazionali». Lo stadio monopolistico del capitalismo già analizzato da Lenin all’inizio del secolo, ha raggiunto oggi un livello incomparabile, comportando enormi modificazioni negli assetti di potere e nelle relazioni interne agli Stati e tra gli Stati nel segno della globalizzazione ed interdipendenza economica.
    Questo processo è tutt’altro che lineare: l’interdipendenza non fa che sviluppare un livello più alto di contraddizioni capitalistiche ed estendere la crisi su scala mondiale. Sviluppa, in definitiva, la tendenza alla guerra, che è insita oggettivamente nella stessa dialettica tra concorrenza e concentrazione dei capitali, come unica soluzione alla crisi.

 

  1. Alla fine degli anni ’70 diventa evidente che l’eccezionale movimento di ristrutturazione e di ridispiegamento con cui la borghesia imperialista mira a stabilire la sua egemonia mondiale non basta per superare la crisi.
    «Quando il modello di accumulazione capitalistica fordista e il rapporto imperialista di tipo neocolonialista crollano, diventa chiaro agli occidentali che non ci sarà nessun superamento durevole senza una messa in discussione fondamentale della divisione di Yalta e senza una riunificazione-riorganizzazione del mercato mondiale sotto il dominio dei monopoli. Rompere la contraddizione Est/Ovest, con la sua eliminazione a medio termine superare questo vecchio ordine considerato come limite per una nuova fase di monopolizzazione.» (Prigionieri di Action Directe, dicembre 1991).
    L’aggressività della politica di Reagan prima e di Bush poi, che hanno spinto ad un livello mai raggiunto la “guerra fredda” assediando letteralmente l’URSS e i paesi del Patto di Varsavia sul piano politico, economico e militare, nasceva da questa esigenza intrinseca del capitalismo occidentale ormai impossibilitato a trovare soluzioni alla crisi al suo interno.
    Va ribadito con chiarezza, d’altra parte, che l’attacco del capitalismo occidentale trovava spazio nelle profonde modificazioni che nel corso degli anni avevano cambiato il volto della formazione sociale sovietica e il ruolo dello “Stato socialista” con l’abbandono della lotta di classe e con la progressiva apertura al mercato mondiale.
    Le necessità poste dal processo di industrializzazione accelerata hanno richiesto una pianificazione economica centralizzata in funzione di una rapida accumulazione capitalistica e hanno fondato un modello di sviluppo delle forze produttive centrato sul capitalismo di Stato. Si è andata così formando progressivamente una burocrazia di Stato e di partito a cui era delegato l’insieme dei processi decisionali e il potere reale. Parallelamente si è formata una vasta classe operaia e fasce sempre più ampie della popolazione si sono proletarizzate entrando a far parte della struttura produttiva capitalistica. La continua mobilitazione interna contro l’aggressione imperialista, la massiccia sovrastruttura ideologica e la garanzia a questa classe proletaria di condizioni di vita “dignitose”, attraverso una serie di interventi di politica sociale, sono stati per anni elementi fondamentali dello sviluppo del capitalismo di Stato sovietico, che hanno potuto contenere, finché hanno retto, la dinamica in espansione del conflitto di classe.
    In questo contesto i burocrati sovietici, e dell’intero COMECON, preso atto dell’unità del mercato mondiale, e dell’impossibilità dell’autosufficienza dal capitalismo occidentale, fin dagli anni ’60 avevano aperto i loro paesi alle importazioni occidentali e avevano cercato sbocchi nel mercato mondiale, dimensionandosi necessariamente rispetto alla divisione internazionale del lavoro esistente. Avevano consentito, inoltre, a varie multinazionali occidentali, di impiantare comparti e segmenti di produzioni all’interno dell’Unione Sovietica e degli Stati del COMECON. In questo modo non avevano fatto che aggravare la crisi complessiva del sistema sovietico, finendo per importare al suo interno gli effetti devastanti della crisi capitalistica generatasi in occidente; ponendo così l’economia sovietica in una situazione di forte dipendenza che la indeboliva ancora di più nei confronti delle strategie dei monopoli occidentali e la spingeva verso un pesante indebitamento finanziario nei confronti del FMI e della Banca Mondiale.
    La competizione con il complesso militar-industriale occidentale, portata all’estremo con il progetto statunitense delle “guerre stellari”, ha indebolito e dissestato ulteriormente l’economia sovietica nel suo complesso.
    In questo quadro i processi di efficientizzazione e razionalizzazione produttiva, la riforma complessiva della formazione sociale sovietica per adeguarla pienamente alle leggi del mercato capitalistico, messi in atto con la Perestroika di Gorbaciov, non potevano certo frenare in tempi brevi la crisi dell’URSS. Hanno approfondito, invece, le contraddizioni all’interno dei diversi settori della borghesia di Stato e di partito e, contemporaneamente, con il taglio delle spese sociali, la mobilità della forza-lavoro, l’innalzamento della produttività, hanno messo a nudo profonde contraddizioni di classe facendo saltare per sempre il “patto classe-Stato” su cui si reggeva il sistema di potere sovietico.
    Per tutti gli anni ’80 abbiamo assistito, in URSS, al micidiale intrecciarsi degli effetti della crisi economica e sociale interna, di cui il polarizzarsi dello scontro di classe e il sorgere delle spinte centrifughe dei nazionalismi sono gli aspetti più evidenti, con quelli prodotti dalla competizione/aggressione economica degli USA e dell’intero Occidente scatenata per favorire la disgregazione dell’area economica dell’Est e per costruire rapidamente le condizioni per la sua completa integrazione nel mercato mondiale e per la penetrazione incontrollata dei capitali occidentali.
    Oggi il crollo dell’area COMECON e la disgregazione dell’URSS sanciscono la fine del “bipolarismo” stabilito a Yalta come sistema di equilibrio planetario post-Seconda Guerra Mondiale e aprono un periodo caratterizzato da una profonda instabilità a livello mondiale.
    All’interno del territorio della ex URSS vanno intensificandosi le dinamiche contraddittorie.
    In primo luogo, il processo di riconversione verso una economia di “libero mercato” e di privatizzazione capitalistica delle strutture monopolistiche di Stato esistenti accelera la tendenza all’integrazione nel sistema economico occidentale e nelle sue istituzioni-cardine (dal FMI/BM al GATT e, seppure non a breve termine, alla NATO e al G-7). Ciò sta portando alla completa sparizione del sistema sociale sovietico per consentire i margini di accumulazione necessari allo sviluppo delle imprese private e di monopoli economici in grado di predisporsi alla competizione sull’intero mercato mondiale. La politica che lo zar Eltsin persegue concretamente per rafforzare la “Grande Russia” è l’aspetto più esemplare della tendenza antiproletaria in atto.
    L’estendersi della penetrazione delle multinazionali occidentali, alla ricerca di condizioni di valorizzazione più vantaggiose e per stabilire posizioni privilegiate di sfruttamento e controllo degli enormi mercati dell’ex-URSS, velocizza ulteriormente la trasformazione radicale dei rapporti di produzione favorendo lo sviluppo del processo di concentrazione e internazionalizzazione dei capitali e, ad un tempo, la concorrenza interimperialista. Già ora, ad esempio, l’amministrazione USA, di fronte alle maggiori possibilità di penetrazione all’Est aperto ai monopoli CEE e giapponesi, non esita ad ostacolare ogni intesa che possa, anche indirettamente, favorire l’affermarsi di una “area economica di libero scambio dall’Atlantico agli Urali” (per non parlare dell’avanzata giapponese verso l’area asiatica dell’ex URSS…).
    L’insieme di questi mutamenti della formazione sociale sovietica si traduce in un approfondimento delle contraddizioni di segno capitalistico e in una intensificazione della lotta di classe in Russia e in ciascuna delle repubbliche della neonata Confederazione di Stati Indipendenti (CSI). Il drammatico peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei proletari fino al loro puro e semplice affamamento, il manifestarsi e il moltiplicarsi delle proteste e delle lotte proletarie in tutta la CSI, si accompagnano ad una pesante ridefinizione autoritaria degli Stati, degli assetti di potere nella Russia e nelle altre repubbliche, per consentire la ristrutturazione produttiva e controllare/contenere le esplosioni sociali che ne derivano.
    Questo insieme di profonde trasformazioni aprono all’interno della CSI un nuovo significativo scontro di classe, di enormi proporzioni, in una situazione già sconvolta dall’espandersi dei conflitti etnici e dall’affermarsi crescente dei nazionalismi.
    Questo ingresso di milioni di uomini e donne nella lotta di classe e il radicarsi della contraddizione tra proletariato e borghesia nell’intero territorio dell’ex URSS, dimostra quanto il progetto imperialista di “nuovo ordine mondiale”, che dovrebbe sorgere dalle ceneri del “bipolarismo”, sia utopico e di improbabile realizzazione.
    Il crollo del “blocco dell’Est” non significa affatto la “fine del comunismo”. Tutt’altro. L’entrata di centinaia di milioni di proletari sull’aperto terreno dello scontro di classe riafferma ancor più l’esigenza della rivoluzione comunista e di un rilancio dell’internazionalismo proletario.

 

  1. Con gli anni ’90 si apre un periodo di riorganizzazione mondiale e di ridefinizione della divisione internazionale del lavoro di difficile valutazione al momento, e di nuove contraddizioni e competizioni capitalistiche nel quadro di un equilibrio di forze mutato a favore dei paesi occidentali.
    Questa fase è attraversata da tempo da una contraddizione storica causata dall’agire di due fattori contrastanti. La perdita di egemonia USA, che aggrava la crisi capitalistica in quanto con essa viene meno il centro di un sistema di rapporti imperialisti sempre più complessi e, nello stesso tempo, la politica militare sempre più aggressiva degli Stati Uniti, che cercano di porre un freno al loro declino imponendo ovunque la pax americana.
    Tutto questo non fa che accrescere l’instabilità del sistema mondiale e moltiplicare i conflitti e le spinte centrifughe: accelerare oggettivamente la tendenza alla guerra.
    Oggi gli USA stanno spingendo al massimo livello il loro ruolo di gendarme mondiale, sia per far fronte ad ogni possibile sviluppo progressista e/o rivoluzionario nel Sud del mondo, sia per cercare di assestare la loro leadership in rapporto alle altre potenze interne al sistema imperialista.
    Dagli anni ’70, infatti, la perdita di egemonia USA è una spina nel fianco delle amministrazioni statunitensi, che dai tempi di Carter e Reagan si sforzano di riconquistare una centralità all’economia e al sistema di potere USA, contro l’emergere delle nuove potenze Giappone e CEE. La guerra USA è una scelta generale e strategica delle amministrazioni statunitensi perché essi sono ormai costretti a muoversi sul terreno della guerra per riaffermare una centralità e riconquistare un’egemonia perduta da anni.
    «Per gli USA questa guerra (quella del Golfo) è l’occasione opportuna per legare la questione del ruolo di leadership all’interno del blocco occidentale ancora di più alla forza militare. Nello stesso tempo con questa guerra vogliono naturalmente risanare la loro economia sfasciata. Attualmente nel Golfo ha luogo anche la lotta di concorrenza degli Stati-cuore imperialisti, cioè del centro, l’uno contro l’altro, per il potere futuro e l’influenza nella regione medio-orientale e l’egemonia all’interno del campo imperialista.» (RAF, Commando Ciro Rizzato, 15/2/1991).
    Fin dalla guerra nel Golfo, gli scopi statunitensi sono stati espliciti. Vinta la guerra le dichiarazioni per riaffermare l’egemonia USA sono diventare continue ed aggressive.
    Da quelle dei generali del Pentagono: «L’importante è capire che noi non smobilitiamo come dopo la Seconda Guerra Mondiale o dopo la Corea. Il mondo è ancora un posto veramente pericoloso… L’ultima lezione che dobbiamo trarre da questa operazione è che è importante rimanere impegnati in tutto il mondo. Non è il momento di tornare a casa. Dobbiamo rimanere in Europa, nel Sud-Est asiatico, in Medioriente così come nel Pacifico.» (Colin Powell, intervista del 18/4/1991).
    A quelle di Bush di fronte alla grave recessione interna in USA nel post-guerra: «Noi siamo l’indiscusso e rispettato leader del mondo… La guerra fredda è finita e noi dobbiamo rimanere impegnati oltre oceano per guidare la ristrutturazione economica, costruire liberi mercati. Noi vinceremo la guerra della competizione economica». (Discorso alla Nazione, febbraio ’92).
    Ma questa guerra alla recessione interna, per gli USA, sembra già persa in partenza, di fronte all’avanzare della crisi e ai disastri economici interni prodotti negli anni ’80 dalle politiche reaganiane degli armamenti e oggi dall’intervento nel Golfo. I dati della crisi USA restano confermati nel tempo e tendono ad aggravare tre aspetti principali.
    Gli USA sono il paese con il più elevato debito estero ed esso continua ad aumentare. Sono il paese più colpito dalla recessione economica: le industrie statunitensi di alta tecnologia sono sempre meno competitive rispetto a quelle giapponesi ed europee, e controllano sempre di meno le loro quote di mercato. Nel complesso si allarga il fossato tra USA-Giappone-RFT sul piano della crescita industriale (il tasso di crescita dell’anno 1989/’90 è rispettivamente: -0,5%, +6,8%, +5,6%!). Infine i livelli di disoccupazione e povertà all’interno dell’impero sono in continuo aumento e tali da fare ricordare gli scenari della depressione degli anni ’30.
    L’insicurezza del posto di lavoro e di un reddito garantito ha colpito fasce crescenti della popolazione statunitense, diffondendo un panico generalizzato in stridente contrasto con il ruolo di superpotenza mondiale, ma comprensibile di fronte alla bancarotta di imprese-simbolo per l’“american way of life”, come PANAM, TWA, MACI’S, e alla crisi di giganti planetari come IBM, General Motors, Ford… Per non parlare dei timori incontrollabili generati dai ricorrenti rischi di crolli finanziari a Wall Street! Gli afro-americani, i portoricani, gli ispanici, i nativi americani e settori sempre più vasti di classe operaia, sono le fasce di popolazione più direttamente colpite tanto dalla recessione prolungata quanto dalle misure economiche adottate dall’amministrazione Bush.
    L’acuirsi della lotta di classe segna sempre di più il conflitto sociale anche nel cuore dell’impero.

 

  1. Il rapporto Nord-Sud oggi è un rapporto di guerra su tutti i fronti perché le necessità di sfruttamento delle risorse e di controllo del mercato a favore delle strategie di espansione planetaria dei monopoli mondiali impongono di stroncare ogni forma di potere autonomo nelle aree del Sud.
    L’imperialismo occidentale non solo cerca di impedire che si affermino le lotte di liberazione e di autodeterminazione dei popoli e contribuisce attivamente, con le sue strategie sovranazionali (direttive del FMI in testa), le sue operazioni speciali, alle politiche di repressione del proletariato in ogni angolo del Tricontinente, ma non consente più ad alcuna borghesia nazionale di raggiungere quella soglia di potere economico-politico-militare che possa porla nelle condizioni di svolgere un ruolo guida nell’area geopolitica in cui è inserita e di manifestare una qualche autonomia dall’impero e dalle sue esigenze.
    Se il modello imperialista della “guerra a bassa intensità” aveva già portato alle occupazioni militari di Grenada, Panama, all’assedio decennale del Nicaragua sandinista fino al suo crollo, all’intervento in Salvador contro la guerriglia e alla “guerra alla droga” come modello operativo contro le lotte di liberazione in Perù, Colombia e in tutta l’America Latina, la guerra contro l’Iraq degli USA e della coalizione occidentale sotto l’ombrello ONU, chiarisce il nuovo significato del diritto internazionale e del “nuovo ordine mondiale” che si vuole costruire.
    La sconfitta dell’Iraq deve costituire un monito e una lezione per tutti i paesi del Tricontinente e per le borghesie nazionali arrivate al potere nei diversi paesi con la dissoluzione degli imperi coloniali.
    Di fronte ai processi di ricompradorizzazione, di pacificazione forzata e di guerra messi in atto dall’imperialismo in ogni area del mondo deve diventare chiaro ad ogni borghesia nazionale che nessuna opposizione verrà più tollerata. Le borghesie nazionali non solo non riescono più a mantenere un ruolo progressista verso il cambiamento, ma devono trasformarsi direttamente in cinghie di trasmissione degli interessi imperialistici nei paesi del Tricontinente.
    Questa nuova realtà dello scontro pone milioni di proletari del Sud direttamente a contatto con la dimensione internazionale del loro nemico – nulla è più chiaro dell’esempio fornito dalla guerra nel Golfo – e crea le condizioni oggettive di un antagonismo sempre più forte contro l’imperialismo e il suo sistema di sfruttamento, affamamento e distruzione del Sud.
    Nell’area mediorientale, in particolare, l’aggressione imperialista ha come scopo quello di frantumare anche la sola idea della Nazione Araba, costruendo divisioni e schieramenti contrapposti all’interno delle borghesie arabe fino al consolidamento di un fronte di alleanze con l’imperialismo statunitense ed europeo.
    Nello stesso tempo USA e CEE hanno riaffermato il ruolo strategico, in funzione occidentale, dell’entità sionista nell’intera area con continui aumenti degli aiuti economici e militari e con l’aperto sostegno politico a livello internazionale. Parallelamente hanno affidato alla Turchia un ruolo-cardine nella regione, dotandola di strumenti e basi militari che la rendono un vero avamposto della NATO anche negli interventi contro i popoli del Medio Oriente.
    Con questo significativo salto di qualità l’imperialismo cerca di stabilizzare l’area mediorientale liquidando il ruolo della rivoluzione palestinese, controllando l’espandersi della lotta di liberazione del popolo curdo e facendo arretrare l’intero fronte della lotta del popolo arabo.
    Ma si trova sempre più di fronte al carattere esplosivo delle contraddizioni aperte dalle questioni palestinese e curda, diventate ormai i principali catalizzatori delle aspirazioni antimperialiste nella regione, e dell’estendersi delle lotte proletarie in molti paesi arabi.
    La strategia di guerra contro il Sud è guidata dagli USA, ma vede necessariamente un ruolo attivo della CEE e del Giappone, che non possono non partecipare alla creazione del “nuovo ordine mondiale” per le loro esigenze strategiche. Pur nelle divergenze di interessi, essi sono uniti agli USA nella guerra imperialista contro il Sud del mondo. Ieri contro l’Irak, oggi contro la Libia…
    Questo scenario definisce nettamente il ruolo dell’“Unione Europea” e della stessa Italia, e ha già portato a nuove e concrete decisioni e ridislocazioni dei centri di comando e delle forze NATO, in quanto è la strategia dell’alleanza ad essere cambiata, diventando planetaria, dotandosi di una forza di rapido intervento capace di essere protagonista a fianco degli USA nelle “operazioni di polizia internazionale” in particolare contro il Sud. Intorno agli USA i gendarmi del mondo si sono moltiplicati e vanno attrezzandosi per il futuro come dimostra il dibattito in corso in Europa e in Giappone per dotarsi di una politica e di una forza militare autonoma.
    La nuova epoca aperta dalla fine del “bipolarismo” e segnata dal persistere della crisi di egemonia USA, vede una profonda ridefinizione degli assetti di potere e delle strategie imperialiste mondiali, come dimostrano le decisioni che i vertici del G-7 sono costretti ad adottare per adeguarsi ai cambiamenti in atto. Con il vertice di Londra (luglio ’91) «il G-7 si è evoluto in una specie di direttorio politico globale di Europa, USA, Canada, Giappone… Il mondo si sta muovendo verso un nuovo tipo di superpotenza; una coalizione la quale riconosce che nessuno, inclusi gli USA, è in grado di risolvere i problemi contando esclusivamente sul proprio peso. Ma non lo possono fare neppure le Nazioni Unite senza una potente e determinata leadership.» (International Herald Tribune, 25/7/’91). Questo direttorio mondiale sta agendo di fatto da tempo ed ha trasformato l’ONU in un suo braccio politico e il “diritto internazionale” in uno strumento di legittimazione di ogni intervento. Lo si è visto con le risoluzioni ONU adottate prima, durante e dopo la guerra del Golfo e con quelle che sono state decise recentemente contro la Libia. Si è affermata così – come dice De Michelis – «la grande idea-forza, il vero concetto nuovo di questo scorcio di secolo… sospendere la sovranità (di uno Stato) se essa è esercitata in modo criminale».
    In questo modo la vocazione principale dell’ONU diventa il diritto di ingerenza negli affari interni di singoli Stati e di intervento “a fini umanitari”, fino all’idea di predisporre una “forza militare internazionale” sempre pronta, come è emerso nel Consiglio di Sicurezza del febbraio ’92, che ha visto la prima significativa presenza della Russia, aspirante nuova potenza al posto della scomparsa URSS. Su queste basi e con questi strumenti l’imperialismo ha costruito le premesse per intensificare ed estendere la guerra al Sud.
    Nell’epoca dell’interdipendenza planetaria il diritto imperialista di ingerenza ed intervento è generalizzato: «L’idea statunitense del nuovo ordine mondiale è che ogni situazione in ogni parte del mondo porterà a tensioni in altri paesi della stessa regione e da qui comporterà disordine nel mondo. Così gli USA hanno avanzato certi principi per ristabilire l’ordine nel mondo.» (Forward, luglio 1991).

 

  1. La spinta alla mondializzazione dell’economia come risposta alla crisi capitalistica ha portato ad un mondo caratterizzato da processi di globalizzazione ed interdipendenza economica, che attraversano ormai ogni area del centro e della periferia generando violentissime contraddizioni a livello planetario. Dentro questo orizzonte si sviluppa la tendenza alla concentrazione e internazionalizzazione dei capitali portando all’estremo la concorrenza tra monopoli multinazionali e multiproduttivi e la polarizzazione tra ricchezza e miseria, tra borghesia e proletariato. Un processo che non fa che alimentare le contraddizioni e moltiplicare gli scontri interimperialistici nel mondo intero.
    Oggi assistiamo ad una tappa intermedia – molto più avanzata di quella analizzata da Lenin – di questa spinta alla mondializzazione: la regionalizzazione, cioè l’aggregazione economica in aree continentali per creare le condizioni attraverso cui i capitali più forti si uniscono, costruendo monopoli regionali continentali, per raggiungere le dimensioni necessarie a vincere la concorrenza e a valorizzarsi. Questo è il punto di equilibrio attualmente raggiunto dal capitalismo per sopravvivere alla crisi, ma è anche un processo che in prospettiva aggraverà e moltiplicherà i conflitti e gli scontri tra i diversi blocchi regionali, alimentando ancora di più la tendenza alla guerra, di fronte alla crisi dell’intero sistema e alla competizione spietata tra monopoli economici regionali con urgenza di profitto e di mercato sempre più grandi.
    Ciò significa, semplicemente, che la dinamica unitaria che spinge ed accelera i processi di aggregazione economica continentale e regionale approfondisce, contemporaneamente, la dinamica contraddittoria all’interno del sistema capitalistico, per la proiezione planetaria dei monopoli, degli Stati e dei blocchi regionali. Già oggi la battaglia da tempo in atto a livello del GATT (Accordo Generale sulle Tariffe Doganali e Commerciali) mette a nudo le reciproche politiche protezionistiche a livello di area e, quindi, la vera e propria guerra economica che si va addensando. Come altrettanto evidente è l’aggressività dei monopoli più forti, e degli Stati che li sostengono, al di là delle loro aree di riferimento e mercato. Queste sono soprattutto delle piattaforme/fortezze dentro cui rafforzarsi per proiettarsi con più successo verso l’esterno.
    La tendenza a superare la crisi con la costituzione di “blocchi regionali”, in realtà, ripropone ad un livello diverso e più alto la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione. Se da una parte la regionalizzazione porta con sé il superamento delle forme di dominio e di rapporti produttivi ad ambito nazionale, dall’altra crea un’altra gabbia per le forze produttive, destinata a trasformarsi in una nuova catena per il loro sviluppo. Di fatto è l’impronta “cosmopolita”, mondiale, data alla produzione dalla borghesia fin dal sorgere del capitalismo, che non accetta barriere di alcun genere alla sua espansione. L’ambito regionale, in prospettiva, si rivela altrettanto asfittico e limitante di quello nazionale, per le stesse politiche protezionistiche e di difesa adottate a livello di area!! Alla fine, irrimediabilmente, «questi rapporti (di produzione) da forme di sviluppo delle forze produttive si convertono in loro catene.» (Marx).
    Assieme al consolidarsi e potenziarsi nel corso degli anni del polo economico-politico-militare europeo, con la sua proiezione naturale nell’area mediorientale-mediterranea-africana, ha preso vita la formazione di un’area di libero scambio nel Nord-America, dall’Alaska al Messico, attorno agli USA, con proiezione nell’area Caraibica e Latino-americana, come anche un terzo processo nel Sud-Est Asiatico intorno al Giappone, con proiezione nell’intera area dell’Oceano Pacifico.
    Questo potente processo di concentrazione in poli economici regionali investe l’intero centro imperialista e assesta la tendenza in atto alla definizione di un’area del dollaro intorno agli USA, di una dello yen attorno al Giappone e di una terza dell’ECU intorno all’“Unione Europea”. Essi si presentano come i principali processi di stabilizzazione del nuovo ordine economico e della nuova divisione internazionale del lavoro.
    Anche nelle aree del Tricontinente hanno cominciato a prendere forma diversi processi di aggregazione in blocchi economici regionali. Da quello nell’area mediterranea dell’“Unione del Maghreb Arabo” (HUMA), a quello nell’America Latina del MERCOSUR, a quello nell’area del Sud-Est Asiatico attorno all’Indonesia.
    Questa tendenza alla regionalizzazione si rivela dominante a questo stadio dello sviluppo capitalistico.

 

Il polo imperialista europeo

«La borghesia sopprime sempre più il frazionamento dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà in poche mani. Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica, province indipendenti, quasi appena collegate tra loro da vincoli federali, province con interessi, leggi, governi e dogane diversi, sono state strette in una sola nazione, con un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, un solo confine doganale».
(Marx-Engels)

Gli anni ’90 si aprono in un clima di grande instabilità, determinata dalla fine del “bipolarismo”, dall’approfondirsi della crisi di egemonia USA e dalla recessione economica che ormai investe l’intero mondo capitalistico.

In questo contesto, il processo di integrazione economica che ha portato in questi anni alla costituzione del “Mercato Unico Europeo”, subisce una ulteriore accelerazione verso l’unione economica e politica.

Come la costruzione del “Mercato Unico” ha dato forte impulso alla integrazione europea, determinando il trasferimento/centralizzazione di molti poteri dagli Stati-nazione verso strutture e organismi sovranazionali, la nuova tappa, l’“Unione Economica e Politica Europea”, intensifica il processo di ridispiegamento del sistema di potere borghese sia all’interno dell’Europa che sullo scenario mondiale.

Negli organismi CEE che in tutti questi anni hanno assolto il compito di coordinare le diverse politiche economiche dei singoli Stati, si sono venuti a sviluppare nuovi assetti politici istituzionali, che a loro volta hanno determinato profonde modificazioni su questo piano in tutti i 12 paesi della CEE.

A dare corpo a questo processo sono i passaggi concreti – che caratterizzano il formarsi del polo imperialista europeo – per dotarsi di una politica industriale e commerciale comune, di una unione economica e monetaria, di una politica interna e di “sicurezza sociale”, di una politica estera e difesa comuni.

La realizzazione di questi passaggi e di questi obiettivi segna l’attuale fase del processo di integrazione comunitaria dei 12 Stati europei, e della loro proiezione imperialista in ogni area del mondo.

 

  1. La crisi capitalistica è sempre anche crisi delle forme economiche, politiche e militari di dominio. Quanto più si sviluppa il processo di integrazione/omogeneizzazione della formazione economico-sociale europea, tanto più la funzione degli Stati nazionali subisce profonde modificazioni. La crisi-sviluppo del modo di produzione capitalistico ha rotto la separazione tra le diverse formazioni sociali nazionali europee. Ha dato luogo a fenomeni economici, politici e sociali che non possono più essere regolamentati, diretti e governati in ambito nazionale.
    Alla fine degli anni ’70, questo problema si impone in modo improrogabile e dirompente.
    Sull’asse franco-tedesco si accelera la fase dell’integrazione europea. Si costituisce il “Sistema Monetario Europeo”, e si avvia concretamente la fase del “Mercato Unico” che, passando per l’“Atto Unico” dell’84, si concluderà entro la fine del 1992.
    Queste scelte danno respiro strategico alle politiche industriali e finanziarie dei grandi trust oligopolistici multinazionali, facendo convergere intorno ad essi, ai loro processi di ristrutturazione e di rilancio del profitto, tutte le risorse e le politiche economiche e sociali degli Stati europei. Ciò determina profonde trasformazioni nel rapporto capitale-lavoro, nella pubblica amministrazione, nella spesa pubblica, nel sistema legislativo, ecc., in tutti i paesi CEE, tese a garantire il massimo profitto e ad imporre una nuova qualità del dominio di classe.
    La costituzione del “Mercato Unico”, è anche la risposta della borghesia imperialista europea alla svolta “neoliberista” che, a partire dalla politica dell’amministrazione USA negli anni ’80 ha teso ad affermarsi in tutto il sistema capitalistico mondiale, per far fronte all’aggravarsi della crisi economica.
    Per i grandi trust monopolistici multinazionali diviene di vitale importanza poter agire incontrastati e senza vincoli sull’intero mercato capitalistico mondiale, così da potersi comunque garantire un tasso di crescita, seppure su basi sempre più ristrette.
    L’insieme di questo movimento porterà al definitivo crollo del welfare-state. La “deregulation” economica e sociale si estende a tutti i paesi, i quali fanno della riduzione dei salari, dell’aumento della produttività, e della riduzione della spesa pubblica, un fattore determinante per la competitività internazionale.
    In nome del “libero mercato” e della “difesa della concorrenza” cadono le barriere tariffarie e i confini doganali, viene fortemente ridimensionato il ruolo e l’intervento dell’industria pubblica a vantaggio dei trust multinazionali privati che penetrano e divorano tutti i settori privatizzati.
    La legislazione sulla concorrenza comunitaria accelera i processi si concentrazione capitalistica a livello continentale, annullando progressivamente qualsiasi struttura o norma che non siano funzionali alla libera circolazione delle merci, dei capitali, e ad ottenere il massimo profitto.
    La Commissione e la Corte di Giustizia CEE, in tutti questi anni, hanno sviluppato una vera e propria strategia per lo smantellamento dei monopoli pubblici, dei settori protetti e della legislazione del lavoro in tutti i paesi europei… Attualmente è in atto una deregulation progressiva che ha aperto una breccia nei monopoli energetici pubblici nazionali; nel campo degli apparecchi terminali, delle telecomunicazioni e dei servizi postali, a favore degli oligopoli multinazionali privati.
    Su questo terreno in Italia si sta da tempo giocando un aspro scontro tra partiti di regime, apparati dello Stato e altre forze borghesi. Privatizzare le “Partecipazioni Statali” significa infatti incidere pesantemente su uno dei pilastri che hanno sorretto il potere dei partiti di governo – Democrazia Cristiana in testa – dai primi anni ’50 in poi.
    Ma la recessione, le pressioni dei monopoli privati, il disastro del bilancio pubblico e le direttive della CEE, hanno portato di fatto il governo a prendere una decisione irreversibile, collocandosi nella stessa direzione degli altri paesi europei.
    La recente approvazione della legge sulle privatizzazioni avvia la trasformazione in “Società per Azioni”, da collocare sul mercato, della maggior parte delle aziende di Stato. Per citare le più importanti, l’IRI, l’ENI, l’EFIM, l’ENEL, le Ferrovie, le Poste e Telecomunicazioni…
    Un processo che comporta una gigantesca ristrutturazione e “razionalizzazione” produttiva con il consueto corollario di tagli, chiusure di stabilimenti e migliaia di licenziamenti.
    La liquidazione del siderurgico pubblico negli anni scorsi è stata una esemplare anticipazione di questa dinamica; di come la ristrutturazione di questo settore in tutta Europa sia stata diretta in modo centralizzato dagli organismi della CEE.

 

  1. La costituzione del “Mercato Unico Europeo” (come d’altra parte quella di altri mercati regionali di libero scambio: quella tra USA-Canada-Messico e quello tra Giappone e paesi industrializzati del Sud-Est Asiatico…) riflette la necessità di una maggiore concentrazione dei capitali e di agire su aree economicamente integrate e di grande ampiezza. Una dinamica tutt’altro che lineare perché la concorrenza e concentrazione di capitali sono poli inseparabili della stessa contraddizione.
    Al di là del tanto sbandierato “libero mercato mondiale”, stiamo assistendo alla formazione di aree continentali sempre più integrate al loro interno e sempre più protette e aggressive verso l’esterno. All’accrescersi dell’interdipendenza economico-commerciale tra le maggiori potenze mondiali, come USA, Europa, Giappone, corrispondono nuove forme di protezionismo, che sfociano puntualmente in vere e proprie guerre commerciali che investono tutti i settori produttivi.
    L’esigenza di fondo che muove il processo di costruzione dell’Unione Europea, e che allo stesso tempo ne costituisce la specificità, risiede nel fatto che l’Europa non è una nazione unica come gli USA, e, oltre a ciò, non c’è in Europa un paese che abbia la forza sufficiente per imporsi da solo, in quanto potenza egemone, come nel caso del Giappone nei confronti dell’area del Sud-Est Asiatico.
    È senza dubbio vero che la rinata “Grande Germania” occupa in questo processo un posto fondamentale come maggiore potenza economica europea, cosa che le fa assumere un ruolo crescente sul piano della politica industriale e monetaria e della politica extra-comunitaria. Ma è altrettanto vero che essa non può fare a meno di legarsi saldamente alla formazione del polo economico-politico europeo, che solo nel suo insieme può garantire la forza e il peso per collocarsi adeguatamente nella nuova configurazione del sistema imperialista che si sta delineando.
    Per questo, qualsiasi visione di ritorno ad una “Europa delle Patrie”, per quanto presente nelle tendenze inevitabilmente innescate da questo grande processo, siano esse “Quarto Reich” o altre, è in realtà in contraddizione con le oggettive dinamiche imposte dalla crisi capitalistica.
    Il soggetto che si sta consolidando in questo contesto è, nei fatti, una vera e propria borghesia multinazionale europea, a cui sono subordinati tutti gli interessi particolari.
    Per la borghesia imperialista europea, la costruzione del “Mercato Unico” non si può limitare ad una “zona di libero scambio”, di circolazione di merci e capitali. Nei fatti l’Europa è già terreno di battaglia per i maggior oligopoli multinazionali di USA e Giappone. Di qui la spinta della borghesia imperialista europea affinché all’integrazione economica corrisponda quella politica, ed ogni ritardo su questo terreno rischia di far saltare l’intero processo e di frenarne la proiezione mondiale come polo imperialista.

 

  1. L’approfondirsi della crisi-recessione, che a diversi livelli investe l’intero mondo capitalistico, è il fattore fondamentale che sta cambiando gli equilibri di potere esistenti fin dal dopoguerra tra le maggiori potenze mondiali. Essa ha determinato il crollo del blocco COMECON, ha approfondito la crisi di egemonia degli USA, ha ridefinito i rapporti di potere tra l’imperialismo occidentale e le aree del Tricontinente e nell’intero assetto del dominio di classe della borghesia verso il proletariato.
    Tutto questo ha, a sua volta, contribuito a spingere l’integrazione europea verso l’unione economica e politica.
    Il vertice intergovernativo di fine ’91 a Maastricht, che ha portato alla firma del nuovo trattato sull’“Unione Europea”, ha aperto la “terza fase” (dopo il Trattato di Roma e l’Atto unico) dell’integrazione economica e politica dei paesi CEE e ne ha accentuato la proiezione esterna ponendo questo processo come polo di attrazione dell’Europa intera, compreso l’ex blocco orientale.
    Alla progressiva omogeneizzazione della formazione economico-sociale europea, corrisponde un processo di centralizzazione dei poteri a livello sovranazionale che si impone oggi come movimento dominante rispetto alla struttura di potere dell’ambito nazionale. Una riarticolazione sempre più complessa del dominio borghese che svela, allo stesso tempo, in maniera chiara, una svolta autoritaria nei sistemi politici dei paesi europei, e che fa emergere più che in passato la reale natura di classe dello Stato e della democrazia borghese, in quanto strutture di oppressione verso il proletariato.
    La crisi economica porta inevitabilmente allo smantellamento dello “Stato sociale”, al ridimensionamento di tutte le conquiste della classe operaia e del proletariato e dunque alla riduzione drastica di ogni spazio di autorganizzazione e di rappresentanza autonoma di classe in tutta Europa. Sta qui, per inciso, la base principale del crollo di ogni ipotesi e apparato riformista.
    Grandi campagne di guerra psicologica borghese da anni ammorbano l’area occidentale, sulla “fine del comunismo”, sulla “nuova era di pace”, sul “nuovo ordine mondiale”. In realtà le dinamiche della crisi stanno rapidamente spazzando via tutta questa cortina fumogena, mettendo allo scoperto la natura distruttiva del capitalismo e dei suoi rapporti sociali, e allo stesso tempo, l’impossibilità di un suo sviluppo equilibrato e pacifico.
    Le lacerazioni aperte dalla crisi capitalistica nell’assetto di potere della borghesia imperialista sono terreno di contraddizione e dunque di lotta, di resistenza proletaria, di sviluppo dell’autonomia di classe, di costruzione della coscienza e dell’agire rivoluzionario a livello internazionale.
    Ed è proprio attorno alla necessità di far fronte a questa nuova qualità dello scontro che la borghesia imperialista europea si è mossa per tutti gli anni ’80 verso una ridefinizione della sua struttura di potere a livello continentale.
    Così il processo di formazione del polo imperialista europeo, con al centro i grandi oligopoli multinazionali, si è sviluppato in un duplice movimento: sul piano interno, verso una maggiore integrazione/centralizzazione degli apparati di potere e del dominio di classe, finalizzati all’esigenza di governare i conflitti sociali nella formazione sociale europea; sul piano esterno come proiezione delle strategie, interessi e rapporti di potere imperialisti dei paesi CEE a livello mondiale.
    È intorno all’emergere di una formazione sociale capitalistica europea che nasce e si concretizza la ridefinizione dell’assetto di potere della borghesia imperialista; dalla costituzione degli organismi sovranazionali nel quadro dell’“Unione Europea”, al processo di rifondazione politico-istituzionale in atto negli stati europei.
    Lo Stato «non è altro che la forma di organizzazione che i borghesi si danno per necessità, tanto verso l’esterno che verso l’interno, al fine di garantire reciprocamente la loro proprietà e i loro interessi» (Marx-Engels). I suoi assetti istituzionali, di potere, e i piani di intervento mutano in stretta dialettica con gli interessi della classe di cui è espressione, questo per fare in modo che le sue strutture non si trasformino in “gabbie“ che impediscono alla borghesia di far fronte alle necessità imposte dalla crisi economica e dal conflitto di classe.
    In Europa è il processo di integrazione che ha innescato questa dinamica in ogni stato del continente.
    Così in Italia, il progetto di “riforme istituzionali”, lungi dall’esprimere solo una rideterminazione tecnica degli apparati politico-istituzionali, implica una profonda ridefinizione dell’assetto di potere, incorporando in questo movimento quanto su questo piano è stato sancito in precedenza (come ad esempio le “forzature” operate durante la guerra nel Golfo, vere e proprie sperimentazioni di un modello di imposizione autoritaria di decisioni e scelte politiche a tutto il paese). In sostanza una riarticolazione verticale dei poteri e degli apparati dello Stato a partire dai centri di comando più importanti, in primo luogo all’Esecutivo, che garantisca alla classe al potere la possibilità di decisioni politiche rapide, in linea con gli oneri e compiti che comporta la collocazione dell’Italia nel processo di integrazione europea. Una scelta strategica che il potere borghese italiano intende portare avanti in un quadro di governo delle contraddizioni sociali dove il “consenso” delle masse non è da esso ritenuto condizione indispensabile.
    Questa dinamica ha i suoi corrispettivi qualitativi praticamente in ogni stato europeo. Dalla Francia, dove la retorica di Mitterrand sulla VI Repubblica accompagna un concreto mutamento politico istituzionale di cui il governo Cresson è battistrada; alla Germania, dove è in atto, tra l’altro, una revisione costituzionale per permettere la formalizzazione dell’interventismo militare pantedesco.
    Questi mutamenti, dovendosi misurare con condizioni preesistenti e storicamente determinate, si realizzano, nelle situazioni specifiche, in tempi e con forme diversi da ricondurre comunque sempre ad una unica qualità.
    Il fattore dominante in questa complessa ridefinizione del sistema di potere imperialista in Europa, sono gli interessi dei grandi oligopoli multinazionali che ormai fanno il bello e il cattivo tempo sull’intero continente, i processi di ristrutturazione e concentrazione capitalistica finalizzati al rilancio dell’accumulazione, come pure la proiezione e la salvaguardia dei loro interessi in ogni area del mondo.

 

  1. Tre sono i pilastri si cui si basa la nuova tappa verso l’“Unione Europea”: l’“Unione Economica e Monetaria”; la “Politica degli Interni e della Giustizia comune”; la Politica estera e di Difesa comune”.
    Questi tre pilastri, nella loro interazione, rappresentano i passaggi centrali della formazione del polo imperialista europeo. In questo la unificazione economica e monetaria precede e sollecita il processo complessivo. C’è un nesso di distinzione dialettica tra il momento del governo economico e monetario e l’intero riassetto politico-istituzionale del potere politico che, dagli organismi CEE si estende fino allo stato nazionale e alle diverse istituzioni e organismi regionali.

 

4.1 L’unione economica e monetaria, dà una ulteriore accelerazione al processo di convergenza economica perseguita ormai da anni dalla borghesia europea per dotarsi di una Banca Centrale e una moneta unica, entro la fine degli anni ’90. Ciò determinerà il trasferimento definitivo della “sovranità monetaria” di ogni singolo Stato alla Banca Centrale, che opera indipendentemente dal potere politico. Sono direttamente i grandi trust bancari-finanziari-industriali a spingere la centralizzazione delle politiche monetarie attorno alle loro esigenze.
Un processo iniziato negli anni ’70 con la crisi degli accordi di Bretton Woods, che nel ’70 porta alla fondazione del “Sistema Monetario Europeo” (SME), e alla liberalizzazione dei capitali aperta nel ’90. Una ulteriore tappa, legata ai tempi necessari ad una maggiore convergenza economica, è stata fissata per il gennaio del ’94, e prevede la costituzione di un “Istituto Monetario Europeo” (IME).
Tutti questi passaggi stanno portando alla costituzione di un sistema europeo di banche centrali imperniato sulla Banca Europea e l’ECU come moneta unica. Una dinamica resa possibile da una già esistente convergenza economica e monetaria realizzata attraverso il processo di “disinflazione” degli anni ’80, che nel concreto ha significato il drastico taglio delle spese sociali in ogni singolo Stato, e politiche di contenimento del costo del lavoro in tutta Europa. Un attacco che oggi e per tutti gli anni ”90 è condizione per realizzare le tappe fissate dalla borghesia nella prospettiva dell’Unione economica e monetaria.
Questo è il punto di riferimento per la Banca d’Italia, che sta già sviluppando profonde trasformazioni nella sua struttura per renderne irreversibile l’autonomia e predisporsi all’interno del nascente “Sistema Europeo di Banche Centrali” (SEBC) con al centro la futura Banca Centrale Europea.

 

4.2 Al processo di costruzione dell’unione economica e politica corrisponde un riadeguamento delle strutture di potere della borghesia. Un riadeguamento che ha la sua finalità principale nella necessità di garantire la riproduzione dei rapporti sociali capitalistici nel quadro attuale della crisi.
Quindi, questo nuovo assetto di potere non si definisce solo attorno alle esigenze politiche derivanti dalla concentrazione-centralizzazione capitalistica, ma trova la sua ragione d’essere anche nel governo delle contraddizioni e dello scontro di classe.
A ciò corrisponde la necessità di una politica degli Interni e della Giustizia comune a livello europeo, e un complesso di trasformazioni politico-istituzionali dello Stato in ogni paese.
Tutta la propaganda borghese sul passaggio alla cosiddetta “II Repubblica” qui in Italia, non è altro che il rivestimento massmediato di una serie di mutamenti nel sistema politico di potere, in cui emerge chiaramente la volontà di sancire lo spostamento dei rapporti di forza a favore della borghesia per un più adeguato governo del conflitto di classe. Ciò si inquadra in quel processo di strutturazione autoritaria della “democrazia” da tempo in atto in tutti i paesi del centro imperialista.
È a questo disegno che vanno ricondotti i ripetuti attacchi alle conquiste operaie e proletarie, succedutisi per tutti gli anni 80 in Italia. Questi attacchi, condotti dall’Esecutivo e dal grande padronato, non hanno il solo obiettivo di liquidare le conquiste, essi sono finalizzati infatti a stabilire meccanismi istituzionalizzati che limitino ogni possibile sbocco e forma di lotta di classe. In pratica si vuole porre sul piano dell’illegalità qualsiasi istanza di classe e proletaria che sfugga alla cooptazione sociale istituzionalizzata. Una dinamica resa possibile anche dall’opera di svendita del patrimonio di lotta operaia da parte dei sindacati e partiti riformisti, i quali, facendo proprie le necessità della borghesia e del grande capitale, si stanno muovendo a livello internazionale, con i loro consimili degli altri paesi, per impedire che le lotte del proletariato in Europa esprimano coscientemente la loro qualità unitaria e i loro processi di organizzazione autonoma.
Al processo di integrazione europea degli anni 80 ha corrisposto un progressivo spostamento di poteri verso gli organismi sovranazionali e una conseguente delega di sovranità, su molti piani, degli Stati nazionali. Parallelamente si è imposta una supremazia giuridica sull’intero territorio europeo. I “trattati istitutivi” CEE rappresentano ciò che le “leggi istitutive” sono per gli Stati, e insieme agli accordi UEO, TREVI e Schengen, come pure alle molteplici sentenze della Corte di Giustizia comunitaria, stanno uniformando le “carte costituzionali” e la legislazione di ogni singolo Stato. Allo stesso tempo i loro emendamenti, sganciati da ogni autorità politica parlamentare, hanno determinato un “deficit democratico” che crea non poco imbarazzo ai tecnocrati degli organismi comunitari, provocando su molti piani un esautoramento dei poteri parlamentari, spesso ridotti a pura ratificazione delle loro direttive.
La legislazione comunitaria sviluppa ulteriormente l’integrazione e la rifunzionalizzazione istituzionale degli Stati intorno agli interessi della borghesia monopolistica sovranazionale. In questo modo, ogni singolo Stato incorpora in sé il livello più alto dato dalla dimensione sovranazionale dei rapporti di forza sull’intero proletariato e l’insieme della sua strategia controrivoluzionaria.
L’omogeneizzazione della legislazione e delle politiche comunitarie di controllo e repressione, si è venuta sviluppando a partire dagli organismi CEE (Consiglio, Commissione, Corte di Giustizia Europea…) e con la affermazione di una molteplicità di strutture come TREVI, Schengen, etc., fino alla costituzione di un vero e proprio spazio giuridico europeo.
Queste diverse istituzioni e apparati sovranazionali, forti dell’esperienza accumulata ai massimi livelli dello scontro di classe, attraverso trattati, codici, statuti, leggi, etc., hanno sviluppato una politica di pianificazione sull’intero territorio europeo, omogeneizzando un personale imperialista e rispettivamente strategie collocati ad alto livello su tutti i piani dello scontro.
L’insieme degli apparati di controllo e repressione a livello nazionale (polizie, magistrature, servizi segreti…), hanno sviluppato in questa dinamica una strutturazione sempre più integrata e coordinata in ogni paese e sul piano continentale.
La recente scelta operata in Italia per razionalizzare e coordinare l’intervento di polizia, carabinieri e finanza, risponde a una duplice esigenza: riorganizzare le forze in campo per ottenere un controllo più capillare del territorio; usufruire di un forte strumento centralizzato in grado di partecipare efficacemente alle strutture integrate e di coordinamento operanti e con requisiti necessari alla prevista formazione della “Europolizia”.
È sempre in riferimento al processo di integrazione che si devono inquadrare quelle mutazioni – attualmente allo stadio di proposte e oggetto di aspri scontri tra i partiti e forze borghesi – quali la ridefinizione della magistratura inquirente (che prevede fra l’altro la subordinazione all’Esecutivo dell’iniziativa della “Pubblica Accusa”), e in genere del ruolo stesso della magistratura e dei suoi organi di governo (in particolare il Consiglio Superiore della Magistratura).
Tra i passaggi già operati c’è la riforma del “codice di procedura penale” che avvicina la politica penale italiana al modello legislativo nord-europeo, e che incorpora la sostanza della cosiddetta “legislazione d’emergenza”, prodotta in 20 anni di attacchi violenti alle avanguardie rivoluzionarie, alla guerriglia e alla lotta di classe nel suo insieme.
Migliaia di licenziamenti, aumento della disoccupazione, riduzione del costo del lavoro, aumento dello sfruttamento, riduzione di ogni spesa per l’assistenza, militarizzazione capillare del territorio, razzismo, distruzione attiva e preventiva di ogni forma di autorganizzazione e opposizione di classe e rivoluzionaria, attacco a tutte le conquiste della classe operaia e dei lavoratori dei servizi, fino al diritto di sciopero; uso della tortura, delle carceri speciali, fino all’annientamento psicofisico dei prigionieri rivoluzionari attraverso l’isolamento.
È questo il quadro di riferimento su cui si è venuta sviluppando e omogeneizzando la politica interna e la legislazione comunitaria, all’interno della rifondazione autoritaria dei singoli stati.
È così ad esempio che il “Gruppo TREVI” e su un altro piano gli accordi di Schengen, si impongono come pilastri della controrivoluzione integrata tra i 12 Stati europei.
“TREVI-Schengen significa l’unificazione e la standardizzazione giuridico-poliziesca e militare dell’insieme dei compiti e dei metodi di inchiesta, di procedure e legislazione preventiva e repressiva che superi le attuali frontiere… Ma, ancora, la messa in atto del controllo delle popolazioni attraverso una banca dati integrata e l’identificazione informatizzata. Così, lo spazio giuridico si afferma, simultaneamente, nella ridefinizione del reato politico, nelle procedure di estradizione, e nella soppressione del diritto di asilo, fino alle nuove legislazioni che regolano l’ingresso e il soggiorno dei lavoratori immigrati” (Prigionieri di Action Directe).
Con il nuovo Trattato di Maastricht, la nascente “Unione Europea” estende i propri poteri in materia di immigrazione, giustizia, interni, in una dimensione sempre più integrata e gestita dalle istituzioni comunitarie. Queste centralizzeranno materie come: politica comune di immigrazione, diritto di asilo, lotta alla droga, cooperazione giudiziaria e soprattutto tra le polizie, con il progetto di una polizia europea (Europol) sul modello del FBI americano.
Questa è una delle nuove competenze in materia di “affari interni e giustizia” che la riforma del trattato CEE ha attribuito all’“Unione Europea”, come pure in materia di immigrazione, di visti e diritto di asilo (in Italia l’ormai famosa “legge Martelli” ha costituito il passaggio necessario per aderire a “Schengen” e omologare il quadro legislativo alla ridefinizione autoritaria delle politiche europee sul terreno del controllo dei flussi migratori), di cooperazione giudiziaria, civile e penale. In sostanza una struttura europea di controllo e repressione per la “prevenzione e lotta al terrorismo“ e altre “forme di criminalità internazionale”.
L’“Unione Europea” si dispone così a far fronte alla massa di immigrati che preme ai confini mediterranei e orientali della CEE, e alle lotte di resistenza e rivoluzionarie del proletariato metropolitano europeo.

 

4.3 Il Trattato di Maastricht prevede che gli “orientamenti generali” di politica estera e di difesa siano votati all’unanimità dal Consiglio Europeo (capi di Stato e di Governo), che le “linee di azione” siano votate all’unanimità dal Consiglio dei Ministri degli Esteri, che le “modalità di attuazione” vengano decise dal Consiglio dei Ministri degli Esteri a maggioranza qualificata. La Commissione potrà formulare proposte in materia di politica estera, di sicurezza comune, mentre i poteri reali dell’Europarlamento saranno di semplice consultazione, se sarà ritenuta necessaria.
Si tratta di fissare, sul piano economico, le nuove coordinate della sua proiezione internazionale, del peso e del ruolo che il polo imperialista europeo intende assumere in una rinnovata divisione internazionale del lavoro, in competizione con le altre potenze imperialiste USA e Giappone, entro cui garantire gli interessi dei grandi gruppi multinazionali europei. E di ricollocare in questa organica prospettiva tutta la fittissima rete di accordi e relazioni bilaterali e multilaterali che la CEE ha sottoscritto in tutto il mondo, di integrare definitivamente in questi il sistema di relazioni economiche e politiche internazionali dei singoli Stati europei, di ampliare sempre più la sua penetrazione e la sua opera di influenza nelle altre aree del mondo.
Sul piano politico-militare, l’“Unione Europea”, superando il terreno della semplice “cooperazione intergovernativa” tende a diventare una vera e propria potenza internazionale, all’interno di un nuovo “equilibrio di potere”.
Questo significa, da un lato collocarsi in maniera sempre più diretta a fianco degli USA (e del Giappone), per mantenere il proprio dominio sul proletariato e i popoli di tutto il mondo, dall’altro ritagliarsi e garantirsi un suo proprio ruolo e peso sempre più autonomi nella gestione dei conflitti e delle “aree di crisi”.
Nei confronti delle altre potenze imperialiste, USA e Giappone in testa, il polo europeo si trova impegnato in una vera e propria guerra commerciale, fatta di tariffe protezionistiche, sovvenzionamenti, politiche monetarie, diretta a salvaguardare le proprie aree di mercato e a penetrare quelle avversarie, a garantire la propria produzione industriale dalla concorrenza delle merci e dei capitali americani e giapponesi.
D’altra parte il polo imperialista europeo è sempre più proiettato verso un ampliamento delle sue aree di diretta influenza politica.
In ambito continentale, l’“Unione Europea” punta alla costruzione di accordi di integrazione/subordinazione con gli altri paesi europei. Uno è l’accordo per lo “spazio economico europeo” che nei fatti altro non è che l’estensione/imposizione ai 7 paesi EFTA delle normative, legislazioni e istituzioni dell’Unione europea. Su un piano diverso sono gli accordi firmati in questi mesi da Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia di “super-associazione” per la costruzione di un’area di libero scambio per la totale apertura di quei paesi alla penetrazione delle multinazionali europee, garantendo la totale liberalizzazione del mercato del lavoro, delle merci, dei capitali.
Ma è tutta l’area europea che i tecnocrati della CEE considerano “naturale orizzonte” per l’imperialismo europeo. Basta vedere il ruolo che la “Unione Europea” intende giocare nelle trasformazioni che investono tutta l’area ex COMECON e la rete di accordi stipulati con i nuovi gruppi dirigenti di quei paesi. Le vicende yugoslave mostrano in modo esemplare tutta la forza di incidenza e pressione raggiunta dall’“Unione” sul piano economico, politico e militare, ma anche la diretta volontà politica di intervento che ha acquisito maggiore organicità con le direttive del vertice NATO di fine ’91 a Roma, che ne ha orientato il livello di autonomia rispetto alle politiche USA e alle decisioni dell’ONU.
Tutto il Tricontinente è, nel suo complesso, obiettivo della penetrazione imperialista dei grandi oligopoli multinazionali europei, nella loro esigenza imprescindibile di allargare il loro campo d’azione all’intero mercato mondiale. Basti pensare all’America Latina o all’Africa.
Ma è principalmente nell’area mediterraneo-mediorientale che la pressione e l’iniziativa europea hanno assunto una rilevanza e una caratteristica evidentissima. Spazzate via tutte le chiacchiere sulla “integrazione tra le due sponde del Mediterraneo” o sull’“area di pace”, l’imperialismo europeo sta concretamente mostrando sul suo “Fronte Sud” cosa intende per “rapporto Nord-Sud”.
Dal tentativo, patrocinato dai ministri degli esteri CEE, di stringere tutti i paesi del Mediterraneo in un sistema di relazioni (la “Helsinki del Mediterraneo”…) che doveva sancire e formalizzare in tutta l’area lo strapotere assoluto dei paesi CEE, della NATO e di “Israele”, si è passati alla guerra di aggressione nel Golfo, fino a ritagliarsi uno spazio nell’impostazione della cosiddetta “Conferenza di pace di Madrid”, fino alle attuali minacce contro la Libia.
Il Trattato della “Unione Politica Europea” definisce esplicitamente la UEO (Unione Europeo-occidentale) come nucleo di costruzione/elaborazione di una difesa comune. L’UEO attuerà le decisioni della “Unione Europea” in un quadro di complementarità con la NATO. Una posizione di mediazione tra le posizioni anglo-italiane (che sottolineano il ruolo insostituibile della NATO) e quelle franco-tedesche (che spingono per affidare alla UEO la difesa autonoma dell’Europa).
Queste scelte vanno inquadrate in rapporto alla ridefinizione già operata &emdash; a fronte dello scioglimento del Patto di Varsavia e all’emergere di nuove esigenze – della strategia NATO, dalla “difesa avanzata” alla costruzione delle “forze multinazionali di rapido impiego”, capaci di fronteggiare anche le emergenze del Fronte Sud. Questa ridefinizione sta comportando una riduzione quantitativa delle forze USA e una loro sostituzione con truppe europee.
Nei fatti il potenziamento della UEO è un rafforzamento del “pilastro europeo dell’Alleanza” che tuttavia non segna un netto sganciamento della “difesa europea” dagli USA.
Ma nello stesso tempo l’accordo di Maastricht prevede la possibilità di nuovi sviluppi a partire da una maggiore integrazione delle forze armate europee. È ancora una volta l’asse franco-tedesco a rilanciare il piano per la creazione di una forza militare europea pienamente indipendente sotto il comando UEO, in grado di agire in piena autonomia. Questo piano prevede la piena subordinazione della forza europea al Comando Atlantico in caso di aggressione al territorio NATO, ma il suo impiego indipendente in caso di crisi fuori area (tipo guerra nel Golfo). Si parte dall’embrione della brigata Franco-Tedesca per dar vita ad una forza militare integrata a quella anglo-italiana e sviluppare una forza di intervento rapido che operi nelle aree di crisi fuori dal territorio NATO.
Infine tutti i paesi membri della CEE dovranno aderire alla UEO (non ne fanno ancora parte Grecia, Danimarca e Irlanda) la quale ingloberà nelle sue attività anche la Norvegia e la Turchia membri della NATO ma non della CEE).
È in questo quadro che lo Stato italiano, in stretto rapporto con gli altri Stati CEE, per coordinare i progetti di integrazione della “difesa europea” e NATO, sta approfondendo la riforma e ristrutturazione delle proprie forze armate.
Con l’elaborazione di un “Nuovo Modello di Difesa” punta ad adeguare il dispiegamento di Esercito, Marina e Aeronautica, della “forza di rapido intervento”, attorno a tre funzioni strategiche:
– la presenza e sorveglianza del territorio in tempo di pace;
– la difesa integrata del territorio in periodi di guerra;
– la proiezione fuori area, cioè la “protezione degli interessi italiani all’estero” e la “protezione della sicurezza internazionale”.
Per l’esercito, il progetto di ristrutturazione prevede la riduzione della componente di leva per arrivare alla costituzione di un esercito professionale forte di 50.000 effettivi, integrato da 80.000 soldati di leva con l’appoggio dell’Arma dei Carabinieri che, oltre alla funzione all’interno delle Forze Armate, ha quella di polizia e sicurezza interna.
Una dottrina che per quanto riguarda il suo ambito territoriale, abbiamo visto all’opera quando hanno scagliato migliaia di soldati di leva a fianco dei Carabinieri contro gli immigrati albanesi a Bari.
La “Forza di Rapido Intervento” in questo quadro è costituita per essere pronta in permanenza ad operare fuori area. L’Italia, inoltre, contribuisce alla Forza di Reazione Rapida della NATO con 5 brigate.
Per la Marina e Aeronautica, nell’ottica di gestione unitaria delle forze e mezzi aeronavali, lo Stato ha articolato un piano di potenziamento per farne una componente integrata con compiti di intervento in tutto il bacino del Mediterraneo e nel Vicino-Medio Oriente in funzione delle necessità di sicurezza e difesa NATO-UEO-nazionali.
Strettamente interessato a questi sviluppi è naturalmente il “complesso militar-industriale” che è da tempo uno degli elementi costitutivi di quella borghesia imperialista che è il motore della formazione del polo imperialista.
Il “mercato unico delle armi” è affidato da tempo al “Gruppo Europeo Indipendente di Programmazione” al quale aderiscono tutti i paesi CEE che fanno parte della NATO. Esso si muove per raggiungere una maggiore efficienza dell’apparato bellico europeo, un aumento della cooperazione del complesso militar-industriale comunitario, la liberalizzazione degli appalti pubblici degli armamenti, la costruzione di consorzi e fusioni tra le maggiori industrie belliche europee. A questo stesso scopo la CEE ha elaborato uno “statuto della compagnia europea” per incoraggiare la costituzione di associazioni internazionali europee di produzione. Attività questa che integra e coordina quella dei singoli paesi europei che finanziano ed incentivano le proprie industrie militari nell’espansione sui mercati internazionali.
È evidente come proprio intorno alla costruzione di una “difesa europea” si darà un enorme sviluppo di questo settore che, come è già accaduto per il complesso militar-industriale negli USA, potrà funzionare come volano nelle economie durante le fasi di crisi.

 

  1. La scomparsa del “bipolarismo” e gli ultimi radicali e repentini mutamenti hanno accelerato l’emergere del polo europeo come un fondamentale soggetto politico del “nuovo ordine mondiale”.
    Al centro di questo complesso movimento, che abbiamo schematicamente delineato, c’è il formarsi di una borghesia multinazionale europea.
    Sono le dinamiche di concentrazione finanziaria, di dislocazione produttiva, l’esigenza di realizzare profitti su tutta l’area europea e in tutte le aree di penetrazione raggiungibili, che spingono i gruppi finanziari e industriali europei a farsi incessantemente promotori della definizione di indirizzi politici omogenei e di strutture economiche, politiche e istituzionali adeguate alla loro traduzione concreta. Politiche che agevolino questi processi di concentrazione, liberalizzino il mercato del lavoro, garantiscono una adeguata politica monetaria, permettano il rilancio dei progetti di Ricerca & Sviluppo comuni, la pianificazione di grandi progetti economici di scala (da quelli del complesso militar-industriale, a quelli della produzione e distribuzione energetica, a quelli delle comunicazioni telematiche, alla costruzione di un sistema integrato di infrastrutture e trasporti).
    È in questo processo che la borghesia multinazionale si rafforza e si riproduce come protagonista del nascente polo imperialista europeo.
    Ma la stessa dinamica di crisi-concentrazione-internazionalizzazione capitalistica che porta alla costituzione e consolidamento di una frazione di borghesia monopolistica multinazionale su scala continentale, e il processo di integrazione/proiezione imperialista che essa promuove, conducono anche, conseguentemente e inevitabilmente alla formazione del soggetto che ad essi è irriducibilmente antagonista: il proletariato metropolitano europeo.
    Concretamente la dimensione continentale dei processi capitalistici determina l’omogenea qualità delle contraddizioni che investono i proletari europei; le caratteristiche del modo di produzione, del livello tecnologico e dell’organizzazione del lavoro sono comuni all’interno dei 12 Stati, e in tendenza in tutta l’area. Le strategie di ristrutturazione, innovazione e dislocazione di interi fondamentali cicli produttivi, la regolazione e composizione della forza-lavoro, dell’esercito industriale di riserva sono concepite e organizzate a livello dell’intero polo europeo. La comune qualità metropolitana dei rapporti sociali e le politiche “neoliberaliste” (incremento dello sfruttamento/marginalizzazione ed emarginazione/taglio delle spese sociali…), rendono sempre più omogenee le contraddizioni vissute da centinaia di milioni di proletari europei.
    Tutto ciò si pone come solida base materiale della costituzione in classe del proletariato metropolitano come soggetto politico omogeneo su scala continentale.
    Ciò non si traduce automaticamente in una già consolidata coscienza di classe dei proletari europei, sebbene questa consapevolezza vada sempre più concretamente crescendo. Significa però che è questo proletariato metropolitano il soggetto politico dello scontro di potere tra le classi in Europa.

 

PER IL COMUNISMO!

«In certi momenti della lotta rivoluzionaria, le difficoltà prevalgono sulle condizioni favorevoli; (…). Tuttavia mediante gli sforzi compiuti dai rivoluzionari le difficoltà sono gradualmente superate, viene creata una nuova situazione vantaggiosa e la situazione sfavorevole cede il posto a quella favorevole.»
(Mao Tse-tung)

 

  1. Come abbiamo visto, il quadro generale dello scontro di questa epoca è segnato in modo determinante dall’accelerarsi della dinamica di integrazione delle economie su scala mondiale per grandi aree regionali, e dall’intensificarsi del movimento di concentrazione dei capitali in grandi oligopoli multinazionali con proiezione planetaria.
    Questi processi avvengono in un contesto, sotto la direzione e con strumenti capitalistici, e perciò non possono che determinare l’esplosione violenta di contraddizioni tra tutto l’arco delle forze coinvolte.
    Non siamo dunque all’inizio di quella “era di pace, sviluppo e stabilità” di cui parla ad ogni piè sospinto la borghesia occidentale.
    Al contrario, conflitti “vecchi” e “nuovi” si vanno velocemente moltiplicando ad ogni livello della formazione sociale capitalistica.
    – Le aree metropolitane del centro imperialista sono attraversate in lungo e in largo da strategie capitalistiche sempre più integrate ed omogenee: la ristrutturazione industriale, la ridefinizione del mercato del lavoro, la deregulation economica e sociale accrescono come non mai la polarizzazione tra ricchezza e povertà, tra sviluppo e sottosviluppo nelle stesse aree, spingendo verso il basso il potere d’acquisto dei salari, aumentando il costo dei servizi e inasprendo in generale le condizioni di vita minime delle classi subalterne?
    In questo contesto saltano rapidamente i livelli di mediazione sociale e si acuiscono le contraddizioni di classe. In tutta Europa il proletariato metropolitano si trova sempre più a scontrarsi in ogni situazione con l’attuale assetto di potere della borghesia imperialista.
    – Il dispiegarsi delle strategie di penetrazione dei monopoli capitalistici occidentali nel Tricontinente genera la marginalizzazione di intere economie preesistenti e la crescente proletarizzazione della maggior parte delle popolazioni in quelle aree, provocandone al contempo la pauperizzazione e affamamento con la distruzione di ogni condizione autonoma di sussistenza.
    La necessità per i poli capitalistici del centri di disporre in permanenza di un esercito industriale di riserva determina una dislocazione della forza-lavoro lungo le direttrici della dinamica di sviluppo e sottosviluppo, con massicci movimenti migratori dalle aree del Tricontinente verso le metropoli del centro. Tutto ciò pone sempre più i popoli del Tricontinente in un rapporto di scontro diretto con la borghesia imperialista.
    – Grandi monopoli multinazionali, blocchi imperialisti, singole nazioni, stanno dando vita ad uno scontro a tutto campo nel quadro della concorrenza/competizione capitalistica per determinare la gerarchia di potere nel sistema imperialista.
    – La borghesia dei centri imperialisti, assillata dall’esigenza di profitto, nella perdurante crisi capitalistica, accresce la propria aggressività sul piano economico in ogni angolo del Tricontinente, togliendo ogni margine di manovra e di esistenza propria alle frazioni d borghesia nazionale che continuano a riprodursi in quelle aree.
    Il riflesso politico di tutto ciò è che esistono oggi ben pochi spazi per politiche e strategie che non siano strettamente subordinate alle necessità del sistema imperialista occidentale. Ne è una diretta conseguenza lo scompaginamento del “campo non allineato” che, nel venir meno dell’equilibrio “bipolare” non ha più trovato un proprio ruolo autonomo, come si è visto molto chiaramente, durante la guerra del Golfo.
    Parliamo di esplosione violenta di contraddizioni perché esse oggi si traducono non solo in termini di distruzione economica, immiserimento, alienazione e oppressione di classe, ma anche – e in questa epoca sempre di più – in concreti processi di guerra. E non è il caso qui di ripercorrere lo stillicidio di guerre “a bassa” o “a media” “intensità” – come le chiamano i boia tecnocrati dell’imperialismo – che in questi ultimi 10 anni hanno preceduto il massacro del popolo iracheno.
    Con questo noi vogliamo mettere in evidenza come oggi meno che mai esista possibilità di uscita da questo quadro di crisi capitalistica, al di fuori di una radicale rottura con l’intero assetto imperialista in ogni area del mondo, e della riaffermazione della prospettiva comunista attraverso la rivoluzione mondiale nella sua forma di guerra di lunga durata.
    La sequenza delle ristrutturazioni innovative della formazione sociale capitalistica hanno proiettato masse crescenti di uomini e donne in una dimensione universale della loro esistenza e della loro lotta, ponendole immediatamente di fronte alla distruttività del capitalismo.
    Questa nuova qualità dello scontro informa il processo rivoluzionario di questa epoca e va affermato dalle forze comuniste per suscitare e connettere energie e tensioni emancipative e di liberazione sociale in ogni area del mondo.

 

  1. I mutamenti in atto nella formazione sociale capitalistica a livello mondiale determinano nuove configurazioni e condizioni dello scontro sul piano generale, con cui da tempo i movimenti e le forze rivoluzionarie si stanno misurando nelle principali realtà di lotta.
    – La fine del “bipolarismo” Est/ovest è uno di questi fattori di mutamento. Da tempo il blocco degli stati ad economia centralizzata aveva cessato di essere punto di riferimento ideologico per i processi rivoluzionari, data la natura di classe che era venuto ad assumere, ma la sua contrapposizione con gli USA aveva di fatto potuto costituire per una lunga fase terreno di sviluppo per numerosi movimenti rivoluzionari e di liberazione soprattutto nel Tricontinente.
    Oggi la realtà delle cose mostra come questo spazio sia venuto meno per tutti.
    Il persistere e il radicalizzarsi della contraddizione di classe tra il proletariato metropolitano e la borghesia imperialista nelle metropoli del centro; il crollo del Patto di Varsavia come sistema politico-militare e lo sviluppo di un aperto scontro di classe tra il proletariato e le frazioni di borghesia negli Stati dell’ex COMECON; i processi di proletarizzazione sempre più accentuati nel Tricontinente, fanno emergere sempre più la contraddizione tra il proletariato internazionale e la borghesia imperialista come il cuore di ogni strategia e prospettiva rivoluzionaria in questa epoca.
    Questo non significa la scomparsa di specificità e caratteristiche peculiari nelle lotte delle varie aree geopolitiche, dovute alle differenze di composizione di classe o ai diversi tempi e forme di esplicitazione delle contraddizioni con la borghesia imperialista.
    Vogliamo però dire che l’elemento strategico su cui i rivoluzionari possono oggi fondare la loro prospettiva è il processo di unità, ricomposizione e costituzione in classe del proletariato internazionale.
    – L’esigenza di concepire e costruire concretamente una nuova dimensione dell’internazionalismo proletario vive da tempo nella prassi delle forze rivoluzionarie più avanzate. Gli sviluppi di questi anni nello scontro generale con il formarsi di aree regionali integrate (come in Europa e in altre parti del mondo); la pressione e l’iniziativa delle potenze imperialiste per subordinare ad esse le aree del Tricontinente, legando così indissolubilmente le sorti del processo rivoluzionario nel centro e nella periferia; l’unitarietà delle strategie capitalistiche che i proletari si trovano a dover fronteggiare in ogni area del mondo e che tende ad omogeneizzarli come classe, danno all’esigenza di un nuovo internazionalismo proletario concrete basi oggettive e un’importanza fondamentale in una prospettiva rivoluzionaria.
    – Nel quadro attuale della crisi capitalistica, la riduzione dei margini di manovra dei capitalisti nella ricerca del profitto e quindi la loro esigenza di invadere sempre più ogni ambito della vita sociale, la dinamica violenta delle contraddizioni che rischiano di mettere in discussione il suo assetto di potere, portano l’imperialismo a scatenare una controrivoluzione dispiegata e preventiva.
    Questo non è certo un dato nuovo. Sono 20 anni che la lotta di classe deve fare i conti con la controrivoluzione preventiva. Ma è evidente che siamo di fronte ad un salto di qualità nelle forme, nell’intensità, negli strumenti messi in campo.
    Dalla crescente militarizzazione del conflitto sociale, determinatasi col restringimento dei margini di compatibilità e mediazione tra proletariato e potere borghese; alla depoliticizzazione, ossia la sistematica opera di svuotamento nei contenuti di classe di ogni movimento o lotta sociale; all’annientamento di ogni movimento o forza di classe che mantenga un’identità antagonista e rompa il quadro di compatibilizzazione sociale.
  1. La prospettiva rivoluzionaria attuale non può fondarsi sull’obiettivo di impedire lo sviluppo dei processi di integrazione e concentrazione capitalistica in atto; essi esprimono la tendenza storica alla mondializzazione delle forze produttive. Per i rivoluzionari si tratta invece di mettersi all’altezza di questa nuova qualità dello scontro; per determinare la rottura di un ordine imperialista che si rivela sempre più come il cappio che soffoca le forze produttive e la dimensione sociale dell’uomo. Costruire dunque le condizioni per distruggere il potere imperialista nelle forme che esso assume in questa epoca.
    Adeguare la progettualità rivoluzionaria a questo livello e con questa qualità, non è un processo semplice né lineare; la complessità e la profondità stesse dei cambiamenti in atto rendono difficile per le avanguardie misurarsi con questo compito. Non è un caso che oggi il dibattito su ciò è tutto aperto. Ma l’esperienza della guerriglia in Europa Occidentale ha già concretamente posto i primi elementi per la necessaria rifondazione della strategia rivoluzionaria.
    Noi pensiamo, con la guerriglia europea, che collocarsi in una prospettiva rivoluzionaria significa sempre costruire ed affermare la pratica di potere proletario al reale livello in cui si giocano i rapporti di potere tra le classi.
    Questo oggi si traduce nel concepire da subito la propria lotta come parte dello scontro rivoluzionario a dimensione internazionale.
    La prospettiva di un processo rivoluzionario nella nostra area, dunque, non può che svilupparsi in riferimento alla costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria del proletariato europeo e della guerriglia europea, in dialettica con i movimenti e i processi rivoluzionari dell’area Mediterraneo-Mediorientale e più in generale del mondo.
    Non solo perché i rivoluzionari oggi devono contrastare una controrivoluzione integrata sul continente europeo. Ma, ancor prima, perché la dinamica della lotta di classe e della composizione del proletariato, strettamente integrate e tendenzialmente omogenee a livello europeo, rendono possibile e necessario porre a questo grado e con questa qualità la dialettica con i movimenti di lotta e resistenza e la costruzione e organizzazione del potere proletario. Perché i processi di concentrazione capitalistica e le interrelazioni tra dimensione nazionale e sovranazionale del sistema di potere imperialista rendono possibile e necessario collocare a questo livello la capacità di disarticolazione.
    Le forze rivoluzionarie oggi si stanno misurando con questi compiti e nodi politici, e con ciò esse partono dai punti più avanzati della loro esperienza di guerriglia e dall’intero percorso del movimento rivoluzionario qui in Europa Occidentale.
    Oggi è il momento di valorizzare pienamente i contenuti che hanno caratterizzato il processo del Fronte Rivoluzionario Antimperialista fin dal suo sorgere e la pratica delle Organizzazioni rivoluzionarie che gli hanno dato vita. E contemporaneamente le molteplici esperienze del movimento di resistenza rivoluzionaria che hanno dimostrato come la nuova qualità dello scontro tra proletariato internazionale e borghesia imperialista possa e debba essere fatta vivere nel quadro allargato delle lotte di massa.
    Unire le diverse lotte del proletariato nel continente e rivolgerle in un’unica strategia contro il potere imperialista, legando lo scontro qui nel centro con le lotte dei proletari e popoli del Tricontinente. Questo è il concetto di fondo che ha caratterizzato la pratica del Fronte.
    È un contenuto vitale perché coglie l’aspetto essenziale dello scontro di potere tra proletariato internazionale e borghesia imperialista in questa epoca: la dimensione internazionale del processo rivoluzionario.

Lottare insieme!

Roma, febbraio 1992

Collettivo comunisti prigionieri Wotta Sitta

Tribunale di Trani, udienza del 22/2/2005. Documento di Maria Cappello, Tiziana Cherubini, Franco Grilli, Rossella Lupo, Fabio Ravalli, Vincenza Vaccaro allegato agli atti del processo davanti al giudice monocratico

Come militanti delle Brigate Rosse per la costruzione dei Partito Comunista Combattente e militanti rivoluzionari prigionieri ci rapportiamo a questo processo istruito per “apologia sovversiva” dopo il 1999, nella coscienza che l’incriminazione della nostra identità politica è aspetto secondario e strumentale alla funzione che viene assegnata anche a questa “corte monocratica”, quella di essere parte della “stagione processuale” allestita dallo Stato per affidarle, a ridosso delle operazioni antiguerriglia del 2003, un piano di attacco politico al ruolo di direzione che le BR‑PCC svolgono nello scontro nel quadro dell’attività rivoluzionaria che hanno rilanciato per modificare i rapporti di forza a favore del proletariato.

Questo è il piano ricercato dallo Stato a cui ci rapportiamo soggettivamente riqualificando il profilo politico della militanza affinché sia aderente alla ridefinizione dello scontro di classe generale determinato dal rilancio della strategia della LA e forti di come ha spostato la contraddizione rivoluzione/controrivoluzione per parte rivoluzionaria.

D’altra parte, nel lungo corso del nostro processo rivoluzionario lo Stato ha fatto uso di molte stagioni processuali allestite nei momenti politici ad esso più congeniali spesso correlate alla necessità di massimizzare i vantaggi militari ottenuti con le catture e la dispersione delle strutture politico‑organizzative dell’Organizzazione, per gestire i prigionieri nelle aule di tribunale, nell’intento di ricercare un risultato politico da riversare nello scontro rivoluzionario e di classe. Un uso degli ostaggi che rientra nello specifico terreno antiguerriglia praticato dallo Stato, e che fa dei processi una cassa di risonanza volta a propagandare un messaggio di fondo: chi milita nella lotta armata è soggetto esterno alla realtà politico‑sociale del proletariato, tutt’al più bande male in arnese di scarsa affidabilità visto che si fanno catturare, e questo per presentare come impraticabile la strategia proletaria per la conquista dei potere politico e la sua estraneità alle dinamiche dello scontro (i brigatisti sono sempre “infiltrati”, nelle fabbriche, nei sindacati…).

Tentativi propagandistici tanto velleitari quanto inconsistenti se relazionati all’adeguatezza storica della strategia della LA a misurarsi con le forme di dominio della BI, e soprattutto irrealistici in ragione del radicamento della proposta rivoluzionaria nello scontro di classe, prodotto della giustezza verificata dalla prassi della progettualità definita in rapporto alle peculiarità storico politiche dello scontro di classe in Italia, che ha potuto dare risposta ai bisogni politici dell’autonomia proletaria in ogni fase dello scontro, un’internità politica su cui si è affermata la centralità delle BR nella storia dello scontro di potere tra le classi nel nostro paese.

Ma più in generale ciò che lo Stato vuole negare è che dalla classe subalterna sia sorta e sorga la soggettività rivoluzionaria di classe storicamente affermatasi come BR, che combatte lo Stato e l’imperialismo per trasformare i rapporti di forza e con essi affermare l’autonomia politica proletaria per abbattere lo Stato e conquistare il potere politico, per costruire una società comunista. Dev’essere negato cioè che dallo scontro le migliori avanguardie del proletariato possano, in un processo per salti e rotture, emanciparsi a avanguardie comuniste combattenti, com’è dimostrato dall’apporto che deriva dalla classe nella riproducibìlità, ricambio e selezione delle avanguardie rivoluzionarie che prendono posto nello scontro rivoluzionario contribuendo alla sua prosecuzione e alla costruzione del Partito Comunista Combattente.

L’attualità storica dimostra altresì l’inconsistenza di questi inscenamenti processuali e l’aleatorietà degli scopi politici ricercati perché a stabilire ciò che fa testo nella realtà politico‑sociale del paese non è la rappresentazione giudiziaria in cui lo Stato vorrebbe costringerla, ma ciò che avviene fuori da queste aule: a fare testo è l’andamento concreto dello scontro rivoluzionario e di classe nel quale da oltre trent’anni si confrontano la strategia della LA proposta dalle BR alla classe quale risvolto proletario alla crisi e al dominio della BI e la risposta controrivoluzionaria e antiproletaria che lo Stato e la BI attuano per contrastarne l’esistenza e preservare il sistema di potere borghese. E’ questo il nodo che decide dei rapporti di forza e politici tra le classi nella dinamica generale di scontro e con cui lo Stato si è ritrovato a fare i conti a seguito del rilancio della strategia della LA, ed è per questo che ha allestito in gran fretta dopo le operazioni antiguerriglia del 2003 questa stagione processuale che viene assunta dallo Stato a terreno d’elezione dell’attacco politico alle BR‑PCC rispetto a cui nulla è stato trascurato sotto l’attenta regia e coordinamento tra procure e ministero dell’ interno, rivelatrice delle difficoltà dello Stato nel far fronte al riproporsi nello scontro della direzione che le BR‑PCC vi hanno impresso, sapendo per esperienza che a poco serve un mero vantaggio militare se lo scopo è quello di divaricare le istanze di classe dall’opzione rivoluzionaria.

Quello che lo Stato ha di fronte è il peso dominante dei rilancio della strategia della LA nello scontro generale di classe, un peso acquisito perché e in misura di quanto le BR‑PCC hanno inciso sul piano politico dove si ridefiniscono i rapporti tra le classi, per la centralità dei progetti attaccati con le iniziative offensive del ’99 contro M. D’Antona e del 2002 contro M. Biagi mirate ad intervenire nella contraddizione che oppone in questa fase la classe allo Stato, la rimodellazione economico‑sociale e le corrispettive riforme politico‑istituzionale e della forma‑Stato in senso federale; e per la selezione degli obiettivi colpiti in quanto figure garanti sul piano politico-legislativo dell’attuazione delle linee neocorporative proprie a questi progetti; e perciò perno degli equilibri politici a sostegno dell’azione dell’esecutivo, motivo per cui l’attacco ha rotto questi equilibri e, con essi, indebolito gli esecutivi e le loro maggioranze.

Da qui l’incisività nei rapporti di forza delle iniziative offensive con cui le BR‑PCC hanno spostato i rapporti di scontro a favore del proletariato in base a cui hanno potuto svolgere un ruolo di direzione nello scontro generale, in quanto vi hanno fatto pesare gli interessi generali di classe portando su un punto di forza la resistenza proletaria che già si misurava con queste politiche neocorporative, radicalizzando lo scontro e favorendo la tenuta delle sue espressioni di autonomia politica, dandole quel respiro strategico che solo la riproposizione dello scontro sul terreno del potere riesce a caratterizzare, un’incisività politico‑militare che è il prodotto dell’adeguatezza della progettualità e delle linee politico‑programmatiche fatte avanzare dalle BR‑PCC per misurarsi con lo scontro in atto.

Infatti il dato di sostanza che qualifica il rilancio è il suo essere attestazione della risposta rivoluzionaria a quanto la borghesia imperialista e lo Stato avevano conseguito negli anni ’80 e consolidato negli anni ’90 dall’esito del duplice processo controrivoluzionario, tanto come modifica delle condizioni di forza tra Proletariato Internazionale e Borghesia Imperialista (PI/BI) a favore di quest’ultima, per aver conseguito il ridimensionamento del peso della strategia della LA nello scontro di classe e la caduta del Patto di Varsavia che ha ridefinito gli equilibri internazionali a favore della Nato, quanto sul piano interno, per la modifica in senso neocorporativo della mediazione politica tra classe e Stato in base alla strutturazione sul piano politico‑istituzionale del processo di esecutivizzazione, dei “patti sociali” e del maggioritario da cui ne è risultata la mediabilità politica degli interessi proletari solo in quanto parziali e transitori agli interessi della borghesia.

Fattori controrivoluzionari che hanno contrassegnato il mutamento generale della fase storica in rapporto a cui l’avanguardia rivoluzionaria di classe ha costruito le iniziative offensive dei 1999 e dei 2002 misurandosi con i nodi centrali che contrapponevano la classe allo Stato, e affrontando le contraddizioni che questi caratteri dello scontro immettevano nella soggettività rivoluzionaria di classe, anche a fronte della lunga assenza dell’attività combattente delle BR‑PCC. Contesto che si rifletteva in una condizione di difensiva della classe sotto la prolungata offensiva politica degli esecutivi alle condizioni di vita, con il suo portato di arretramento politico della classe e riduzione della tenuta della sua autonomia politica.

Le risposte e risoluzioni prodotte dall’avanguardia rivoluzionaria di classe al quadro di scontro interno e al gravare su di esso dei mutati rapporti tra PI e BI hanno confermato l’adeguatezza della strategia della LA a misurarsi anche con le più dure condizioni di scontro, in forza del principio offensivo che fa della guerriglia il fattore principale di mutamento dei rapporti di forza ed elemento che dinamicizza le potenzialità politiche del proletariato e delle sue istanze autonome, favorendo le rotture soggettive delle avanguardie di classe sulla lotta armata. L’avanguardia rivoluzionaria di classe ha dunque operato alla ricostruzione delle forze per l’offensiva a partire da uno stadio aggregativo delle forze per intervenire offensivamente sui nodi dello scontro, forte dell’assunzione degli avanzamenti prodotti dalle BR‑PCC col riadeguamento che si è dato nella fase di Ricostruzione delle forze rivoluzionarie e proletarie interna alla Ritirata Strategica, a partire cioè dal rapporto con il livello della contraddizione rivoluzione/controrivoluzione per com’è stata approfondita per parte rivoluzionaria con il riadeguamento. È ben dentro questa condizione, e in un processo che per salti e rotture ha selezionato le forze militanti complessive del soggetto organizzato che ha agito da Partito per costruire il Partito, che l’avanguardia rivoluzionaria ha affermato nello scontro la dinamica di attacco‑costruzione‑nuovo attacco che ha inficiato gli equilibri politici a sostegno dei progetti neocorporativi centralmente contrapposti alla classe, e precisato gli indirizzi della fase di Ricostruzione con la definizione dello Stadio Aggregativo.

Rilancio delle iniziative offensive in dialettica con la resistenza di classe che ha costituito il solo, reale ostacolo ai processi di riorganizzazione delle relazioni tra le classi facenti perno sulla generalizzazione della flessibilità del mercato dei lavoro e della forza‑lavoro funzionale ai livelli di sfruttamento relativi al modello produttivo flessibile, quale terreno che punta a sterilizzare a monte il formarsi del conflitto per il recupero dei profitti e per sostenere l’accumulazione del capitale monopolistico nella dimensione internazionalizzata dei mercati e della concorrenza, e nel contempo per stabilizzare la subalternità del proletariato quale sostanza della “democrazia governante”, atta a garantire quella base politica interna affinché lo Stato assuma ruolo sul piano internazionale, oggi dentro le linee guerrafondaie e controrivoluzionarie capeggiate dagli USA.

L’intervento sul piano della guerra delle BR‑PCC su questo nodo dello scontro classe/Stato è ciò che ha aperto un varco offensivo nella difensiva di classe, costituendo il baricentro che influenza i movimenti reali che nella classe maturano la resistenza che si oppone allo Stato e alla borghesia per contrastare le politiche di impoverimento e sfruttamento che vengono imposte dalle linee neocorporative. Al contempo, sul terreno della costruzione che segue l’attacco indirizza e organizza sul principio della centralizzazione politica la disposizione delle forze militanti, dentro l’affrontamento della contraddizione costruzione/formazione, sugli obiettivi programmatici e sui compiti di fase, nonché sviluppa e organizza il rapporto con le avanguardie di classe che si sono fatte carico dello scontro con lo Stato e l’imperialismo sul terreno strategico della LA.

Un esercizio di direzione che trae la sua forza e ruolo generale nello scontro di classe da come il rilancio ha modificato la contraddizione rivoluzione/controrivoluzione per parte rivoluzionaria, attestando l’avanzamento allo scontro in atto della progettualità complessiva dell’impianto politico e strategico operato in continuità‑critica­-sviluppo con il patrimonio storico delle BR. Attestazioni che nella complessa trasformazione dello scontro di classe in guerra di classe hanno contribuito sostanzialmente alla costruzione del PCC.

È in relazione a questo quadro di scontro ridefinito dalla prassi combattente e all’indiscutibile influenza politica che ha il peso del rilancio nei rapporti di classe che si pone allo Stato un problema di adeguamento della sua risposta controrivoluzionaria volta a divaricare la classe dalla proposta rivoluzionaria, nonostante l’esperienza indichi che un vantaggio militare e l’utilizzo del solo piano antiguerriglia non possono tradursi in un inficiamento politico dell’opzione rivoluzionaria e della sua riproducibilità. Un adeguamento alla contraddizione rivoluzione/controrivoluzione, quello dello Stato, a tutt’oggi palesemente contraddittorio e che, nella difficoltà di avvalersi di un piano politico più ampio per neutralizzare le spinte antagoniste, sbocca nella scelta repressiva attivata per criminalizzare e accerchiare la resistenza di classe con il pieno coinvolgimento dei sindacati confederali sulla linea del ministero dell’ interno. Una scelta di breve respiro a fronte di un contesto politico che risente della crisi delle relazioni neocorporative, lacerate dalle iniziative offensive delle BR‑PCC, relazioni che perciò stentano a supportare il ruolo del sindacato confederale nell’opera antiproletaria di composizione corporativa del conflitto, opera resa ancor più difficoltosa dalla crisi di rappresentatività in cui versano i vertici del sindacato confederale, tenuto conto di come nell’acutizzarsi della crisi economica si siano ampiamente ridotti i margini di negoziazione su cui si formano gli equilibri sociali a sostegno di quelli politico‑istituzionali e su cui il sindacato confederale svolge il suo ruolo di affiancamento dell’azione dell’esecutivo e della politica dello Stato in generale, a partire dagli interventi tesi a depotenziare i momenti di politicizzazione dello scontro per accerchiare l’autonomia di classe e ricondurre il conflitto entro i canali neocorporativi legittimanti la democrazia governante.

Ciò che oggi prevale, cioè, è l’attacco criminalizzante a carattere preventivo anche del dissenso di classe, per indurre il proletariato ad arretrare e a retrocedere dalle sue istanze di resistenza, stante anche le spinte all’innalzamento dello scontro operate in questa fase dall’esecutivo di centrodestra, che forza il conflitto avvalendosi delle dinamiche proprie a una mediazione politica neocorporativa che incanala il proletariato e le sue istanze nella composizione di interessi transitori e particolari su quelli generali della borghesia imperialista per sostenere il governo dell’economia e del conflitto. Una mediabilità però sempre più ridotta nei suoi margini per la scelta dell’esecutivo Berlusconi di legiferare a colpi di maggioranza, pressato dalle spinte della borghesia per far marciare i programmi antiproletari nonché per la partecipazione dell’Italia alle campagne di guerra e controrivoluzione capeggiate dagli anglo‑americani.

Nel contesto di questa acclarata difficoltà dello Stato ad avvalersi di interventi complessivi tesi ad inibire la coniugazione delle istanze di classe con la proposta rivoluzionaria, e del dato che di fronte alla strategia della LA lo Stato è sempre in difensiva, esso intende fare di questa stagione processuale il principale terreno di attacco politico al ruolo di direzione delle BR‑PCC, dandogli una specifica valenza nella linea antiguerriglia sviluppata dagli anni ’90, una scelta velleitaria che presupporrebbe la possibilità di poter gravare in termini di demoralizzazione sulla classe e sulle sue avanguardie attraverso l’azione deterrente operata nelle aule “di giustizia”!

A questo fine ha voluto utilizzare l’insieme dei prigionieri ostaggi nelle sue mani, portando nuovamente “alla sbarra” anche i prigionieri “storici” che si sono schierati col rilancio rivendicandolo e sostenendo l’Organizzazione, per esporli come una sorta di contrappeso a quanto subito sul piano della contraddizione rivoluzione/controrivoluzione. Un inscenamento processuale nel quale lo Stato vuole evidenziare la ripuntualizzazione dei termini di scontro con i prigionieri politici, rispetto ai quali ostenta, appena mascherato dalle forme giuridiche, il rapporto di guerra che vuole far corrispondere al livello di scontro modificato dall’attività rivoluzionaria, esplicitando e rivendicando il trattamento dei prigionieri per la loro identità politica, di militanti rivoluzionari e di Partito, e non per i reati contestati loro, irrilevanti allo scopo di far risaltare il potere sanzionatorio dello Stato. Sotto questo profilo i processi ai prigionieri recentemente catturati e quelli istruiti per i prigionieri “storici” hanno per lo Stato la stessa funzione e la medesima valenza, e dunque anche quello celebrato in quest’aula si colloca a pieno titolo sulla linea antiguerriglia stabilita dallo Stato, interna al più generale terreno controrivoluzionario che matura nei rapporti di scontro.

Ma la storia dimostra che avvalersi del fianco debole della guerriglia ‑ la sua parte caduta ‑ è un piano intrinsecamente fallimentare e perciò stesso destinato a ridursi a effimera manifestazione di autolegittimazione del potere della borghesia tramite le corti dei suoi tribunali, a causa della contraddizione propria all’uso dei prigionieri, infatti se è vero che sono ostaggi nelle sue mani, allo stesso tempo sono, nel mantenimento dell’identità politica, figure pubbliche della rivoluzione, e dunque la presenza dei militanti rivoluzionari e di Partito ai processi è rivendicazione dei contenuti rivoluzionari sviluppati dalla prassi combattente, è riconduzione nelle aule processuali dei termini reali dello scontro rivoluzionario e di classe, è negazione della formalità del rito, specie nella funzione tendente alla neutralizzazione della politicità dei prigionieri e dell’oggetto del processo, è infine non riconoscimento della legittimità dello Stato tramite le sue corti a giudicare i militanti della guerriglia e con essi il processo rivoluzionario.

È questo il riflesso nei processi politici del carattere offensivo della strategia della LA, che ha portato a superamento la “difesa politica” della fase storica passata. Da qui la contraddittorietà per lo Stato nel gestire i processi politici, in quanto l’espressione dell’identità politica dei militanti della guerriglia prigionieri impone il capovolgimento delle parti in causa quale portato della rappresentazione del contenuto di potere che le BR‑PCC fanno vivere in ogni momento dello scontro come risvolto dello sviluppo della prassi rivoluzionaria nell’unità del politico e del militare, un contenuto che ribalta nel suo contrario la funzione affidata al processo penale di tribuna legittimante il potere sanzionatorio dello Stato. Ed essendo il processo un momento, seppur particolare, dello scontro che si gioca fuori da quelle aule, per i militanti della guerriglia prigionieri si tratta di affermare il senso storico‑concreto della linea politico‑programmatica della prassi combattente, nonché la prefigurazione della finalità strategica che lo scontro di potere va costruendo: l’abbattimento dello Stato della borghesia e la conquista del potere politico proletario per costruire una società comunista.

Per questa ragione come militanti rivoluzionari e militanti d’Organizzazione non riconosciamo a questo tribunale alcuna legittimità a giudicarci, delle nostre azioni rispondiamo alle BR‑PCC e al proletariato di cui sono la direzione rivoluzionaria. Di conseguenza, non avendo nulla da cui difenderci, revochiamo il mandato ai difensori di fiducia e diffidiamo chiunque altro a “difenderci” al loro posto.

‑ LA RIVOLUZIONE NON SI PROCESSA!

‑ W LA STRATEGIA DELLA LOTTA ARMATA!

‑ W LA RESISTENZA NAZIONALE IRAQENA, PALESTINESE E LIBANESE!

– ONORE AL COMPAGNO MARIO GALESI, CADUTO COMBATTENDO PER IL COMUNISMO!

– ONORE A TUTTI 1 RIVOLUZIONARI E ANTIMPERIALISTI CADUTI!

– PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNIAMOCI!

Trani, 22 febbraio 2005

I militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente: Maria Cappello, Tiziana Cherubini, Franco Grilli, Rossella Lupo, Fabio Ravalli
La militante rivoluzionaria Vincenza Vaccaro

Processo di Firenze per i fatti del 2 marzo 2003. Documento di Nadia Lioce letto in aula il 9 giugno 2004

La mattina del 2 marzo 2003 sul treno Roma-Fi due militanti delle BR-PCC incorrono in un ordinario controllo di identità dei passeggeri da parte di personale della polizia ferroviaria. Si profilava perciò il concreto pericolo della cattura e la necessità di farvi fronte. Data l’inferiorità numerica e nell’armamento, qualunque ipotesi tattica praticabile avrebbe presentato un alto margine di rischio per la salvaguardia delle forze e del loro lavoro rivoluzionario, ma sfruttando il vantaggio della sorpresa poteva essere esercitata una minaccia per realizzare il disarmo dei poliziotti e garantire il successivo sganciamento delle forze. Tuttavia per la debolezza della minaccia viene persa l’iniziativa e ne esce un conflitto a fuoco con esiti tragici che causa la morte del compagno Mario Galesi, la cattura di un militante e la perdita di materiali organizzativi.

Quello del 2 marzo è il primo conflitto a fuoco dopo molti anni tra mil delle BR e forze di polizia. Improvvisamente dopo numerosi tentativi sterili, lo Stato infligge le prime perdite alle BR-PCC a seguito del rilancio della strategia della LA. Un conflitto a fuoco dall’esito mil sfavorevole alle forze riv dunque, ma che pur con il suo doloroso epilogo, è un’evenienza intrinseca al rapporto e al terreno di guerra su cui si confrontano forze riv e Stato, in cui le perdite per entrambe le parti sono fisiologiche. Perdite che pesano diversamente sul lavoro riv o sul concreto andamento della fase riv in relazione alla natura della fase stessa e alle circostanze specifiche nel loro complesso. In generale l’indirizzo tattico delle BR-PCC nello SA che attraversa la fase di Ric. delle forze riv e prol, ai fini della massima limitazione delle perdite e in presenza di valide alternative predispone di evitare il conflitto a fuoco casuale con forze di polizia. Ciò nondimeno i mil se necessitati lo ingaggiano o lo sostengono esercitando il diritto di sottrarre le forze alla cattura o all’annientamento e assolvendo al dovere di garantirne il lavoro riv.. Tuttavia se questi sono stati i contorni e la sostanza di quella tragica vicenda, fin dai primi giorni la propaganda controriv ha dipinto i due mil BR né più né meno che alla stregua di belve sanguinarie perciò non solo avulsi dalla realtà pol e sociale secondo lo storico e prevalente cliché controriv., ma perfino privi di caratteristiche umane, passibili perciò di una campagna di linciaggio mediatico. Che viene realizzata inventando notizie, dando alle stampe fantasiose testimonianze, pretesi comportamenti irrazionali del mil catturato e strumentali ricostruzioni dell’evento, allo scopo di avvalorare come “realtà descritta” quelli che invece erano solo modi e mezzi per raggiungere gli obiettivi pol della campagna stessa. Con la promozione del registro della mostrificazione delle figure dei brigatisti infatti, l’Esecutivo si prefiggeva di incidere sulla tenuta dei mil in attività e prigionieri e di favorirne disorientamento e cedimenti, di prevenire, intimorendole, espressioni di riconoscimento pol e di solidarietà di classe, di creare un clima allarmistico e di pressione funzionale a dare l’impressione di un collaborazionismo diffuso all’attività antigu, ad indurre prese di posizione lealiste e non ultimo a giustificare l’adozione di ulteriori misure preventive e repressive di ordine generale e a garantire pratiche di isolamento del mil catturato fuori dai canoni attualmente codificati e interventi da “guerra sporca” verso il campo di classe e riv.. Ottenuto cioè l’insperato successo mil lo Stato avvia un attacco pol alle BR che sono una forza riv che da 30 anni rappresenta nel nostro paese gli interessi generali e storici del prol e la sua prospettiva di potere, la cui attività combattente ha dimostrato anche al mutare della fase storica, in tutt’altri rapporti di forza tra riv e controriv e tra classe e Stato rispetto alla sua origine, la capacità della strategia della LA e della linea di attacco al cuore dello Stato di incidere nello scontro generale tra le classi, di trasformare a favore del campo prol e riv i rapporti di potere nello scontro con lo Stato e la BI e di far avanzare il processo riv pur a seguito delle discontinuità di percorso sopravvenute. Un attacco che a livello mediatico raggiunge apici “furiosi” oltrepassando ampiamente la soglia dei toni e degli argomenti plausibili rispetto all’effettiva realtà pol e al ruolo di direzione riv svolto dalle BR cosicché dopo un primo passaggio di coesione del quadro pol-istituzionale e sindacale intorno alla priorità controriv., lo stesso ministro dell’Interno si incarica di sollecitare la stampa borghese a recuperare una patina di decenza, recupero a sua volta preparatorio della più sofisticata manovra della messinscena dell’isolamento del mil BR caduto nel frangente del suo funerale. Quando la salma del compagno Galesi, tenuta sotto sequestro alla Misericordia di Arezzo, veniva fatta allontanare da un’uscita posteriore ed il corteo funebre, separato da feretro, propiziamente bloccato e trattenuto dalla polizia stradale, di modo che giunta la salma al cimitero di Trespiano potesse essere tumulata in tutta fretta così da “prevenire” persino le espressioni di cordoglio e simularne la solitudine, tra le corone di fiori a renderle omaggio e le schiere di digossini predisposti al controllo, sotto gli occhi dei giornalisti che avrebbero testimoniato l’indomani la scena dell’isolamento del brigatista, portando a termine l’opera propagandistica di quella prima fase. Se la costruzione di “notizie” è una pratica ricorrente di inquinamento e mistificazione dell’informazione pubblica con cui la BI puntella il suo dominio in crisi, spesso con il paradossale risvolto di alimentare le confuse illusioni dello schieramento a suo sostegno, mai finora era stato fatto un uso così spregiudicato della salma di un brigatista, trattata come un ostaggio a tutti gli effetti, impiegato nella sua funzione deterrente preventiva verso l’avanguardia riv ed il prol.. Un agire meschino e ipocrita, espressione chiara tra le tante di ciò che rappresenta e di cui è portatrice la classe dominante sul piano dei rapporti sociali e quantomai emblematico della difensiva pol in cui si muove nel confronto con la strategia della LA per il Comunismo proposta dalle BR a tutta la classe quale alternativa riv alla crisi della BI e alla sua guerra. Infatti, nonostante tutta la martellante campagna intimidatoria alimentata nel corso della preparazione dell’aggressione imp all’Iraq e del varo delle riforme del lavoro, con un’opposizione crescente nel campo prol e riv rafforzato politicamente dalla prospettiva strategica rilanciata nello scontro dall’attacco delle BR-PCC allo Stato, non solo non ha potuto raccogliere che parziali e consunte dichiarazioni di lealismo, né consentire ai vertici sindacali – alle prese con ben altri problemi di legittimazione e contenimento delle spinte operaie alla lotta – di riversare il successo mil e i contenuti controriv. nella mobilitazione della classe, ma non ha nemmeno evitato che venisse espresso riconoscimento pol verso i militanti BR e tributato omaggio al compagno caduto. In sintesi, il dato pol che ha reso impossibile che la vile propaganda controriv strappasse alla classe le sue av rivoluzionarie e in specifico confondesse ed oscurasse la limpida e generosa figura del mil caduto, il suo percorso di lotta ed emancipazione pol e il suo irrinunciabile impegno riv, è stato la dialettica tra l’intervento e la proposta riv delle BR e le istanze pol e strategiche della classe nello scontro con lo Stato e la BI.

Con tutto ciò per un mil delle BR-PCC che in questi anni ha avuto l’onore di condividere la lotta ed il lavoro riv con il compagno Galesi è naturale ricordarne l’impegno quotidiano profuso e la coscienza pol del ruolo della riv comunista quale alternativa storica alla crisi e alla barbarie Imperialista che lo sosteneva saldamente. Il compagno Mario Galesi è stato un esempio di come può e deve essere un’autentica av comunista combattente che si fa carico di misurarsi con le cd e le problematiche del processo riv in rapporto a quanto attestato dalla controriv., senza arretrare di fronte ai rapporti di forza di questa fase relativamente sfavorevoli alla riv e al prol., né ai limiti odierni della soggettività di classe e riv nello scontro con lo Stato e la BI. Un compagno che in ogni suo atto ha rappresentato la rottura poi con i rapporti di subordinazione a cui la BI ed il suo Stato hanno preteso di ridurre la CO ed il prol per tutti gli anni 90 attraverso le pol ed il tessuto di relazioni neocorporative che sviluppavano, e la ricerca, la pratica e la maturazione del salto di emancipazione pol nella soggettività di classe che assume e valuta le cd e le problematiche dell’agire riv in questa fase e gli dà soluzione in avanti. Fattori soggettivi che hanno reso realizzabile il necessario sviluppo della linea pol strategica dell’O. a seguito del consolidamento della controriv maturato nel corso degli anni 90 e perciò l’avanzamento del processo riv stesso e che hanno caratterizzato la soggettività pol, il percorso e il contributo del compagno Mario Galesi alla riv, mentre la sua capacità di affrontare i compiti, le difficoltà e talora gli imprevisti del lavoro riv con lievità, con quella naturalezza della soggettività di classe che ha conquistato la sua autonomia poi ed ha perciò acquisito consapevolezza e fiducia nelle potenzialità riv della propria classe, gli permetteva di valorizzare le qualità di ogni compagno favorendo il lavoro riv collettivo. Caratteristiche soggettive del compagno Galesi, del resto tutt’altro che esclusive, che anzi hanno contraddistinto milioni di comunisti e prol riv in tutto il mondo e che sono corrispettive ai contenuti sociali dei massimi livelli di progresso storico di cui la rivoluzione comunista è portatrice e che ha conseguito nei primi passaggi del suo lungo percorso. Perciò in questa fase storica contrassegnata dalla tracotanza controriv e guerrafondaia della Bi quale risvolto della sua profonda crisi, dal relativo arretramento pol del prol e da equilibri internazionali meno favorevoli alle guerre di liberazione dei popoli, ma in cui la BI incontra anche forti resistenze al rafforzamento e all’avanzata del suo dominio e all’intensificazione dello sfruttamento che ne approfondiscono la crisi pol., queste qualità soggettive delle figure mil rivestono una particolare valenza pol perché rappresentano il valore storico della riv comunista e la forza pol rivoluzionaria e la capacità coesiva che può sviluppare la classe dominata nello scontro di potere con la Bi e il suo Stato sul terreno riv della strategia della LA, indirizzata dalla linea politica sviluppata dalle BR-PCC. Non a caso il tentativo è stato quello di contrastare in tutti i modi questa evidenza pol anche con una propaganda controriv tesa a demolire le figure riv e in specifico a cancellare la memoria del mil caduto. Ma sebbene la perdita del compagno Mario Galesi, del suo spessore umano, del suo contributo al processo riv e del suo sostegno premuroso sia incolmabile per tutti i compagni e per l’O., egli resta per sempre un punto di riferimento e di forza pol che nessuna propaganda controriv potrà mai sottrarre al campo di classe e rivoluzionario.

Rendendo onore al militante Mario Galesi e tentando di restituirne la figura rivoluzionaria alla classe a cui appartiene ribadisco di rispondere dei miei atti pol soltanto al proletariato e alle BR che ne sono l’avanguardia e lo rappresentano.

La militante delle BR per la costruzione del PCC
Nadia Lioce

 

Prima corte d’Assise d’Appello di Roma, Processo “Esproprio”. Dichiarazione di Maria Cappello, Tiziana Cherubini, Franco Grilli, Flavio Lori, Fabio Ravalli, Vincenza Vaccaro letta in aula il 7/10/2003

Il 2 marzo del 2003 sul Treno Roma-Firenze a seguito di un controllo della Polfer si verifica un conflitto a fuoco che provoca la morte del compagno Mario Galesi che cade in combattimento e la cattura della compagna Nadia Lioce, entrambi militanti della nostra Organizzazione. Nel quadro dello scontro che lo Stato ha ingaggiato per annientare le BR-PCC in risposta al rilancio della strategia della L.A. su cui la nostra O. persegue e afferma concretamente gli interessi di classe, lo Stato dal primo momento in cui si è reso conto di avere nelle sue mani due “brigatisti”, ha cercato di traformare un episodio del tutto incidentale, sempre possibile nella militanza clandestina, in una vittoria sulle BR-PCC, dilatando a dismisura secondo i dettami della controguerriglia psicologica la portata delle perdite dell’O. per farle pesare su di essa in termini di demoralizzazione, come anche sul campo di classe e rivoluzionario, palesando così l’uso di guerra del compagno caduto e della compagna catturata.

Allo stesso tempo lo Stato ha orchestrato una prolungata campagna di mistificazione e mostrificazione tesa ad accreditare l’immagine di una Organizzazione “sanguinaria” che colpisce indiscriminatamente come suo modus operandi, che agisce perciò in modo avulso dai modi dello scontro, quindi non legata alla classe e ai suoi interessi. Lo Stato ha cercato cioè di accreditare che l’episodio del 2 Marzo rispondesse all’indirizzo politico di combattimento dell’O. mentre in realtà i compagni hanno esercitato il diritto proprio ai militanti d’O. e rivoluzionari, di impedire la cattura, combattendo se necessario, come Mario ha coerentemente fatto, pur in una situazione sfavorevole per la disparità di forze, da cui si evince, contrariamente alla ricostruzione interessata dello Stato, l’alto senso di responsabilità del compagno Mario che ha messo in gioco la propria vita a fronte di uno stato di necessità. Un valore rivoluzionario che è stato immediatamente recepito nel sentire delle avanguardie e dei proletari, e che lo Stato non ha esistato ad occultare, ricorrendo ad un uso odioso del corpo del compagno, tenuto in ostaggio nella camera ardente come monito, dato il chiaro intento di identificare chiunque si fosse avvicinato per esprimere solidarietà, e su questa deterrenza convalidare la tesi del supposto isolamento delle BR dalla classe. In sostanza lo stato ha fatto un uso terroristico del corpo di un rivoluzionario, come è tipico della pratica controrivoluzionaria degli imperialisti.

L’intera campagna è stata poi capitalizzata ai fini del compattamento delle forze politiche di maggioranza e opposizione, e del sindacato, sulle pratiche antiproletarie e di criminalizzazione a largo raggio delle più diverse forme di lotta del proletariato allo scopo di divaricarle dalla proposta rivoluzionaria dimostrando in concreto come lo Stato sia consapevole del riconoscimento delle BR-PCC nel campo di classe, quale sua avanguardia riv. e reale rappresentanza dei suoi interessi. Un compattamento antiproletario che acuisce quanto mai la divaricazione degli interessi di classe contrapposti, in una realtà di scontro in cui lo Stato non ha potuto concretizzare le mobilitazioni lealiste, sollecitate dai sindacati confederali, intento che si è sciolto come neve al sole mostrando il sostanziale fallimento delle pressioni alla desolidarizzazione.

Ma chi era il militante Mario Galesi? La ricerca da parte della stampa di particolari sulla vita del compagno per individuare quale anomalia si celasse dietro alla scelta di essere un “brigatista” ha restituito l’immagine limpida di un giovane proletario impegnato come tanti nelle situazioni di aggregazione politica della sua città, un percorso accomunabile a quello di tanti compagni e proletari a dimostrazione del suo impegno militante sul piano rivoluzionario nel momento più difficile dello scontro, quando a seguito della stasi riv. ristrette avanguardie riv. si sono assunte il compito di avviare la costruzione della capacità offensiva adeguata a rilanciare la strategia della L.A., e con essa la prospettiva di modificare le condizioni del proletariato di contro all’offensiva della BI e dello Stato. Un compito che si è qualificato come un passaggio fondamentale per la prosecuzione del processo riv. e che, per il grado di coscienza e adeguamento che ciò ha richiesto, fa dei compagni che se lo sono assunto dei militanti altamente qualificati alla direzione dello scontro. Dunque Mario è per la classe tra quei preziosi compagni protagonisti del rilancio dell’attività riv. Un militante che, con senso di responsabilità e dedizione al lavoro riv., assumendosi di ricostruire e organizzare l’attività combattente, ha affrontato quel percorso soggettivo che trasforma l’avanguardia di classe in avanguardia riv., in militante delle BR-PCC. E quindi il contributo di Mario al rilancio della strategia della L.A. fa della sua morte una perdita inestimabile per l’O. e per il proletariato, e per questo il suo percorso militante e la sua caduta in combattimento lasciano un segno profondo nelle avanguardie e nei proletari che lo riconoscono come propria espressione riv. Per questo Mario è diventato fin da subito simbolo della possibilità e necessità per ogni proletario di riscattarsi dalla condizione di subalternità politica e materiale a cui è sottoposto dalle gabbie neocorporative del sistema democratico borghese.

E dunque il compagno Mario vive nell’esempio costituito dalla sua militanza che viene e verrà raccolto dalle avanguardie di classe consapevoli che solo nello sviluppo della strategia della L.A. risiede la possibilità di ribaltare i rapporti di forza e affermare gli interessi generali e storici di classe. Un riconoscimento espresso anche negli episodi in cui avanguardie e proletari hanno reso onore in diverse forme e modi al militante combattente caduto, indicative di come sia sentita nel campo di classe la necessità dell’esistenza della sua avanguardia comunista combattente, le BR-PCC. Infatti le iniziative offensive contro M. D’Antona e M. Biagi, contrastando i passaggi principali del progetto neocorporativo, hanno effettivamente sostenuto la classe di fronte all’offensiva degli Esecutivi, iniziative che hanno rilanciato la strategia della L.A. nello scontro di classe generale, determinando una ampia dialettica col campo proletario in termini di prassi e di contenuti di autonomia politica di classe che si è tradotta nella promozione di uno schieramento rivoluz. teso a costruire un campo rivoluz. reale, ma anche caratterizzando modalità e qualità delle mobilitazioni sviluppate contro le politiche riformatrici dello Stato sul lavoro e l’interventismo guerrafondaio dell’Esecutivo Berlusconi.

E rispetto alla caratterizzazione dello scontro rivoluz. e di classe a seguito del rilancio della strategia della L.A. che si comprende come, fuori dalla compagna mass-mediata sul conflitto a fuoco del 2 marzo, le reazioni scomposte che lo Stato ha espresso siano indice di debolezza politica. E se è vero che lo Stato può contrastare la rivoluzione perché tatticamente forte, è altrettanto vero che è politicamente e strategicamente sempre debole, e questa debolezza è tanto più evidente oggi, nell’attuale quadro di crisi generale, economica, politica e sociale della BI, con i suoi sempre più ridotti margini di ricomposizione delle contraddizioni antagoniste, cosa che rende lo Stato particolarmente vulnerabile alle iniziative offensive dell’O. In questo senso il potenziamento e dispiegamento degli strumenti controrivoluzionari e repressivi per annientare la guerriglie da riversare sul campo di classe per scongiurare il suo legarsi alla proposta riv. non sono espressione di forza politica ma della difensiva dello Stato rispetto al riorganizzarsi del processo riv. sulla base di forza del patrimonio trentennale maturato dalle BR nello scontro con lo Stato e l’imperialismo e fatto avanzare alle condizioni dell’oggi.

– Onore a Mario Galesi, militante delle BR-PCC, caduto in combattimento
– Onore a tutti i compagni e combattenti antimperialisti caduti
– W la strategia della Lotta Armata
– Proletari di tutto il mondo uniamoci.

 

I Militanti delle BR-PCC
Maria Cappello
Tiziana Cherubini
Franco Grilli
Flavio Lori
Fabio Ravalli

La Militante Rivoluzionaria
Vincenza Vaccaro

Dichiarazione allegata agli atti e letta in aula il 7 ottobre 2003.

 

Prima Corte d’Assise d’Appello di Roma, Udienza del 07/10/2003. Dichiarazione letta in aula da Stefano Minguzzi, allegata agli atti

Questa è la posizione rispetto al tribunale, al procedimento e ai fatti.

Come militanti prigionieri delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente riaffermiamo la validità dell’impianto strategico e della linea politica della nostra organizzazione rivendicandone per intero l’attività politico-militare, il ruolo di direzione e organizzazione nella conduzione del processo rivoluzionario in Italia. Un ruolo sempre svolto all’interno dei nodi centrali che caratterizzano lo scontro di classe intervenendo di volta in volta con l’attacco della guerriglia nella contraddizione dominante che oppone il proletariato allo Stato e all’imperialismo.

È questa attività rivoluzionaria, operata in stretta dialettica con i contenuti espressi dall’autonomia di classe, dentro l’indirizzo strategico della lotta armata, a costruire l’alternativa di potere del proletariato.

Coerentemente con questa concezione ribadiamo la rivendicazione dell’esproprio in via Prati di Papa come azione politico-militare finalizzata a reperire i mezzi necessari per portare avanti il programma rivoluzionario, un’azione tutta interna alla logica della guerriglia, al portato storico e strategico della lotta armata e in particolare al patrimonio di esperienza delle Brigate Rosse.

La fase politica e sociale in cui le Brigate Rosse rilanciano in questo paese la propria proposta strategica nello scontro generale tra le classi è profondamente diversa da quella in cui 30 anni fa avviarono la lotta armata contro lo Stato e l’imperialismo. In quegli anni le condizioni di impetuoso avanzamento generalizzato delle lotte proletarie e dei movimenti rivoluzionari e di liberazione dall’imperialismo in tutto il mondo ponevano concretamente alle avanguardie scaturite dal movimento di classe dei paesi del centro imperialista la questione di dare soluzione teorico-pratica al problema della presa del potere da parte del proletariato metropolitano mentre tutte le aspettative e le posizioni revisioniste storicamente presenti nel movimento operaio dimostravano di avere solo contribuito a consolidare e perpetuare il dominio della borghesia. Nella prospettiva storica del superamento del modo di produzione capitalistico e dell’estinzione della società divisa in classi, il programma dei comunisti ha sempre indicato le tappe della distruzione dello Stato borghese, della conquista violenta del potere politico e dell’instaurazione della dittatura proletaria come passaggi necessari e inevitabili del processo di liberazione della classe operaia dalla sfruttamento del lavoro salariato. Solo l’esercizio del potere politico da parte del proletariato in armi, organizzato come classe dirigente, può determinare infatti le condizioni per il compiuto sviluppo della trasformazione in senso comunista dei rapporti sociali. È precisamente su questo punto fondamentale che nelle alterne vicende del movimento operaio si è costruito il discrimine fra strategia rivoluzionaria e posizioni conciliatrici, compromissorie o gradualiste comunque destinate a ribadire la subordinazione del proletariato agli interessi della borghesia: evitare o rifiutare il terreno politico dello scontro per il potere eludendo la questione della natura di classe dello Stato ha sempre condotto il proletariato a sicura sconfitta. Con la nascita delle Brigate Rosse la lotta armata per il comunismo assolveva una funzione di sbocco politico e di avanzamento per le istanze di potere che maturavano nello scontro di classe verso una prospettiva rivoluzionaria i cui termini non venivano definiti solo in relazione all’andamento congiunturale della lotta, ma ai caratteri storici dello Stato e dell’imperialismo, quindi dell’approfondirsi dei termini della controrivoluzione in relazione alla situazione complessiva dello scontro e all’estensione e al radicamento della stessa lotta armata. Veniva superata una visione manualistica che riduceva il processo a due sole fasi, quella dell’accumulo delle forze e quella del loro disgregamento nella guerra civile e si comprendeva il carattere non lineare della successine delle fasi con il continuo riferirsi alle modificazioni indotte dagli esiti concreti dello scontro e quindi la necessità di conseguire la tappa storica della presa del potere attraverso un processo di guerra di classe di lunga durata.

Aver compreso, praticato e sviluppato la concezione strategica della lotta armata in uno Stato imperialista, aver unificato nel combattimento il piano politico e quello militare e, insieme, l’analisi di classe con la sua applicazione concreta sono conquiste irreversibili, punti di non ritorno acquisiti nel vivo dello scontro dal patrimonio rivoluzionario della storia delle Brigare Rosse.

La fase politica attuale, pur nel precisarsi dell’aggravamento delle condizioni strutturali di crisi del capitalismo, non si caratterizza per la disposizione generalizzata delle istanze proletarie sul terreno della lotta di potere né per lo sviluppo del movimento rivoluzionario. Oggi perciò la lotta armata rappresenta il piano su cui sostanziare il ruolo di avanguardia rivoluzionaria che parte dalla compiuta acquisizione dei termini politici e strategici elaborati dal patrimonio delle BR perché indispensabili per impattare adeguatamente le forme politiche con cui lo Stato si rapporta all’antagonismo proletario e adottare gli strumenti con cui operare la frattura soggettiva richiesta dalla consapevole assunzione del terreno di lotta per il potere. Per questo assume rinnovata importanza la chiarezza dei termini strategici su cui in ogni fase l’avanguardia può far avanzare lo scontro e che inducono anche a ricentrare correttamente la natura stessa del processo rivoluzionario, librandolo dalle incrostazioni spontaneiste e revisioniste, restituendogli funzione orientativa della prassi rivoluzionaria. In generale: i termini teorico strategici che impostano la strategia della lotta armata per il comunismo muovono dalla concezione marxista della necessità storica della rivoluzione comunista ad opera della classe operaia e del proletariato, come un processo che nasce dalle contraddizioni del capitalismo e della sua funzione nella storia sociale, per svilupparsi in continuità con la concezione leninista dell’imperialismo quale fase suprema del capitalismo, del ruolo che adempie lo Stato nella società divisa in classi antagoniste, e del rapporto tra Stato e rivoluzione che costituiscono la base teorica dei termini generali della conduzione della guerra di classe e della concezione strategica dell’attacco al cuore dello Stato, combattimento che caratterizza la guerra di classe di lunga durata nelle democrazie mature.

La strategia della lotta armata è la politica rivoluzionaria con cui le avanguardie comuniste organizzate nella guerriglia praticano obiettivi politicamente offensivi, cioè rivolti all’indebolimento dello Stato nella sua azione di dominio sulla classe nella prospettiva della sua completa distruzione e facendo avanzare l’antagonismo proletario sul terreno della lotta per il potere. La guerriglia, con l’attacco militare contro l’azione dello Stato di governo della crisi e del conflitto, disarticolandone gli equilibri politici che la sostengono, agisce da partito per costruire il partito, opera la trasformazione dello scontro di classe in scontro per il potere, in guerra di classe, costruendo e disponendo le forze proletarie e rivoluzionario che si dialettizzano alla linea e al programma politico proposti dalla guerriglia.

Con la strategia della lotta armata le avanguardie e il proletariato rivoluzionario immettono nello scontro di classe gli obiettivi dello scontro per il potere che costituiscono il programma politico intorno a cui costruire la guerra di classe di lunga durata, in funzione e relativamente alle diverse fasi che essa attraversa, sia quando sono connotate prevalentemente dal ripiegamento delle forze e dall’arretramento del proletariato, sia quando lo sono dall’attestamento di avanzamenti dello scontro rivoluzionario, aprendo il rapporto di guerra “fin da subito” e cioè in qualunque condizione storica, anche a partire dai nuclei esigui di avanguardie rivoluzionarie che lo assumono soggettivamente come proprio obiettivo, proponendolo alla classe.

La guerra di classe è condotta nell’unità del politico e del militare, tanto nell’iniziativa politica che nell’organizzazione delle forze, perché il potere della borghesia imperialista è organizzato in funzione antiproletaria e controrivoluzionaria, con progettualità e mezzi che integrano il piano politico e quello militare, e articola le sue iniziative nella costante azione tesa a convogliare la lotta di classe all’interno di compatibilità economico-sociali e forme di rapporto istituzionalizzate per svuotarne di contenuti la contrapposizione e annientarne la spinta antagonistica. Nelle diverse congiunture l’iniziativa rivoluzionaria deve rivolgersi quindi contro le politiche con cui lo Stato affronta la contraddizione dominante tra le classi, per disarticolare l’equilibrio politico dominante, rendere relativamente ingovernabili le contraddizioni e disporre sullo scontro per il potere le avanguardie e i proletari rivoluzionari. Il processo rivoluzionario nella metropoli imperialista è quindi un processo di distruzione dello Stato che attraverso l’offensiva militare finalizzata alla sua disarticolazione politica procede in rapporto alla trasformazione concreta degli equilibri di forza e politici verso una fase di guerra dispiegata, processo in cui l’aspetto politico è sempre dominante. Nelle condizioni di scontro presenti nel centro imperialista la guerriglia vive in “stato di accerchiamento strategico” dall’inizio della sua attività fino alla fase finale della presa del potere. Ha dunque un rapporto con il nemico di guerra senza fronti, in cui non ci sono spazi politici diversi da quelli che la guerriglia stessa si conquista per esistere ed avanzare e su cui attestare le forze organizzate. La guerra di classe nel centro imperialista nasce perciò dall’attacco politico-militare al nemico e non da forze accumulate giudicate sufficienti a condurla nelle sue fasi successive.

La guerra non è costituita solo da iniziativa militare perché è una guerra di classe in cui il nemico non è una forza esclusivamente militare, ma lo Stato, cioè una forza politico-militare il cui rapporto con il proletariato è dominato dalla politica proprio in funzione contro rivoluzionaria e della stabilità del proprio dominio, per cui l’attacco militare e la corrispettiva forza da costruire per condurre la guerra, devono essere rivolti a colpirne l’azione politica, non le forze militari in quanto tali e devono esprimere una capacità offensiva selettiva dell’azione politica del nemico per ottenere l’effetto del suo logoramento.

La guerra di classe è di lunga durata perché le contraddizioni intrinseche del capitalismo non portano a un crollo, il potere politico è stabile, la borghesia imperialista convoglia interessi sociali attorno al suo potere perché le condizioni per lo sviluppo della guerra di classe stessa sono prodotte dall’azione soggettiva delle forze rivoluzionarie, che deve realizzare un logoramento del nemico e una costruzione delle forze del proprio campo per poter arrivare a una rottura rivoluzionaria vincente.

Coerentemente col principio dell’unità del politico e del militare che informa la guerra di classe nei paesi a democrazia matura, la strategia della lotta armata definisce il partito comunista come un partito combattente e in relazione alla natura del processo rivoluzionario – di distruzione dello Stato/costruzione del partito – definisce la sua formazione come risultato di un processo politico-militare che la guerriglia determina sulla linea dell’agire da partito per costruire il partito. Per le Brigate Rosse le condizioni politiche della costruzione del partito comunista combattente si danno a partire dalla capacità di disarticolare l’azione politica dello Stato, perché la progettualità con cui lo Stato interviene nelle congiunture politiche della contraddizione dominante che oppone le classi è la modalità con cui si esprime la sua funzione antiproletaria e controrivoluzionaria. Le Brigate Rosse non sono il partito ma sono la forza rivoluzionaria operante come un esercito rivoluzionario che attaccando lo Stato nelle sue politiche centrali sostanzia l’agire da partito per costruire il partito e avvia la costruzione del partito, la costruzione degli elementi politico-teorici, strategici, soggettivi, organizzativi che costituiscono il nucleo fondante il partito.

Il programma politico di disarticolazione dello Stato che le Brigate Rosse propongono alla classe definisce gli obiettivi programmatici concreti che costituiscono nello scontro di classe effettivo il piano di lotta per il potere, di costruzione del partito comunista combattente e di mobilitazione della classe sulla sua linea politica. Il progetto politico con cui lo Stato affronta la contraddizione dominante tra le classi è il cuore dello Stato. Non si tratta quindi di un uomo, di una struttura, di una funzione o di uno specifico apparato statale, ma di una progettualità che non si definisce a tavolino una volta per tutte, ma si imposta e si aggiorna irradiandosi progressivamente nel complesso delle relazioni tra le classi, specificando la costruzione di equilibri politici generali e parziali intorno ad essa. Il massimo vantaggio politico conseguibile dal combattimento si dà colpendo il personale che costruisce l’equilibrio politico in grado di far avanzare i programmi della borghesia imperialista, un equilibrio che lega interessi non univoci e anzi contrastanti agli interessi sociali e agli obiettivi politici della frazione dominante della borghesia imperialista. La guerriglia può conseguire così l’obiettivo politico di disarticolare la progettualità statale, squilibrandone l’azione delle varie forze che concorrono a realizzarla. La disarticolazione non è effetto politico ottenuto una volta per tutte con un singolo attacco, ma si produce nella misura in cui si sviluppa il combattimento. L’attacco allo Stato non è inteso in sé e per sé a paralizzare e a impedire in modo assoluto lo sviluppo reale delle sue politiche antiproletarie e controrivoluzionarie, per far questo è necessario un intero processo di guerra che faccia man mano conquistare posizioni più avanzate nei rapporti di forza e politici alla classe organizzata dal partito comunista combattente sul terreno della guerra. L’attacco al cuore dello Stato quindi è al linea strategica di disarticolazione politica dello Stato, impostata sui criteri di centralità, selezione e calibramento definiti dal patrimonio della guerriglia delle Brigate Rosse nel nostro paese.

Il rilancio dell’attacco al cuore dello Stato operato dalle BR-PCC con l’iniziativa del 20 maggio ’99 contro D’Antona ha dimostrato la vitalità e la propositività politica della strategia della lotta armata nello scontro generale tra le classi, pur a fronte di una lunga interruzione del combattimento nella quale sono intervenuti cambiamenti sociali e politici che hanno riguardato i termini della mediazione politica tra le classi stesse. Questo primo rilancio dell’intervento combattente ha confermato la maturità raggiunta dalla guerriglia nel nostro paese e del patrimonio elaborato e verificato nel corso dello scontro rivoluzionario dalle Brigate Rosse. Un rilancio a cui lo Stato ha risposto elevando i livelli di controrivoluzione, come sempre al fine di annientare la guerriglia e di esercitare un’azione deterrente e preventiva sulla dialettica aperta dall’iniziativa delle BR-PCC con le istanze antagoniste prodotte dal conflitto di classe, un’azione sostenuta dai mezzi, dalle ingenti risorse e dagli apparati repressivi rafforzati in questi anni e dal collaborazionismo di quei ceti politici che hanno fatto del controllo delle realtà di classe il valore d’uso del loro ruolo da parte dello Stato e quindi la condizione della propria agibilità politica. Questo non ha impedito, pur nella situazione di arretramento complessivo del campo proletario e di svuotamento del movimento rivoluzionario, che si potessero avviare delle dialettiche politiche che sono andate dalla semplice espressione pubblica del riconoscimento della prassi rivoluzionaria delle BR, in varie forme ovviamente adeguate a parare la reazione della controrivoluzione, ad istanze e nuclei rivoluzionari che hanno preso concretamente posizione sia in appoggio all’iniziativa delle BR sia assumendosi la responsabilità di disporsi nello scontro con contenuti e pratiche offensivi, definendo così uno schieramento rivoluzionario. Al di là delle specificità queste dialettiche hanno avviato un percorso politico e materiale concreto di costruzione di un reale campo rivoluzionario sulla base della discriminante della lotta armata per il comunismo. Piano diverso da quello della formazione di uno schieramento rivoluzionario è quello della costruzione del partito comunista combattente, un’entità che non si produce spontaneamente o come frutto virtuale di un allineamento ideologico, ma è un’organizzazione concreta centralizzata su una linea precisa e con un’articolazione di strutture in grado di applicarne il programma politico-militare in base all’impianto teorico e strategico della lotta armata, all’indirizzo politico-strategico delle Brigate Rosse. È questa impostazione di fondo che garantisce alle BR-PCC la capacità di individuare e colpire il cuore dello Stato.

Con l’azione del 19 marzo 2002 contro Biagi, ideatore e promotore delle linee e formulazioni legislative elaborate nel “Libro bianco”, l’attacco delle Brigate Rosse in quanto prassi cosciente e adeguata alla fase, ha indotto visibilmente una netta chiarificazione del quadro politico e sociale rilevando responsabilità e posizioni di tutte le forze in campo, riconducendole alla sostanza del conflitto inconciliabile fra gli interessi generali del proletariato e quelli della borghesia imperialista, al rapporto rivoluzione/controrivoluzione. Colpendo Biagi le BR-PCC attaccano la progettualità politica della frazione dominante della borghesia imperialista nostrana, per la quale l’accentramento dei poteri nell’esecutivo, il neo corporativismo, la stabilizzazione dell’alternanza fra coalizione incentrate sui propri interessi, il “federalismo” costituiscono le condizioni per governare la crisi e il conflitto di classe in questa fase storica segnata dalla stagnazione economica e dalla guerra imperialista. Una progettualità politica tesa a riadeguare il dominio della borghesia imperialista e rafforzarlo nei confronti delle istanze proletarie e della tendenza al loro sviluppo in autonomia politica antistatuale e antiistituzionale che nascono dalle attuali condizioni strutturali. Una progettualità politica che si costruisce e si sviluppa attraverso entrambi gli schieramenti politico-istituzionali e che, misurandosi con i nodi generati dalle risposte di politica economica, di riforme strutturali e di rifunzionalizzazione dello Stato che sono state messe in campo negli anni trascorsi per governare la crisi e il conflitto di classe, deve ora affrontare il contemporaneo maturarsi di questi processi. Diventa quindi decisiva la capacità di integrare organicamente i passaggi di questa duplice priorità che ha connotato in generale le legislature degli anni ’90 pena l’incapacità di governare efficacemente le contraddizioni alimentate dall’andamento della crisi. Il governo Berlusconi si è insediato qualificando quale aspetto prioritario del suo programma proprio l’accelerazione e l’approfondimento del processo di complessiva ristrutturazione e riforma del sistema economico-sociale. La effettiva capacità di varare una serie di riforme definite improcrastinabili avrebbero costituito un punto di forza per consolidare il sostegno di tutti i settori confindustriali (come non si verificò durante la prima esperienza governativa del centro-destra) e limitare la vulnerabilità di una maggioranza coesa dalla figura stessa di Berlusconi caratterizzata notoriamente (rispetto ad altri paesi a democrazia matura) dall’anomala concentrazione di interessi capitalistici e politici, perciò vulnerabile all’iniziativa congiunta della concorrenza economica e dell’opposizione parlamentare, anche attraverso le molte occasioni offerte all’iniziativa giudiziaria. L’azione dell’esecutivo per la riforma del mercato del lavoro secondo le direttrici delineate dal Libro bianco di Biagi riflette il livello di crisi a cui è pervenuto il capitale che obbliga la borghesia imperialista a recuperare margini di profitto e prevenire l’acutizzarsi del conflitto fra interessi sempre più polarizzati, a fronte di una base produttiva in continua contrazione, processo che, come hanno dimostrato gli ultimi trent’anni, non c’è politica economica in grado di invertire, specie dopo il varo dell’euro e l’impossibilità di ricorrere al palliativo delle “svalutazioni competitive”. In questo quadro per una economia come quella italiana sempre più debole nelle produzioni di punta e sottoposta tanto alla concorrenza dei monopoli europei e americani quanto a quella dei “paesi emergenti” diventa necessaria una riorganizzazione delle relazioni sociali in funzione: 1) dell’obiettivo della competitività del capitale attraverso la regolazione al ribasso del costo del lavoro grazie all’organizzazione del mercato del lavoro tesa a rendere l’esercito industriale di riserva non solo un perenne calmieratore del prezzo della forza lavoro ma un fattore forzoso (le politiche “attive”) di capacità competitiva del sistema economico sociale; 2) della strutturazione di forme di rapporto sociale idonee non solo a rendere “flessibili” i fattori produttivi umani, cioè la forza-lavoro, ma anche a rimodellare il conflitto per prevenire la caratterizzazione di classe, tramite le nuove condizioni contrattuali e normative appositamente articolate per la selettività progressiva e individualizzata dall’accesso al lavoro salariato; 3) della rimodellazione della rappresentanza politica e sociale in correlazione ai processi di accentramento nell’esecutivo delle misure necessarie al governo della crisi, esecutivizzazione da articolare in dimensioni localizzate e tra loro, a volte, competitive (col supporto dei necessari strumenti di coercizione e repressione – polizie regionali e provinciali) presupposto questo tanto della riforma dello Stato in senso “federale” che della tenuta del fronte interno rispetto all’impegno bellico costane dello Stato. La compenetrazione tra pubblico e privato nei settori dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza, etc. con un maggior ruolo delle fondazioni, del terzo settore, dei fondi per la previdenza integrativa privata, dà una base economica e sociale concreta a questo disegno politico, come pure glielo assicura l’ulteriore trasformazione del sindacato confederale (ufficialmente rivendicata da Cisl e Uil) in associazione di iscritti ai quali fornire essenzialmente “servizi”, e non più ruolo di organizzatore del conflitto col capitale. È riferendosi politicamente a questa base sociale che il governo formalizza quel modello di nuove relazioni neo corporative delineate nel “Patto per l’Italia”, sottoscritto con solo una parte dei sindacati confederali e giunto a compiuta definizione dopo una serie di forzature e successive mediazioni connesse alla necessità di stabilizzare la fase del superamento della concertazione come “metodo per governare”, concertazione già entrata in crisi manifesta con il governo D’Alema per la resistenza che suscitavano nella classe le misure che ne giustificavano il ruolo politico e la difficoltà di varare le ulteriori trasformazioni del mercato del lavoro per cui premeva la Confindustria. Se alcune componenti governative sottolineano la novità del metodo del “dialogo sociale” mentre altre evidenziano i fattori di continuità con la lunga storia delle relazioni neo corporative e, in stretta consonanza con la Cisl definiscono il nuovo assetto “concertazione con chi ci sta”, l’esecutivo nella sua interezza, attraverso il “Patto per l’Italia” opera per ottenere quel ridimensionamento del peso politico della Cgil che comporta anche l’indebolimento del Centro-sinistra e in particolare dei DS. L’esito del referendum sull’art. 18 e l’approvazione del decreto attuativo della riforma Biagi segnano ulteriori passaggi di un’azione di governo che non ha ancora dispiegato interamente i propri contenuti antiproletari ma la cui tenuta politica è comunque vincolata dall’efficacia con cui perseguirà il processo di rimodellazione economica e sociale, condizione interna imprescindibile per il ridefinirsi del ruolo dell’Italia nelle politiche centrali dell’imperialismo. Perciò l’esecutivo è impegnato a sciogliere nodi cruciali tuttora esistenti come una effettiva riforma previdenziale secondo linee ormai proprie a tutti i paesi a democrazia matura e l’avvio di una revisione costituzionale necessaria per fornire un compiuto quadro istituzionale funzionale alla progettualità politica della borghesia imperialista. Il riadeguamento delle forme di domino della borghesia è una dinamica in corso che investe tutti i paesi imperialisti. Nel caso italiano questo processo si carica di un ulteriore valore politico immediato, assumendo la funzione di verifica della capacità dell’esecutivo nella gestione di un periodo di riacutizzazione dello scontro di classe nella prospettiva di aggravamento in senso apertamente recessivo dell’attuale stagnazione economica, e insieme di verifica, che, sul piano internazionale, il governo Berlusconi garantisca di saper articolare la conferma del rapporto bipolare privilegiato con gli Usa e il ruolo italiano nel riavvio dei processi di coesione europea dopo il posizionamento differenziato dei maggiori paesi imperialisti a fronte delle forzature americane per accelerare i tempi dell’attacco all’Iraq. L’attiva partecipazione italiana alla proiezione bellicistica delle politiche centrali dell’imperialismo si concretizza nel massimo dispiegamento di truppe operative oltre confine (Balcani, Afghanistan, Iraq) mai verificatosi nella storia recente del paese, impegno consentito dal compiersi della trasformazione delle forze armate, avviata dai governi di centro-sinistra, da esercito di leva a esercito di mestiere, impostato organizzativamente sul crescente impegno in missioni all’estero in piena coerenza con la tendenza alla guerra che caratterizza la fase attuale dell’imperialismo.

Con l’attacco dell’11 settembre l’intera catena imperialista si è dovuta misurare con le conseguenze e le ripercussioni in ogni parte del mondo. L’elevata potenza distruttiva dell’azione e la sua specifica selettività hanno inferto un rilevantissimo colpo destabilizzante tale da indurre la controrivoluzione imperialista ad operare un salto di qualità complessivo con immediate implicazioni politiche e sociali interne ai vari Stati e riflessi a lunga scadenza sugli equilibri internazionali, sullo stesso significato della mediazione politica, sul piano del diritto, sul ruolo e la funzione delle organizzazioni sovrannazionali, sul’assetto delle alleanze e sugli sviluppi della stessa dottrina militare. È stata infatti dimostrata la praticabilità (e quindi la possibile reiterazione) di un attacco di portata prima impensabile ad obiettivi centrali, politico-militari ed economico-finanziari nel cuore del territorio nemico senza impiegare le sue tecnologie avanzate e senza disporre l’enorme capacità distruttiva dei suoi arsenali. La successiva propaganda sulle vittorie conseguite nella guerra al “terrorismo internazionale” non ha potuto comunque mistificare l’evidenza storica di un’azione che ha sbriciolato il mito americano dell’inviolabilità del proprio spazio metropolitano, privando nei fatti gli Usa di uno dei pilastri di quel potere di deterrenza da sempre basato sull’asserita impossibilità di subire danni paragonabili all’entità delle distruzioni inflitte in tutto il mondo nel corso di decenni di aggressioni imperialiste. In questo senso l’11 settembre ha rappresentato un concreto fattore di contrasto della strategia americana, ne ha dimostrato la vulnerabilità sistemica, l’ha costretta a modificare piani e tempi di applicazione pur senza ovviamente farne venir meno gli interessi che la motivano, scaturiti da ragioni strutturali, proprie della dinamica generale della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale che si riflette nell’estendersi e prolungarsi della recessione con le sue conseguenze geopolitiche sulla rimodellazione gerarchica della catena imperialista. Gli Usa hanno dovuto perciò accelerare la propria mobilitazione, esponendosi alle contraddizioni di scelte operate per reazione e non nel momento e nelle modalità previste, dovendosi limitare ad allestire una coalizione a sostegno dell’aggressione dell’Afghanistan non interamente attivizzata nell’invasione nonostante la conclamata e pressoché unanime adesione ad “Enduring freedom”. Questa accelerazione della proiezione bellica americana già all’indomani dell’occupazione dell’Afghanistan si è tradotta nell’adozione ufficiale della nuova “Strategia per la sicurezza nazionale” da parte dell’amministrazione Bush. È il passaggio dalla dottrina della deterrenza e del “contenimento” delle situazioni di crisi alla rivendicazione del diritto alla “guerra preventiva” come garanzia del consolidamento dell’egemonia globale attraverso l’intervento militare diretto in qualsiasi contesto individuato come potenzialmente pericoloso per gli interessi Usa. In tale quadro la mediazione politica assume sempre più le vesti di una forzatura, tendente a ricomporre le contraddizioni latenti nel campo imperialista con il riadeguamento della Nato ai nuovi compiti (allargamento che influisce sulla dinamica del processo di coesione europea, ampliamento indefinito dell’area operativa) ed affidando una volta per tutte all’Onu il ruolo di ratifica del fatto compiuto, con copertura strumentale e relativa cosmesi “umanitaria” delle linee stabilite da Washington. La vecchia rete di alleanze viene affiancata dalla promozione di coalizioni a “geometria variabile” finalizzate sia all’obiettivo immediato da conseguire sia alla verifica permanente del riallineamento gerarchico della catena imperialista. Nel rapporto Usa/Europa (e in particolare con Francia e Germania da un alto e con i paesi del “Gruppo degli otto” dall’altro) l’applicazione di questo schema politico-diplomatico ha aperto al strada dell’aggressione all’Iraq. La decennale resistenza di questo paese all’embargo e alla costante pressione militare angloamericana, nonché l’indisponibilità del suo governo ad alcun compromesso con l’entità sionista e l’appoggio fornito alle componenti (nazionali e islamiste) più conseguenti della resistenza palestinese, facevano dell’Iraq il maggiore ostacolo al dominio imperialista di tutta l’area più cruciale per il controllo delle risorse energetiche e per il futuro assetto degli equilibri internazionali. Un’area che alla vigilia dell’attacco a Baghdad vede ai suoi due estremi da una parte l’avvenuto insediamento politico-militare Usa in Asia centrale e dall’altra la rinnovata offensiva israeliana contro il popolo palestinese per piegarne definitivamente la resistenza e costringerlo ad accettare la sottomissione storica all’entità sionista, reale contenuto di ogni manovra e accordo diplomatico per la pacificazione dai patti di Oslo in poi. L’annientamento del governo iracheno e la dissoluzione del paese come struttura statale ed entità nazionale autonoma e indipendente sono quindi l’obiettivo su cui convergono gli interessi americani, sionisti e quelli inglesi, orientati a riproporre l’influenza britannica in un’area dove tradizionalmente è sempre stata insediata sia a veder confermata la posizione dell’Inghilterra come partner privilegiato degli Usa. Si delinea così l’ambizioso disegno complessivo di riscrivere la carta geografica mediorientale attraverso una serie di tappe che, a partire dall’occupazione dell’Iraq e dall’incameramento delle sue risorse petrolifere, prevedono crescenti misure economiche, politiche e militari di pressione diretta su Siria e Iran e indiretta verso quei paesi della Lega araba che, seppur strettamente vincolati a Washington, rappresentano un potenziale fattore di crisi a fronte di una situazione interna dove l’insofferenza crescente delle masse per condizioni economiche e sociali in progressivo deterioramento si alimenta politicamente con il riferimento alla resistenza palestinese come punta avanzata della lotta al sionismo e alla presenza imperialista. La conquista di Baghdad con la conclusione relativamente rapida delle operazioni manovrate, ha confermato – dopo la Jugoslava e l’Afghanistan – l’evidente strapotere americano nella conduzione dei conflitti tradizionali tra forze regolari, non solo grazie all’enorme disponibilità di mezzi e risorse mobilitabili da una rete sempre più estesa di basi logistiche ma per l’impiego di tecnologie sofisticate missilistiche, avioniche, satellitari frutto dell’espansione del complesso militare-industriale come scelta di politica economica controtendenziale alla dinamica generale della crisi e volano per il rilancio dell’apparato produttivo. La tattica impiegata non ha provocato affatto vittime civili solo come “effetto collaterale” di obbiettivi militari: ancor più che in Afghanistan lo scopo di colpire le popolazioni inermi è stato perseguito come parte integrante della pianificazione operativa così come il surplus di brutale cinismo con venature razziste della concomitante campagna mediatica. Eppure è proprio nel momento della massima ostentazione della potenza Usa che si evidenziano le difficoltà e l’arco di contraddizioni aperto da una strategia imperialista in cui ogni avanzamento è precondizione vincolante di ulteriori forzature. All’impossibilità di allestire in tempi politicamente utili un credibile governo collaborazionista si somma la crescente intensità e diffusione della resistenza popolare irachena e la sua prospettiva di passaggio alla fase della guerriglia dispiegata. Questa situazione, oltre a frustrare le aspettative di un veloce ritorno economico con l’immediata spartizione del bottino petrolifero e la sua immissione sul mercato, pone alle forze occupanti enormi problemi di prospettiva che l’allargamento del numero e della consistenza dei contingenti già presenti ad affiancare gli angloamericani (come quello italiano a Nassiriya) non sono attualmente in grado di risolvere. Nel contempo rimane più che aperto il quadro di operazioni afghano (anch’esso dato molto prematuramente come già pacificato) e si radicalizza l’opposizione palestinese alla cosiddetta “Road map”.

La catena imperialista a guida Usa nell’allargare i fronti di conflitto si espone alla dispersione delle forze e laddove deve insediarsi militarmente per conquistare e preservare il controllo fisico del territorio crea quindi le stesse condizioni che favoriscono la resistenza e il contrattacco antimperialista, sostenendo costi economici e politici crescenti e perdite umane sempre meno sopportabili, a dimostrazione dell’intrinseca vulnerabilità di una strategia a cui per prevalere non basta il più formidabile degli arsenali.

L’attacco all’imperialismo è asse programmatico della strategia che le BR praticano e propongono alla classe e con cui storicamente hanno sostanziato la necessità e possibilità di alleanze antimperialiste tra forze rivoluzionarie dell’area europeo-mediterranea-mediorientale da stringere nella costruzione di un Fronte combattente antimperialista che ha lo scopo di indebolire e destabilizzare l’imperialismo attaccandone le politiche centrali. Se per le BR-PCC lo sviluppo del processo rivoluzionario continua a realizzarsi facendo “la rivoluzione nel proprio paese” perché questa rimane la dimensione politica principale della lotta fra le classi, l’integrazione della catena imperialista intorno al capitale statunitense e al sistema di alleanze a egemonia americana, il formarsi di una frazione di borghesia imperialista aggregata al capitale finanziaria Usa e di un proletariato metropolitano costituiscono i termini attuali della contraddizione storica borghesia/proletario in tutto il campo imperialista entro cui si ripropongono i nodi dello sviluppo di una prassi rivoluzionaria adeguata a far avanzare una prospettiva di potere. Questa condizione politica generale richiede fin da subito di praticare l’obiettivo dell’indebolimento dell’imperialismo operando sull’asse programmatico dell’attacco alle sue politiche centrali. L’obbiettivo politico-strategico della costruzione del Fronte combattente antimperialista può essere raggiunto nella misura in cui si realizzano condizioni politiche e militari per attaccare l’imperialismo da parte di forze rivoluzionarie dell’area europeo-mediterranea-mediorientale, area che ha una sua estrinseca complementarietà economico-politico, cioè di forze rivoluzionarie che possono avere anche diverse finalità o concezioni rivoluzionarie. Il FCA non sostituisce l’obiettivo storico del processo di costruzione dell’Internazionale comunista che è realizzabile tra forze che hanno identiche finalità politiche e concezione teorica e condividono la discriminante di fondo della lotta armata per il comunismo. Una discriminante storica che ha rimarcato l’inconciliabilità con le posizioni revisioniste, comunque camuffate. Oggi i simulacri residuali di queste opzioni politiche si rinnovano non solo come legittimatori, ma come veri e propri attori dell’azione degli Stati imperialisti nel genocidio dei popoli e nella subordinazione del proletariato alla schiavitù salariata, sulla base dell’attribuzione di un valore assoluto alla democrazia rappresentativa borghese come fattore di superiorità e di conquiste sociali in cui il proletariato potrebbe avanzare le proprie istanze di “libertà e diritti” e che perciò gli Stati imperialisti sarebbero legittimati ad imporre nel mondo con la guerra, contro il proletariato e i popoli tramite la sconfitta di quelle forze antimperialiste o rivoluzionarie che si pongono sul terreno di una lotta finalizzata alla distruzione dell’imperialismo o anche solo alla difesa di una reale autonomia nazionale di singoli paesi. La situazione in Palestina e Iraq dimostra che lo scontro continua e la avanguardie rivoluzionarie sapranno fare del contrasto contro le mire israelo-anglo-statunitensi di ridefinizione a proprio vantaggio degli equilibri in medio oriente un punto di programma su cui aprire la prospettiva storica della costruzione del fronte combattente antimperialista promuovendo i termini politico-militari necessari per affrontare gli impegnativi e decisivi compiti legati alla trasformazione della guerra imperialista in avanzamento della guerra di classe.

Abbiamo il dolore e l’orgoglio di rendere onore al nostro compagno Mario Galesi, caduto il 2 marzo 2003 combattendo per il comunismo. Nella guerriglia si mette a disposizione se stessi, si combatte e si può cadere, come è accaduto nella storia a tanti compagni. Mario Galesi ha fatto questa scelta di militanza con la responsabilità che ne è connessa e con la coerenza di cui è stato capace, cosciente di quanto ciò sia necessario per l’avanzamento del processo di liberazione del proletariato, nella sua lotta per il potere, la distruzione dello Stato e dell’imperialismo, per l’abolizione di lavoro salariato e capitale, per il superamento rivoluzionario della società divisa in classi.

La sua vita e la sua storia dimostrano come, nel processo di costruzione del Partito comunista combattente, la militanza rivoluzionaria si misura con una profonda frattura politica soggettiva, necessaria alle avanguardie cresciute nelle lotte del proletariato per trasformare un ruolo politico che si forma e matura nel contesto del movimento di classe in un ruolo indispensabile e più avanzato; un ruolo che determina il proprio rapporto con la classe in quanto combattente contro lo Stato e l’imperialismo. È questo un mutamento complessivo del punto di vista formatosi nella storia di una militanza e nella mobilitazione delle lotte in un salto qualitativo che consiste nell’assumere le finalità della lotta armata per il potere come propria finalità soggettiva. Il compagno caduto ha messo a disposizione senza limiti le proprie forze nel programma rivoluzionario delle Brigate Rosse. Il suo impegno, lo studio e il lavoro politico-militare, la sua vita sono ricchezza collettiva del partito combattente e del proletariato rivoluzionario. Vivono, come la storia di cui è parte, nelle finalità, nella strategia, nella linea, nel programma, nella prassi combattente delle Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente, che egli ha contribuito a sviluppare, entro cui operava quando è caduto, e che oggi l’organizzazione porta avanti nella conduzione dello scontro, adesso e domani. Perché lo scontro continua e le BR-PCC proseguiranno nella linea di attacco al cuore dello Stato, oggi che, anche confidando nel vantaggio militare momentaneamente conseguito contro la guerriglia, l’esecutivo Berlusconi si propone di accelerare le tappe di attuazione del programma antiproletario di rimodellazione economico-sociale e istituzionale delle forme di dominio statale, condizione interna imprescindibile per il ridefinirsi del ruolo dell’Italia nelle politiche centrali dell’imperialismo.

Come militanti prigionieri delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente rivendichiamo di fronte al nemico e di fronte alla nostra classe la nostra piena responsabilità per la storia, per il programma, per la linea politico-militare, per la prassi combattente della nostra organizzazione dal 1970 ad oggi.

Ai tribunali dello Stato imperialista non riconosciamo il diritto di giudicarci: siamo combattenti nemici prigionieri nel quadro di un conflitto concreto oggi più chiaro che mai. Il nostro rapporto con lo Stato e la giustizia borghese non può che essere un rapporto di guerra. Della nostra condotta politica e pratica rispondiamo solo al proletariato e alla nostra organizzazione che ne rappresenta gli interessi strategici.

Meglio di noi prigionieri, dunque, parlerà la guerriglia in attività, le Brigate Rosse.

– Attaccare e disarticolare il progetto antiproletario e controrivoluzionario di rimodellazione economico-sociale neocorporativa e di riforma dello Stato.

– Organizzare i termini politico-militare per ricostruire i livelli necessari allo sviluppo della guerra di classe di lunga durata.

– Attaccare le politiche centrali dell’imperialismo, dalla linea di coesione europea ai progetti e alle strategie di guerra e controrivoluzionari diretti dagli Usa e dalla Nato.

– Promuovere la costruzione del Fronte Combattente Antimperialista.

– Trasformare la guerra imperialista in avanzamento della guerra di classe.

 

Onore al compagno Mario Galesi caduto combattendo per il comunismo!
Onore a tutti i compagni e combattenti antimperialisti caduti!

Militante prigioniero delle Brigate Rosse
per la costruzione del PCC
Minguzzi Stefano

Roma 07/10/2003

Tribunale di Roma, udienza GUP 13/09/2004. Dichiarazione di Francesco Donati allegata agli atti

Intendo precisare come la mia presenza in questa aula nel corso del processo non sia dettata da un interesse sul piano giudiziario in virtù delle accuse che mi vengono mosse, e questo non solo per la pretestuosità delle stesse e dalle motivazioni politiche che sono alla base di questo processo, ma perché qui si tenta di processare la guerriglia e il processo rivoluzionario portato avanti, pur tra mille difficoltà, dalle Brigate Rosse Partito Comunista Combattente, ed è questo, e solo questo, il dato politico che emerge in tutta la sua forza ed evidenza in questa aula. Un’aula di giustizia borghese non è certo un luogo neutrale, al di sopra delle classi, ma la sede dove vengono applicate le leggi della dittatura di classe contro tutti coloro che sono spinti da condizioni economiche e sociali, grazie anche alle condizioni di sfruttamento e ricatto di un mercato del lavoro sempre più flessibile ed aleatorio e piegato agli interessi del capitale, verso un terreno di più o meno aperta “neutralità”; un luogo che è espressione di una funzione politica dell’esercizio del dominio di classe e questo lo è in modo ancor più evidente quando lo Stato borghese ha la presunzione di voler processare la guerriglia, il processo rivoluzionario, la storia del percorso di liberazione delle classi subalterne. E se è possibile lo è ancora di più in questa occasione ed in questo particolare processo dove anche attraverso l’utilizzo dei prigionieri nella loro condizione di ostaggi, cui si cerca di attaccare e svilire l’identità rivoluzionaria tentando di criminalizzarne gli atti politici, anche attraverso accuse deliranti e cercando in ciò di impedirgli di esercitare il ruolo e la funzione storica di rappresentare in ogni circostanza e al livello più alto i contenuti rivoluzionari propri dell’avanguardia. Aspetto questo che va al di là di questo specifico processo per caratterizzare invece in questa fase la politica della controrivoluzione nei confronti dei prigionieri rivoluzionari nel tentativo di farne un simulacro di deterrenza. Si vorrebbe cercare di far passare la storia e l’attività delle Brigate Rosse Partito Comunista Combattente, in particolare il percorso di ricostruzione operato in questi anni dai militanti rivoluzionari che si sono assunti la responsabilità politica di rimettere al centro dello scontro il dato politico assente ossia l’attacco al cuore dello Stato inteso come attacco al progetto centrale della borghesia imperialista, e per questo e solo in virtù di questo hanno assunto la denominazione di Brigate Rosse Partito Comunista Combattente in continuità con il patrimonio dell’Organizzazione e con i suoi termini più avanzati, assumendo così il ruolo di direzione dello scontro rivoluzionario in Italia, come un fatto del tutto residuale, opera di un gruppo di militanti completamente isolati e scollegati dalla realtà sociale e politica di questo Paese e dal più generale contesto internazionale caratterizzato sempre più da fame, oppressione e guerra, nell’ambito della quale l’Italia svolge un ruolo decisamente attivo a fianco dell’imperialismo USA. Di più, in questo quadro e coerentemente agli obiettivi della propaganda controrivoluzionaria, si vorrebbe far passare quanto prodotto dalle Brigate Rosse Partito Comunista Combattente con il rilancio della Strategia della Lotta Armata per il Comunismo, come frutto di decisioni politiche ed organizzative elaborate tra le mura del carcere imperialista e impartite all’esterno a chi avrebbe solo dovuto metterle in pratica. Non è certo così che funziona ed i fatti stanno a dimostrare esattamente il contrario e paradossalmente questo stesso processo, nelle necessità di fondo che lo animano, dimostra l’assoluta inconsistenza di questa costruzione politico/giudiziaria che è appunto il frutto e il tentativo di risposta messo in campo dallo Stato borghese per cercare di contrastare e delegittimare l’enorme qualità e lo spessore politico dimostrato dall’Organizzazione con le iniziative del 20 maggio 1999 contro Massimo D’ Antona e del 19 marzo 2002 contro Marco Biagi, con le quali sono stati attaccati e contrastati gli aspetti centrali del progetto neocorporativo che ci dimostrano, qualora ce ne fosse ulteriore bisogno, la maturità del nostro processo rivoluzionario. È il grado di attestazione al quale le forze rivoluzionarie che operano nel nostro paese e in generale nelle metropoli imperialiste non possono venir meno se vogliono incidere realmente nei rapporti di forza generali tra le classi e far pesare nello scontro gli interessi generali del proletariato e l’obiettivo strategico della presa del potere. Processo questo che rientra a pieno titolo in quella che è “l’offensiva” politico/giudiziaria che la borghesia ha lanciato nel tentativo di capitalizzare al massimo, per farli pesare nello scontro, i risultati ottenuti con la cattura di una compagna e la morte in combattimento del compagno Mario Galesi avvenuti a seguito di un episodio del tutto accidentale; catture,      processi,         condanne, campagne massmediatiche e mistificatorie nel tentativo di riequilibrare tatticamente la condizione politicamente e strategicamente difensiva in cui si è venuto a trovare lo Stato, a seguito del rilancio della strategia della Lotta Armata per il Comunismo e dell’apertura di un varco offensivo nell’ambito di una attestazione più avanzata delle posizioni del proletariato e il confronto con il suo nemico di classe. Recuperare questo svantaggio politico è quindi l’obiettivo politico perseguito con grande impegno di ogni mezzo politico e militare della controrivoluzione per cercare di danneggiare l’organizzazione, per contenere le dialettiche aperte dalla guerriglia con il proletariato per dare sviluppo alla guerra di classe e tentare così di recuperare condizioni di governabilità minime necessarie ad approfondire, nel quadro dell’avanzata ed estensione della guerra e della controrivoluzione imperialista, la rimodellazione economico-sociale e politico-istituzionale che sostanzia il riassetto neocorporativo della società.

Voglio qui ricordare ed onorare la memoria del compagno Mario Galesi la cui militanza è e sarà di esempio per tutti noi e per tutte quelle avanguardie di classe che sapranno far propria la scelta rivoluzionaria sul terreno della lotta armata per il comunismo, per affermare gli interessi generali e storici del proletariato e dare il loro contributo alla costruzione del Partito Comunista Combattente.

– Onore al compagno Mario Galesi e a tutti i militanti antimperialisti caduti.
– Viva la Strategia della Lotta Armata per il Comunismo.
– Viva l’intifada palestinese e la guerra di liberazione nazionale irakena.
– Proletari di tutti i paesi uniamoci.

Il militante rivoluzionario per la costruzione del Partito Comunista Combattente Francesco Donati

Tribunale di Milano, udienza del 26 marzo 2003. Dichiarazione di Francesco Aiosa, Cesare Di Lenardo, Stefano Minguzzi, Ario Pizzarelli in ricordo di Mario Galesi

Abbiamo il dolore e l’orgoglio di rendere onore al nostro compagno Mario Galesi, caduto il 2 marzo 2003 combattendo per il comunismo.

Nella guerriglia si mette a disposizione se stessi, si combatte e si può cadere, come è accaduto nella nostra storia a tanti compagni. Mario Galesi ha fatto questa scelta di militanza con la responsabilità che ne è connessa e con la coerenza di cui è stato capace, cosciente di quanto ciò sia necessario per l’avanzamento del processo di liberazione del proletariato, nella lotta per il potere, la distruzione dello Stato e dell’imperialismo, per l’abolizione di lavoro salariato e capitale, per il superamento rivoluzionario dell’attuale società divisa in classi.

La sua vita e la sua storia dimostrano come, nel processo di costruzione del partito comunista combattente, la militanza rivoluzionaria si misura con una profonda frattura politica soggettiva, necessaria alle avanguardie cresciute nelle lotte del proletariato per trasformare un ruolo politico che si forma e matura nel contesto del movimento di classe in un ruolo indispensabile e più avanzato: un ruolo che determina il proprio rapporto con la classe in quanto combattente contro lo Stato e l’imperialismo. È questo un mutamento complessivo del punto di vista formatosi nella storia di una militanza e nella mobilitazione della lotta armata per il potere come propria finalità soggettiva.

La concezione della costruzione del partito combattente nel vivo dello scontro, come condizione e risultato dello sviluppo del processo rivoluzionario, è infatti una conquista cruciale dell’esperienza delle Brigate Rosse. Nella concezione guerrigliera della lotta armata il definirsi di questo carattere si è precisato con la necessità di unificare sempre il piano politico con quelle militare, e assieme alla linea politico militare di attacco al cuore dello Stato secondo i criteri di centralità, selezione e calibramento sedimentati e verificati in più di trent’anni di attività, dimostratasi nella storia valida, vincente, propositiva. È basandosi su questo impianto, è applicando questa linea politica militare che le Brigate Rosse-partito comunista combattente hanno rilanciato la lotta armata, individuando e colpendo il progetto neocorporativo come aspetto dominante della contraddizione classe/stato.

Il compagno caduto ha messo a disposizione senza limiti le proprie forze nel programma rivoluzionario delle Brigate Rosse. Il suo impegno, lo studio e il lavoro politico-militare, la sua vita sono ricchezze collettive del partito combattente e del proletariato rivoluzionario. Vivono, come la storia di cui è parte, nelle finalità, nella strategia, nella linea, nel programma, nella prassi combattente delle Brigate Rosse, che egli ha contribuito a sviluppare, entro cui operava quando è caduto; e che oggi l’organizzazione porta avanti nella conduzione dello scontro, adesso e domani.

Perché lo scontro continua. E le BR-PCC proseguiranno nella linea di attacco al cuore dello Stato, oggi che, anche confidando nel vantaggio militare momentaneamente conseguito contro la guerriglia, il governo Berlusconi si prepara all’avvio dell’applicazione della riforma Biagi del mercato del lavoro, nel quadro dello scontro di potere fra classe e Stato sulla rimodellazione economico-sociale e istituzionale delle forma di dominio statale, condizione interna imprescindibile per il ridefinirsi del ruolo dell’Italia nelle politiche centrali dell’imperialismo.

È la crisi capitalista che genera la guerra imperialista, necessariamente. Nel rapido precipitare attuale degli assetti internazionali e nella conseguente ridefinizione generale in corso, l’attacco all’Iraq è finalizzato ad abbattere il principale ostacolo all’egemonia dell’entità sionista, bastione dell’imperialismo nell’area, per conseguire il ridisegno geopolitico del medio Oriente anche con l’obiettivo di imporre la soluzione finale di Sharon al problema palestinese nell’illusione di annientare la resistenza, punto di riferimento e di forza per tutte le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate dall’imperialismo; che nel complesso costituiscono il naturale alleato del proletariato metropolitano dei paesi europei.

Lo scontro continua. E le avanguardie rivoluzionarie sapranno fare del contrasto contro le mire israelo-anglo-statunitensi di ridefinizione a proprio vantaggio degli equilibri in Medio oriente un punto di programma su cui aprire la prospettiva storica della costruzione del fronte combattente antimperialista; promovendo i termini politico-militari necessari per affrontate gli impegnativi e decisivi compiti legati alla trasformazione della guerra imperialista in avanzamento della guerra di classe.

Come militanti prigionieri, coscienti dell’importanza dei compiti che ha saputo affrontare, abbracciamo fraternamente, con amore rivoluzionario, il combattente comunista caduto, nella memoria di tutti i compagni caduti nella lotta armata per il comunismo.

Ai tribunali dello stato Imperialista non riconosciamo il diritto di giudicarci: siamo combattenti nemici prigionieri, nel quadro di un conflitto concreto oggi, marzo 2003, più chiaro che mai. Di fronte al nemico, e di fronte alla nostra classe, rivendichiamo la nostra piena responsabilità per la sua storia, per il programma, per la linea-militare, per prassi e condotta combattente della nostra organizzazione; integralmente, dal 1970 ad oggi.

Saprà la nostra organizzazione in attività valutare adeguatamente anche l’esperienza del 2 marzo, e farne tesoro nel proseguimento della lotta: meglio di noi prigionieri, dunque, parlerà la guerriglia, le Brigate Rosse.

– attaccare e disarticolare il progetto antiproletario e controrivoluzionario di rimodellazione economico-sociale neocorporativa e di riforma dello Stato;

– organizzare i termini politico-militari per ricostruire i livelli necessari allo sviluppo della guerra di classe di lunga durata;

– attaccare le politiche centrali dell’imperialismo, dalla linea di coesione europea ai progetti e alle strategie di guerra e controrivoluzionari diretti dagli USA e dalla Nato;

– promuovere la costruzione del fronte combattente antimperialista;

– trasformare la guerra imperialista in avanzamento della guerra di classe.

Onore al compagno Mario Galesi! Onore ai martiri della rivoluzione palestinese!
Onore a tutti i combattenti comunisti e a tutti i combattenti che cadono in tutto il mondo nella guerra contro l’imperialismo, oggi!
Rivoluzione fino alla vittoria!

I militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista combattente
Francesco Aiosa
Cesare Di Lenardo
Stefano Minguzzi
Ario Pizzarelli

Milano, 26 marzo 2003