Archivi categoria: Documenti dalle carceri e dai processi

Sono maturati i tempi. Carcere di Latina – Documento delle prigioniere comuniste per la Guerriglia Metropolitana – Susanna Berardi, Anna Cotone, Natalia Ligas, Rosa Mura, Teresa Romeo, Marina Sarnelli, Caterina Spano, Pia Vianale

Sono maturati i tempi per prendere delle decisioni politiche. La nostra decisione scaturisce dalla consapevolezza che la battaglia per la rivoluzione va continuata. Il tempo trascorso dall’apertura del dibattito contro la “soluzione politica” ha prodotto elementi a sufficienza per introdurre delle svolte.

Noi partiamo sempre dagli antagonismi tra le classi, dallo scontro rivoluzione/controrivoluzione, con la coscienza di chi sa che la lotta che stiamo combattendo guarda al futuro della rivoluzione.

È questa la coscienza che ci fa porre all’attacco, conducendo ad ulteriore maturazione gli esiti di questa battaglia, che dipende sostanzialmente dalla capacità di riconoscere il momento in cui si può e si deve intervenire, nonostante le condizioni difficili.

E già si è visto, nel recente passato, quanto è possibile orientarsi in questa direzione. Lo si è visto nel dibattito contro la “soluzione politica” che, davvero, si è consumato in tutti i sensi.

La nostra decisione è forte dell’averlo consumato produttivamente perché abbiamo lavorato in questo dibattito partendo da terreni solidi già esistenti, che riguardano complessivamente la militanza rivoluzionaria e che non si esauriscono con esso.

Nulla di più, nulla di diverso.

Tutto questo permette non solo di demarcare la linea (di classe) che separa noi dai nemici vecchi e nuovi, ma di farlo affermando la decisività del terreno su cui costruire. L’obiettivo è il consolidamento dell’agire collettivo nel consolidamento più generale: lavorare su quei terreni unitari che permettono una presenza più incisiva nello scontro in atto.

A partire da questo abbiamo deciso di non lasciare spazio ai due soggetti attivamente collocati nel progetto di “soluzione politica”, presenza decisa dal Ministero. La nostra scelta non ha lasciato indifferente nessuno, tant’è che al nostro attacco si è contrapposto non solo la prevedibile difesa delle persone in questione ma, accanto a queste, si sono – a tutti gli effetti – schierate altre, col chiaro obiettivo di impedire che questa presenza venisse messa in discussione.

L’arrivo di Petrella M. e Massara C. dalla pausa del Moro-ter corrisponde ad un nuovo passaggio del progetto di “soluzione politica”: il tentativo è quello di trovare uno sbocco alla loro proposta di “battaglia di libertà” adoperando strumentalmente la ripresa di dibattito nel carcere e nel movimento, a livello nazionale ed europeo. Così, chi lavora alla proposta di amnistia ha trovato possibilità concreta di dare corpo a quella disponibilità, sempre manifestata ed ora operante, a lavorare alle stesse finalità.

Anche a prescindere da questi ultimi, Curcio e Moretti, è dentro quest’onda che stanno provando ad aprire uno spazio per la loro “battaglia di libertà”.

Quest’obiettivo, ora, coincide relativamente con gli obiettivi generali della borghesia imperialista.

Comunque, che la “soluzione politica” sia un obiettivo di tutte le forze istituzionali e non, a livello europeo ed internazionale, è cosa chiara. Nella rifondazione della “democrazia occidentale” vogliono trovare posto tutti, comprese quelle forze sociali che lavorano per un’opzione politica in autonomia ai progetti propriamente imperialisti e in alternativa alla rivoluzione.

Anche quest’opzione può solo passare sul cadavere politico della guerriglia, a cui tutte queste forze, ciascuna con il suo apporto e dal suo punto di vista, da molto tempo stanno cercando di preparare il funerale.

Ma la realtà dice altro.

C’è un mutamento degli equilibri strategici. Decisive sono le spinte che provengono dal grande sommovimento di soggettività che si sta sviluppando a livello internazionale:

– la Palestina occupata in fiamme per la continuità della lotta in una strategia di lunga durata, sta ponendo a tutti la questione concreta dell’internazionalismo;

– lo sviluppo di dibattito, confronto e pratica tra soggettività diverse attorno al vertice del FMI di settembre ’88 è il banco di prova su cui si sta misurando l’espressione concreta di un grande potenziale di lotta proletaria e rivoluzionaria che ha già fatto sentire la sua voce anche nel Centro e Sud America.

Tutto questo costituisce terreno concreto su cui può trovare un suo nuovo sviluppo la proposta del fronte rivoluzionario, che si è costituita a partire dalle condizioni imposte dallo scontro tra imperialismo e rivoluzione. E parliamo di noi, prigionieri rivoluzionari. Partiamo dunque dallo scontro di classe; partiamo da quest’altezza dello scontro tra imperialismo e rivoluzione. E partiamo anche dalla nostra militanza per riuscire ad essere identità e collettività dentro gli orientamenti generali.

Perché crediamo che, nella chiarezza delle nostre convinzioni politiche, nella forza che ci dà la coscienza che ci stiamo formando in questi anni di battaglia da trincea, possiamo fare un passo autenticamente collettivo che è più valido di ogni discorso “sulla politica”.

Se abbiamo capito che nella “soluzione politica” la posta in gioco è il futuro della guerriglia, allora non dobbiamo far passare il progetto nemmeno nella sua forma di “riconversione della lotta armata in lotta politica”. Lo stato vuole andare fino in fondo anche nei nostri confronti: far arretrare complessivamente il dibattito rivoluzionario. Per noi lottare significa impedire questo. Un obiettivo non solo nostro, ma di tutti quelli che, ponendoselo, stanno aprendo ed approfondendo, da diversi punti di vista, la lotta rivoluzionaria.

La lotta è questione di coscienza della battaglia che stiamo combattendo ed è innanzitutto lotta per la nostra identità. È lotta contro la divisione della nostra coscienza collettiva provocata dalla “politica delle opportunità”.

Tra la logica del “divide et impera” della politica di stato e la coesione dell’identità rivoluzionaria noi scegliamo senza timore quest’ultima, nelle condizioni imposte qui, oggi.

 

Latina, luglio 1988

 

Prigioniere comuniste per la Guerriglia Metropolitana – Susanna Berardi, Anna Cotone, Natalia Ligas, Rosa Mura, Teresa Romeo, Marina Sarnelli, Caterina Spano, Pia Vianale

Contro l’isolamento di Abdullah El Mansouri. Carcere di Cuneo, documento del Collettivo prigionieri antimperialisti “La linea di demarcazione”

È dal giorno della sua cattura che il compagno Abdullah Al Mansouri, militante rivoluzionario arabo, antimperialista e antisionista, viene detenuto in una condizione di massimo isolamento.

È dal 6 agosto 1984 che Al Mansouri – a parte qualche breve periodo in cui è stato tenuto assieme ad altri pochi prigionieri italiani – viene sottoposto ad un trattamento troppo particolare dal ministero di Grazia e Giustizia.

È da troppo tempo! È da troppo tempo che il governo imperialista italiano cerca di annientare Al Mansouri!

Dopo essere stato tenuto in condizioni al limite della sopravvivenza nel carcere di Trieste, viste le sue gravi condizioni di salute, viene trasferito prima a Torino, poi a Belluno, a Livorno ed infine a Novara (dopo una breve permanenza a Roma per il processo che l’ha visto imputato assieme a Josephine Abdo). Nel carcere di Novara viene tuttora tenuto in uno stato di massimo controllo ed isolamento, impedendogli ogni contatto con gli altri compagni prigionieri. Le particolari caratteristiche della detenzione di Al Mansouri in Italia non dipendono da motivi giudiziari o strettamente “carcerari”, ma rispondono a direttive di cui è responsabile l’esecutivo, per il tramite dei servizi segreti che su questo compagno hanno appuntato la loro particolare attenzione.

Questa situazione deve finire! L’iniziativa che abbiamo contribuito a promuovere nel carcere speciale di Cuneo sottolinea la gravità di questo problema specifico, ma vuole anche focalizzare l’attenzione sulla realtà complessiva che lo ha prodotto.

Più in generale, il trattamento riservato ai combattenti prigionieri arabo-palestinesi, che si inserisce in quello che l’imperialismo infligge a livello internazionale ai prigionieri rivoluzionari e antimperialisti, viene applicato dallo stato italiano attraverso la dispersione di questi militanti in braccetti periferici (Trani, Spoleto, Voghera) o in sezioni di isolamento come per Al Mansouri, dove al massimo isolamento fisico e politico viene aggiunta una serie di misure volte all’annientamento culturale della propria identità rivoluzionaria e di popolo, oltre all’annientamento psico-fisico.

Questa situazione è perfettamente in linea con il ruolo imperialista che l’Italia svolge nell’area mediterranea, un ruolo che storicamente l’ha sempre vista schierata dalla parte della barbarie, con il colonialismo prima e con l’imperialismo e il sionismo poi. Ripercorrendo brevemente la storia dal dopoguerra ad oggi, vediamo l’Italia dare il suo pieno sostegno politico e materiale alla nascita dell’entità sionista in Palestina, fornire consenso e appoggio logistico all’imperialismo anglo-francese nell’aggressione contro l’Egitto nel ’56 e l’appoggio alla guerra scatenata dal sionismo nel ’67. E’ ben nota l’impunità garantita ai killer del Mossad che scorazzano in Italia a caccia di dirigenti della rivoluzione palestinese. Sono poi di epoca recente l’attiva adesione agli infami accordi di Camp David, le operazioni di sminamento nel mar Rosso, l’invasione di Beirouth a fianco delle altre potenze imperialiste, la provocatoria spedizione, tuttora in corso, nel Golfo Persico. e – ultimo episodio di un’infinita serie – la disponibilità dello spazio aereo italiano concessa ai sionisti nel compiere l’ennesimo assassinio di un dirigente palestinese come Abu Jihad.

Coerentemente con questo marcato ruolo aggressivo – adeguato alla nuova posizione assunta nella NATO (vedi l’accettazione degli F16) e l’integrazione nel complesso del sistema imperialista – vanno visti anche i vecchi e recenti tentativi di condurre una politica di mediazione/pacificazione delle principali contraddizioni presenti nell’area, in primo luogo quella palestinese. La politica estera italiana è da sempre rivolta a depotenziare le spinte antimperialiste e antisioniste della Rivoluzione palestinese, cooptando alle ragioni strategiche di stabilità dell’imperialismo quei settori e quelle forze che, per interessi specifici e matrice di classe, sono più inclini a tradire e snaturare le aspirazioni rivoluzionarie delle masse in lotta. Vanno interpretati in questo senso i ponti che – se pur contraddittoriamente – vengono lanciati verso l’OLP, la cui dirigenza soluzionista e capitolazionista diventa un interlocutore privilegiato, appetibile e “recettivo”… al punto che più di una volta – anche di recente – abbiamo sentito dichiarazioni che dipingono l’Italia come “primo paese arabo”, perpetuando così una mistificazione che dai tempi di Moro in poi maschera la vera natura dei rapporti italiani con il Medio Oriente e il mondo arabo in generale. Sia chiaro che le forze presenti all’interno dell’OLP disponibili a fornire attestati di amicizia a uno stato occidentale che (in piena rivolta delle masse palestinesi!) manda a Gerusalemme il suo capo di stato e il suo ministro degli esteri, sono parte di quello schieramento soluzionista e conciliatore che nulla ha a che vedere con lo sviluppo della lotta in senso conseguentemente rivoluzionario e antimperialista. Allo stesso modo tutte le forze politiche che in Europa e in Italia pur professandosi, da “sinistra” filo-palestinesi, in realtà legittimano e riconoscono l’entità sionista e si candidano alla gestione di strategie di pacificazione, si schierano di fatto a fianco dell’imperialismo e del sionismo.

È solo nella chiarezza della natura dei reali nemici interni ed esterni del popolo palestinese e del movimento di liberazione arabo che è possibile sostenere fino in fondo la guerra rivoluzionaria antimperialista e antisionista. I polveroni solidaristici e “democratici”, il generico e demagogico umanitarismo altro non fanno che annacquare il punto di vista rivoluzionario, disarmando l’internazionalismo e trasformandolo in opportunismo.

Queste posizioni ambigue sono del tutto compatibili con quella opposizione convenzionale che accredita l’esistenza di una “dialettica democratica” a garanzia del massimo consenso attorno alla politica di pacificazione imperialista, “autonomamente” promossa dallo stato italiano.

È solo all’interno delle forze che combattono radicalmente l’imperialismo e il sionismo e le loro politiche pacificatorie e mortifere, è nell’alleanza antimperialista con queste forze – anche se alcune di esse possono essere caratterizzate da criteri e finalità diverse da quelli dell’instaurazione della dittatura del proletariato – che è possibile destabilizzare l’imperialismo nell’area, nella prospettiva di aprire gli spazi e costruire le condizioni per una reale avanzata dei processi rivoluzionari, della liberazione dei popoli oppressi, del rafforzamento in senso socialista dei paesi progressisti della periferia.

Come combattenti comunisti che sostengono la guerriglia e la costruzione del fronte antimperialista combattente, non solo ci sentiamo a fianco dei prigionieri arabo-palestinesi verso i quali va il nostro pieno sostegno internazionalista, ma ci impegniamo a fondo nella ricerca di un rapporto attivo e reciprocamente costruttivo con questi militanti, nella prospettiva di continuare a combattere il nemico comune: l’imperialismo e il sionismo!

 

Sostenere la guerra rivoluzionaria del popolo palestinese e libanese contro l’oppressione imperialista e sionista!

Costruire alleanze antimperialiste per rafforzare e consolidare il fronte antimperialista combattente nell’area!

 

Collettivo prigionieri antimperialisti

“La linea di demarcazione“

 

Cuneo, 16 giugno 1988

A proposito della rifunzionalizzazione dello Stato. Carcere di Rebibbia – Documento di alcuni militanti prigionieri delle BR/PCC

I recenti e grandi mutamenti determinatisi nel capitalismo a livello nazionale e internazionale costituiscono il motivo di fondo per cui – dal punto di vista della borghesia italiana – è necessario superare i limiti di un sistema politico divenuto farraginoso, modificare le «regole del gioco» finora operanti, rifunzionalizzare i poteri e gli apparati dello stato.

In questo senso il progetto demitiano di riforme istituzionali rappresenta il progetto politico più importante e più organico rispetto alle esigenze capitalistiche nella concreta situazione italiana in questa congiuntura.

La Confindustria è favorevole a tale progetto e alle sue implicazioni; ritiene opportuno che la crisi del sistema politico-istituzionale venga affrontata attraverso l’allargamento della democrazia apparente e del neocorporativismo in parallelo ad una maggiore centralizzazione del potere politico nelle mani dell’esecutivo; dulcis in fundo accetta le sue implicazioni, quindi la prospettiva di costruire le condizioni per la possibile alternanza di governo fra diversi schieramenti politici.

In questa legislatura, che dovrebbe terminare nel 1992, è pressoché impossibile si realizzi l’“alternanza”. Emerge però una situazione politica in cui la grande borghesia si sente legittimata a chiedere esplicitamente alla sinistra istituzionale di abbandonare quelle che Gianni Agnelli definisce «suggestioni ideologiche dell’economia di stato».

Non a caso viene stimolato il processo di socialdemocratizzazione del PCI e, più in generale, l’approfondimento della cultura della lealizzazione.

Matura così, anche grazie all’attività quotidiana dei mass-media, un clima politico suscettibile di essere utilizzato per limitare il diritto di autorganizzazione dei lavoratori e dei movimenti di massa, come dimostra inequivocabilmente l’attacco al diritto di sciopero.

Modificando le “regole del gioco” la partecipazione dei lavoratori e delle masse alle decisioni sui temi della vita collettiva e quotidiana dovrebbe essere ancora più formale, apparente, priva di incisività nella sostanza. Il bisogno di democrazia diretta e sostanziale che viene espresso dai movimenti di lotta dovrebbe perciò essere adeguatamente addomesticato, “civilizzato”, ricondotto nell’ambito della democrazia apparente e represso quando risulta irriducibile.

In questo modo si vuole giungere ad un meccanismo politico-istituzionale caratterizzato da una combinazione fra decisionismo e neocorporativismo, in particolare fra un aumentato potere governativo ed un più stabile rapporto del governo con i vertici sindacali ed il padronato.

Numerosi sono gli elementi specifici che dovrebbero costituire il mosaico delle trasformazioni istituzionali; alcuni elementi potrebbero essere modificati ma sostanzialmente le riforme istituzionali sono nel loro complesso utili e necessarie al blocco sociale dominante, egemonizzato dalla grande borghesia.

Le trasformazioni nei metodi di produzione, lo sviluppo dell’internazionalizzazione capitalistica, la crescita del capitale oligopolistico-finanziario multinazionale e l’integrazione nell’area CEE che dovrebbe essere realizzata per il 1992, accentuano la competizione capitalistica internazionale e condizionano in gran parte le modificazioni della forma-stato. La rifunzionalizzazione del sistema politico e dello stato diventa perciò una necessità impellente per dare un supporto idoneo al capitalismo italiano ed in particolare alle sue imprese e banche che operano a livello multinazionale.

È un fatto incontestabile che in questa fase la maggiore velocità delle dinamiche capitalistiche, la maggiore interdipendenza fra i paesi della catena capitalistica internazionale e la necessità del blocco occidentale di avere un orientamento il più possibile comune nei confronti dei paesi dell’Est e del Terzo Mondo, rendano estremamente importante la rifunzionalizzazione dei singoli stati dei paesi a capitalismo avanzato.

Questi stati debbono prendere decisioni sui più diversi problemi, di ordine interno ed internazionale, nel più breve tempo possibile ed in maniera compatibile rispetto alle priorità del capitale oligopolistico-finanziario multinazionale ed alle decisioni di fondo degli organismi politico-economici e politico-militari sovranazionali di cui fanno parte (NATO, FMI, Banca Mondiale, CEE, Gruppo dei 7, ecc.).

In ogni singolo stato dei paesi capitalisticamente avanzati si viene a sviluppare la tendenza all’aumento della centralizzazione del potere politico nelle mani dell’esecutivo. Al tempo stesso, poiché lo “stato-nazione” perde gran parte del controllo di quelle sfere (economiche, politiche e militari) su cui era basata la sua sovranità, risulta che ogni esecutivo punta a rafforzare il proprio ruolo negli organismi sovranazionali.

In questa situazione, l’imperialismo delle multinazionali e delle grandi banche private, l’importanza assunta dagli organismi sovranazionali e la crescita del potere esecutivo-governativo nei singoli paesi dimostrano che, nel quadro delle compatibilità economiche, politiche e militari del blocco occidentale, non c’è alcuna possibilità di democratizzazione sostanziale nei processi decisionali interni e sovranazionali.

Questa realtà, estremamente articolata e complessa, può essere rovesciata soltanto attraverso un’adeguata rivoluzione sociale e politica.

In Italia, ma il discorso può essere allargato all’Europa occidentale, una prospettiva rivoluzionaria, per essere credibile, non può prescindere dalla strategia della lotta armata di lunga durata, cioè da una lotta prolungata contraddistinta dalla lotta armata nella forma storicamente determinata della guerriglia metropolitana, dallo sviluppo di un fronte antimperialista combattente nell’area euro-occidentale ed in quella mediterraneo-mediorientale e da un lungo percorso di indebolimento internazionale dell’imperialismo e di logoramento degli apparati burocratici e militari sovranazionali, egemonizzati dai paesi a capitalismo avanzato.

Il percorso rivoluzionario si fa strada sull’asse strategico dell’attacco al “cuore dello stato”, cioè grazie alla lotta contro i progetti politici sostenuti dalla grande borghesia e dominanti nelle diverse congiunture; si radica in rapporto allo sviluppo dell’autonomia proletaria e dei movimenti di lotta; si rafforza con la crescita della lotta contro le politiche dei suddetti organismi sovranazionali.

In questa direzione, rapportandosi concretamente allo scontro di classe, si ridefinisce e rinnova la progettualità delle BR.

Chi, invece, dopo aver fatto parte del movimento rivoluzionario, si è aggrappato come un corvo al trespolo teorico secondo cui non esisterebbero più le ragioni sociali e politiche per condurre la lotta armata, ha inevitabilmente abbandonato il materialismo storico-dialettico ed abbracciato una concezione idealista dei processi storici.

In verità certi discorsi opportunisti ed idealisti sono emersi non solo per responsabilità politica di coloro che li hanno portati avanti, ma anche per una serie di errori commessi dal movimento rivoluzionario.

Con la sconfitta politica subita nei primi anni ’80 sono usciti allo scoperto i limiti di un movimento rivoluzionario che non ha saputo ridefinire il proprio ruolo in maniera idonea a condurre la lotta rivoluzionaria in una società a capitalismo avanzato attraversata da continue e rapide trasformazioni. La stessa “ritirata strategica” da noi decisa nel 1982, la quale rimetteva in discussione una progettualità rivoluzionaria rivelatasi alla prova dei fatti inadeguata, ha sicuramente creato un argine contro le teorie propagandate nel 1982-83 dagli allora “ultrarivoluzionari” Curcio e Franceschini, contro le teorie idiotesche secondo cui sarebbe stata già operante una “inimicizia assoluta tra proletariato e borghesia” e già praticabile la “guerra sociale totale”. Nel concreto, però, il percorso di ridefinizione del ruolo dei rivoluzionari si è sviluppato in modo contraddittorio e la “ritirata strategica” spesso è stata intesa come arroccamento su posizioni politiche, culturali e militari arretrate, portando il movimento rivoluzionario ad assumere una logica difensivistica che, essendo in aperto contrasto rispetto al carattere fondamentale della guerriglia metropolitana, non ha permesso di tracciare dei reali passaggi per la ripresa e lo sviluppo della lotta rivoluzionaria.

Soltanto la riaffermazione della valenza strategica della lotta armata, suffragata dall’attività di questi ultimi anni, ha permesso alle BR di avviare un processo si critica-autocritica-trasformazione, una dinamica di riadeguamento generale per superare l’arretratezza politica, culturale e militare che ha messo in crisi il movimento rivoluzionario e che in buona misura lo colpisce ancora oggi.

Per iniziare concretamente questo percorso le BR hanno dovuto ridare centralità alla concezione materialistica e dialettica del rapporto prassi-teoria-prassi ed hanno dovuto comprendere che ogni processo rivoluzionario si sviluppa in maniera non lineare, con l’alternarsi di avanzamenti e di ritirate riferite al concreto procedere della lotta di classe.

L’essere rivoluzionari si misura all’interno della lotta di classe, incidendo dentro i rapporti di forza per aprire spazi di agibilità politica e sociale all’autonomia proletaria, di un’autonomia proletaria che anche oggi, nonostante la forte controffensiva borghese dell’ultimo decennio, continua ad esprimersi in mille modi.

La nostra esperienza e l’intera storia del movimento rivoluzionario internazionale dimostrano che l’attività dei rivoluzionari gioca un ruolo fondamentale anche quando le forme che assumono i vari movimenti di lotta sembrano o sono meno avanzati di quelli precedenti.

Il livello di autonomia proletaria e di autorganizzazione dei movimenti di lotta oggi esistenti in Italia è il “grado” possibile di antagonismo di fronte ad una controffensiva borghese che attualmente caratterizza le condizioni dei rapporti di forza tra le classi.

Agire da un punto di vista rivoluzionario, prendendo in considerazione queste condizioni ed incidendo sui rapporti di forza, significa assumere gli interessi generali del proletariato e delineare i passaggi perseguibili affinché tale autonomia riesca ad ampliare i propri spazi sociali e politici e venga rilanciata la lotta rivoluzionaria. Essere rivoluzionari significa perciò dotarsi di strumenti politico-organizzativi in grado di attrezzare il campo proletario alla lotta prolungata contro la borghesia e lo stato.

Ed è proprio in questo senso che si sta svolgendo l’attività della nostra Organizzazione, delle Brigate Rosse.

 

Alcuni militanti prigionieri delle BR/PCC

 

Rebibbia, giugno 1988

Contro il nemico sionista. Carcere di Rebibbia, documento di Ahmad Sereya e Birawi Tamer

Senza dubbio il sionismo è un movimento coloniale ed espansionista ed è un regime razzista (risoluzione ONU) che ha in «Israele» l’espressione più chiara ed esplicita.

Non è possibile definire scientificamente «Israele» come uno stato o una società, è soltanto una stazione di raccolta di diversi gruppi etnici, di coloni ed avventurieri. Ecco perché non esiste e non esisterà mai una omogeneità culturale, ideologica e sociale. Questa entità soffre di varie contraddizioni interne, di razzismo fra i diversi gruppi di Ebrei provenienti da tutto il mondo. Come è possibile allora chiamare questa miscela una società? Le contraddizioni si estendono perfino in campo religioso – basta pensare ai «Falashà» che sono emarginati e disconosciuti dai circoli religiosi ortodossi, cosa che provocò molti casi di suicidio fra gli Ebrei etiopici, come espressione di disperazione e come via d’uscita dalla condizione punitiva in cui si sono trovati dopo essere stati sradicati dalla loro patria per contribuire alla politica colonialista dell’entità sionista in Palestina. I sionisti sono riusciti per molto tempo ad ingannare l’opinione pubblica internazionale ed hanno potuto nascondere per diverso tempo i loro piani e la loro politica razzista.

L’ideologia sionista è totalmente falsa perché è basata sulla pretesa che gli Ebrei sparsi per il mondo formino uno stato, mentre la religione, qualsiasi religione, non forma una nazione.

L’entità sionista è di tipo confessionale, basata sulla bibbia attuale, che non ha niente a che fare con la bibbia di Mosè e gli Ebrei attuali non sono, per nessuna ragione, i discendenti di Abramo e di Giacobbe e nemmeno di Mosè. Tutti questi elementi hanno spinto il sionismo a mettere in campo tutta la sua forza ed energia, aiutato dalle sue alleanze con le potenze coloniali prima e con quelle imperialiste ora, per mettere in piedi quell’entità falsa che è «Israele».

La creazione d’Israele è stata voluta dalle potenze coloniali ed imperialiste, per svolgere la funzione di cane da guardia nell’area mediorientale e funzionare come lunga manus per proteggere gli interessi occidentali in questa zona. È una spina nel cuore del mondo arabo ed è un cancro nel corpo della Nazione araba, che mira a tenerla divisa e debole.

Per sopravvivere, l’entità sionista ha messo in atto lo scenario seguente: fare apparire l’entità sionista come uno «stato» democratico, dove convivono diverse linee politiche e perciò hanno creato diversi partiti e filoni ideologici che si battono tutti quanti per proteggere il sionismo e la sua creatura mostruosa: «Israele».

Si parla tanto del cosiddetto Partito Comunista Israeliano «Rakah», che è una rete di spionaggio al servizio del Mossad e che lavora per assorbire la rabbia e la ribellione della classe operaia palestinese. L’esistenza del «Rakah» serve anche per mascherare l’odio e l’inimicizia del movimento sionista verso il comunismo. Dopo tutto, il sionismo è abile ad assegnare i ruolo previsti ad ogni partito o filone politico. Al riguardo gli esempi sono tanti; ne citiamo alcuni:

  1. A) Il cosiddetto partito laburista,che viene presentato come un partito disponibile e morbido che accetta l’idea di una soluzione pacifica del conflitto mentre ci si scorda che questo partito è il primo responsabile di tutte le politiche sioniste dal 1948 al 1977.
  2. B) La cosiddetta linea dura, che nega l’esistenza del popolo palestinese e rifiuta nettamente qualsiasi trattativa con l’OLP.
  3. C) La linea oltranzista, che è la faccia mascherata del sionismo e che predica la «soluzione finale» con la liquidazione fisica del popolo palestinese ed è rappresentata dal rabbino Meir Kahane.

Il nemico sionista ha sempre adottato la logica dell’offensiva basandosi sullo slogan: «l’offensiva è la miglior difesa» e ciò indica la paura dei sionisti che l’iniziativa passi agli arabi per capovolgere la formula e sconfiggere il sionismo. Perciò l’aggressività e l’espansionismo sono caratteri originari e permanenti dell’entità sionista. A questo proposito i sionisti, aiutati dal loro alleato organico, l’imperialismo internazionale e quello americano in modo speciale, hanno lavorato per la supremazia militare e tecnologica di «Israele» ed hanno messo in atto una politica di liquidazione e sterminio nei confronti dell’avanguardia della Rivoluzione e del Movimento di liberazione arabo: il popolo palestinese. Così gli atti di aggressione hanno toccato i popoli arabi come quello palestinese, quello libanese con le invasioni del Sud del Libano del 1978 e quella più estesa del 1982, con il bombardamento del reattore nucleare iracheno nel 1982 (l’entità sionista ha da 100 a 200 bombe atomiche e non ha firmato l’accordo di non proliferazione nucleare) e con l’aggressione del 1985 contro la sede OLP a Tunisi e con l’uccisione, che non sarà l’ultima, di Abu Jihad.

Tutto ciò indica senza equivoci la vera natura del sionismo. L’aiuto americano e degli stati europei occidentali all’entità sionista è storico ed essenziale. E questo aiuto si estende a tutti i campi, da quello militare-economico fino a quelli informativo e di sostegno morale. L’Italia, come paese membro della NATO e alleato dell’imperialismo, ha dato e continua a dare un suo contributo al sionismo. Contributo che cominciò negli anni ’40 mettendo a disposizione dei sionisti mezzi e porti italiani per facilitare l’emigrazione di migliaia di Ebrei provenienti da tutta Europa verso la Palestina. Con la fondazione dell’entità sionista le relazioni italo-sioniste si sono rafforzate ed ufficializzate con il riconoscimento italiano dell’entità sionista, mentre a tutt’oggi l’Italia non riconosce l’OLP.

Con la complicità italiana, i servizi segreti sionisti hanno liquidato molti quadri politici e personalità palestinesi che vivevano in Italia e la polizia e la magistratura italiane non si sono mai impegnate a fondo per arrestare e condannare i killer sionisti; anzi, le autorità italiane rifiutarono di collaborare con i Palestinesi nel corso delle indagini sull’uccisione di Palestinesi: il caso più scandaloso fu l’indagine per l’uccisione di Mayed Abu Sharar, membro del Comitato Centrale di Al Fatàh e responsabile del dipartimento stampa, avvenuta a Roma nel 1981. Nel 1973 fu ucciso a Roma lo scrittore palestine Wail Zwaiter. Nel 1982, sempre a Roma, furono uccisi due esponenti dell’OLP Nel 1985 agenti del Mossad spararono 70 colpi ed uccisero molti cittadini stranieri nel corso della sparatoria avvenuta all’aeroporto di Fiumicino. Mentre il palestinese che faceva parte del commando fu arrestato, processato e condannato a 30 anni, gli agenti sionisti non si sono presentati al processo a l’ambasciata sionista negò perfino l’esistenza di questi agenti. Non ultimo, il caso del tecnico nucleare sionista Vanunu, che fu rapito a Roma da agenti del Mossad e portato in «Israele» per subire un processo, perché aveva rivelato i segreti nucleari sionisti. Questi sono solo alcuni esempi della complicità italiana con i sionisti, per non parlare del ruolo dell’Italia nella NATO, dei missili puntati sul Nord-Africa ed il Medio Oriente e della partecipazione italiana alla forza ONU nel Sinai e nel Sud del Libano, che ha il compito di proteggere l’entità sionista. Lo stato imperialista italiano è consapevole della sua complicità e per questo lavora per mascherare il suo ruolo e fa dichiarazioni che non valgono nemmeno l’inchiostro con le quali sono scritte.

Durante la rivolta, il Presidente della Repubblica Cossiga, accompagnato dal ministro degli Esteri, è andato a legittimare l’operato dei sionisti contro i palestinesi nella Palestina occupata, lanciando parole che non possono né potranno coprire l’appoggio e la complicità italiane alla politica repressiva dei sionisti. A cosa serve condannare a parole l’uccisione di Abu Jihad, quando ai sionisti è stato concesso di utilizzare lo spazio aereo italiano proprio per compiere quella missione? A cosa servono le condanne italiane (se ci sono state) quando l’Italia rifiuta di riconoscere l’OLP, l’unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese? In questo quadro vanno capite ed analizzate le ultime mosse artificiose del governo De Mita, che vuol sollevare una cortina di fumo per coprire la complicità italiana nel dramma palestinese ed assorbire la rabbia e lo sdegno del popolo palestinese e della nazione Araba contro l’Italia.

Per quanto riguarda i regimi arabi, essi sono in maggioranza dei regimi fantoccio al servizio dell’imperialismo, la loro esistenza e sopravvivenza si basa essenzialmente sull’aiuto americano e sionista. L’esistenza di questi regimi dittatoriali è legata all’esistenza dell’entità sionista, perciò la battaglia per la liberazione della Palestina passa attraverso la liberazione della nazione Araba e la Rivoluzione palestinese è l’avanguardia del Movimento di liberazione pan-arabo, come la Palestina è parte integrante del mondo arabo. Questi regimi sono falliti , a livello interno, nel processo di sviluppo, come hanno fallito e falliranno nel processo esterno: difendere la loro falsa indipendenza e liberare la Palestina.

In fondo, sono pochi i regimi progressisti arabi che vogliono lavorare e lavorano per liberare la Palestina, affrontando tutte le conseguenze di tale scelta: scontrarsi con l’imperialismo e il sionismo.

I regimi arabi si possono dividere in tre categorie, rispetto al loro atteggiamento verso la causa palestinese:

1) I regimi sconfitti e traditori, filo-americani e filo-sionisti, che hanno scelto apertamente l’alleanza con il sionismo, come l’Egitto, il Marocco e la Giordania.

2) I regimi che non hanno il peso politico-militare per giocare un ruolo attivo nella zona, perciò fanno da spettatori.

3) I regimi che lavorano per il cosiddetto bilancio strategico (1) con i sionisti come la Siria, la Libia, l’Algeria.

In generale, la maggioranza dei regimi arabi non vuole affrontare i sionisti e cerca di seppellire la causa palestinese, una posizione che ha avuto una chiara conferma nell’ultimo vertice dei regimi arabi di Amman, quando la causa palestinese viene messa in secondo piano e viene posta al primo posto la minaccia del presunto pericolo rappresentato dalla Rivoluzione iraniana, in concordanza con gli americani e gli europei.

Il movimento delle masse armate palestinesi e libanesi, appoggiato dal movimento progressista arabo, ha dato prova delle capacità delle masse di affrontare e sconfiggere sia i sionisti che gli imperialisti europei e americani. E le battaglie in Libano lo dimostrano ogni giorno, dove l’aggressione sionista paga un contributo di sangue di continuo; come lo dimostra il fallimento di tutti i piani politico-militari del sionismo, e non ultima la campagna battezzata «Pace in Galilea» del 1982, che ha provocato disastri economici, militari e morali all’entità sionista.

Per la Palestina occupata, la rivolta in corso da 5 mesi non è altro che la dimostrazione netta del rifiuto dell’occupazione e della decisione delle masse palestinesi a passare all’azione per ottenere la libertà. La rivolta è un ciclo, una fase inevitabile e normale nella lunga guerra contro il sionismo. Uno degli aspetti più importanti di questa rivolta, è che le masse arabe palestinesi sono passate all’iniziativa ed hanno messo in ginocchio l’apparato militare e amministrativo dell’occupante, una prova che le masse sono più forti di qualsiasi esercito, una prova che quando l’iniziativa passa in campo arabo, ai sionisti non rimane che commettere crimini simili a quelli dei nazi-fascisti. La rivolta attuale passerà come un evento storico, nel processo di liberazione della Palestina.

Per quanto siamo convinti della vittoria finale del popolo palestinese, ci poniano alcune domande legittime:

1) Non è andata in frantumi la logica del bilancio strategico per affrontare i sionisti?

2) Perché e quando le masse arabe faranno sentire la loro voce e inizieranno la loro lotta contro l’imperialismo?

3) Ci sarà un fronte arabo unito in funzione anti-sionista e quale sarà il ruolo dell’organizzazione militare palestinese? Con questo fronte si potrà attuare un boicottaggio economico arabo antimperialista e quando?

4) Che fine faranno i conti correnti arabi nelle banche americane ed europee?

Pur ponendoci queste domande, continuiamo a mantenere la nostra inalterabile alleanza con le masse arabe e la fiducia che queste vinceranno la loro battaglia e romperanno le loro catene!

 

GLORIA AI MARTIRI

GLORIA ALLA RIVOLUZIONE PALESTINESE

RIVOLUZIONE FINO ALLA VITTORIA

Ahmad Sereya, Birawi Tamer

Carcere di Rebibbia, giugno 1988

NOTE:

1) Il termine «bilancio strategico» va inteso nel senso di una ricerca di bilanciamento o equilibrio delle forze su un piano generale: economico, politico e militare. Questo equilibrio in una logica da stato, viene visto come unica possibilità per competere con il sionismo e sul lungo periodo sconfiggerlo.

Il processo per insurrezione armata contro i poteri dello Stato come dichiarazione di morte presunta della guerriglia in Italia. Corte d’Assise di Roma, Comunicato dei militanti delle BR-PCC Sandro Padula e Francesco Sincich consegnato durante il processo

Ancora una volta lo Stato vuole processare la lotta armata e imbastisce, a tale scopo, un processo che è naturalmente reso possibile dai rapporti di forza a favore della borghesia. Lo fa con imputazioni che, nella loro forma giuridica borghese, esprimono l’esistenza di uno scontro rivoluzionario in atto in questo paese ed in quanto tali non le respingiamo. Sono semplicemente ininfluenti su questo scontro e indicano l’incomprensione, da parte della borghesia, del carattere storico, oggettivo ed inarrestabile del processo rivoluzionario.

Ancora una volta i militanti delle BR si trovano in un’aula giudiziaria per riaffermare semplicemente la realtà dei fatti e la continuazione di un processo rivoluzionario iniziato, in questo paese, nel 1970 con la nascita dell’organizzazione BR e snodatosi per 19 anni attraverso un percorso politico strettamente connesso allo sviluppo del movimento di classe in Italia e della contraddizione fra imperialismo e rivoluzione nel mondo. Un percorso certo non lineare perché non è stato e non può essere lineare lo sviluppo della guerra di classe e perché la nostra organizzazione ha saputo adeguarsi a tutte le situazioni, anche le più difficili, che si sono presentate in questi anni, ponendosi sempre al punto più alto dello scontro.

Anche oggi, con l’individuazione e l’attacco al progetto demitiano di riforme istituzionali, un progetto indispensabile per l’adeguamento dello Stato ai nuovi assetti interni ed internazionali determinatisi nell’ultimo decennio, e con l’unità d’azione con la RAF all’interno del Fronte combattente antimperialista, le BR per la costruzione del PCC si pongono al livello politico e militare che lo sviluppo dello scontro rivoluzionario richiede, in continuità con i presupposti strategici su cui si fondano fin dalla loro costituzione. Si tratta di presupposti strategici che hanno portato all’affermazione della guerriglia in questo paese, a renderla non solo forza politica rivoluzionaria ma anche processo rivoluzionario in atto, concretizzazione della guerra di classe di lunga durata in uno dei paesi del centro imperialista. Un centro imperialista in cui la guerriglia continua a vivere non solo come punto di riferimento obbligato per qualsiasi progetto rivoluzionario, ma anche come guerra di classe in atto qua, come nella RFT ed in altri paesi.

Oggi i militanti prigionieri della RAF e della resistenza stanno lottando per il raggruppamento e la difesa dell’identità rivoluzionaria che lo Stato tedesco-occidentale ha cercato di annientare con anni di isolamento, deprivazione sensoriale, torture ed assassinii. Per noi, qui, sostenere la loro lotta significa innanzitutto riaffermare con forza l’importanza fondamentale dell’unità d’azione RAF-BR all’interno del Fronte combattente antimperialista. Significa quindi sostenere la pratica politico-militare del Fronte ed i suoi contenuti programmatici destinati a dare nuovo impulso alla lotta rivoluzionaria nell’area (Europa occidentale – Mediterraneo – Medio Oriente). La guerriglia da questo altissimo livello raggiunto non tornerà indietro e la continuità dell’esperienza delle BR, come quella della RAF, sta a dimostrarlo.

Con buona pace di chi vorrebbe affidare al “processo di insurrezione” la dichiarazione di morte presunta della guerriglia in Italia, le BR/PCC sono fuori da quest’aula, nello scontro sociale in atto, nella lotta incessante tra rivoluzione ed imperialismo, e continuano a portare avanti il processo rivoluzionario iniziato 19 anni fa. Come militanti prigionieri di questa organizzazione ci limitiamo ad indicare la realtà dei fatti, che non può trovare posto in quest’aula di tribunale, dove si celebra l’ennesima e spettacolare farsa.

Poco importa che un certo numero di ex-militanti delle BR si adatti al terreno proposto dallo Stato e si affanni con diverse sfumature a dare per morta, moribonda, inattuale, sbagliata, “oltrepassata” la lotta armata in questo paese: non sono le parole che contano nei processi storici, ma i fatti. Ed i fatti stanno a dimostrare che non esiste “soluzione politica” allo scontro di classe, non esiste soluzione pacifica alla contraddizione tra rivoluzione ed imperialismo. In entrambi vive un rapporto di guerra che separa e contrappone la rivoluzione alla barbarie imperialista: la rivoluzione socialista per lo sviluppo dell’uomo e delle sue possibilità materiali ed intellettuali in contrapposizione al militarismo imperialista, al razzismo, all’individualismo, al sessismo, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla minaccia che il sistema capitalistico porta alle stesse condizioni concrete dell’esistenza umana. La nostra organizzazione e noi stessi siamo parte attiva di questo rapporto, siamo nemici di questo Stato, siamo contro il sistema capitalistico, siamo per il comunismo.

Il “processo di insurrezione”, come ogni altro in cui siamo stati e saremo coinvolti, è per noi solo un’occasione, una delle tante, per sostenere la linea politica e la pratica politico-militare dell’organizzazione in cui militiamo. Per noi, per i militanti prigionieri, parla e parlerà la guerriglia.

 

I militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente – Sandro Padula, Francesco Sincich

 

Roma, 1 marzo 1989

Per l’unità dei rivoluzionari nella lotta contro l’imperialismo. Allegato agli atti del processo Moro-ter, Seconda Corte d’Assise di Roma

L’internazionalismo è da sempre l’elemento fondante della concezione rivoluzionaria della lotta di classe e della costruzione del comunismo. Nelle lotte antimperialiste che si sono radicate nei diversi poli dello scontro mondiale vive uno stesso filo conduttore, che si sviluppa trovando ogni volta elementi di originalità, di continuità e di rottura nelle trasformazioni qualitative storicamente avvenute nel capitalismo.

Oggi che i rapporti di forza tra proletariato e borghesia si giocano in un quadro prevalentemente internazionale, «l’internazionalismo è una necessità elementare», come hanno scritto alcuni compagni latino-americani al «movimento anti-FMI».

La mobilitazione contro il congresso del Fondo Monetario Internazionale/Banca Mondiale di settembre a Berlino Ovest è un punto di arrivo e di partenza in questa direzione, e dimostra che la fase apertasi venti anni fa con la nascita del movimento internazionalista contro la guerra del Vietnam non ha esaurito la sua spinta propulsiva. Trova invece nuovo sviluppo nel dibattito che si è consolidato negli ultimi anni in Europa Occidentale e nel mondo.

Questa nuova realtà che si è venuta a determinare nello scontro di classe e che trova i suoi elementi di forza nelle esperienze delle guerriglie e dei fronti rivoluzionari, è una significativa tappa nella costruzione di una strategia rivoluzionaria internazionale contro il sistema imperialista nel suo insieme a livello continentale europeo, mediterraneo e mondiale.

In questa direzione si colloca la scelta politica ed operativa delle organizzazioni Rote Armee Fraktion e Brigate Rosse-PCC nel quadro di una strategia comune contro l’imperialismo all’interno della scadenza contro il Fondo Monetario Internazionale/Banca Mondiale.

Questa è l’indicazione politica che emerge con chiarezza dall’attacco al Sottosegretario alle Finanze tedesco Hans Tietmeyer. Con questa scelta le due organizzazioni guerrigliere intendono concretizzare il «salto necessario ad una politica di fronte» in Europa Occidentale, in dialettica con le parti più avanzate del movimento rivoluzionario che si sono attivate in questa mobilitazione.

  1. Nella scadenza contro il FMI/BM si sono evidenziati alcuni dati politici importanti.
    Questa mobilitazione ha messo al centro i progetti politici principali dell’imperialismo – e in particolare le cosiddette «politiche di sviluppo» – e le istituzioni e determinazioni sovranazionali che elaborano ed attuano le decisioni strategiche, economiche, finanziarie, monetarie, sociali… necessarie per tentare di governare le contraddizioni crescenti indotte dalla crisi capitalistica.
    Ciò significa affrontare il carattere distintivo dell’imperialismo di questa epoca: il suo consolidarsi come sistema sovranazionale a livello mondiale, un sistema unitario che percorre tutta la formazione sociale metropolitana dal centro alla periferia, riproducendo in ogni area del mondo la tendenza storica intrinseca del capitalismo, lo sviluppo e il sottosviluppo in una unità inscindibile.
    Un sistema che ormai da vent’anni è alla ricerca di una riorganizzazione e stabilizzazione a seguito dell’approfondirsi della crisi mondiale del capitale e della crisi dello stesso sistema di egemonia USA. Questo processo di riorganizzazione e riassetto d’altra parte non trova, e non può trovare, soluzione stabile neppure attraverso il consolidato meccanismo degli organismi sovranazionali e dei vertici periodici tra i «7 Grandi». E tantomeno nella stagione di accordi strategici e di intesa sui «conflitti regionali» tra USA e URSS.
    Anche le politiche del FMI/BM sono un prodotto storico specifico del movimento della crisi capitalistica e sono un chiaro aspetto della contemporaneità e inscindibilità di crisi e sviluppo nel capitalismo.
    «La grande importanza di tutte le crisi sta nel fatto che esse rendono palese ciò che è nascosto, respingono il convenzionale, il superficiale, il secondario, spazzano via i rifiuti della politica e svelano le molle reali della lotta di classe effettivamente in atto » (Lenin).
    Al congresso di Berlino Ovest i ministri ed i governatori dei sette paesi più industrializzati si sono complimentati con se stessi per la situazione delle loro economie, che crescono addirittura ad un ritmo più alto di quello previsto (il 4%), anche grazie al coordinamento delle politiche economiche stabilito dal vertice di Toronto.
    Come ha detto il rappresentante del Tesoro USA: «mi sembra giusto che dal nostro dibattito emerga che sia desiderabile mantenere lo status quo. Dovremo rafforzare le politiche di coordinamento e non perdere di vista eventuali miglioramenti dei meccanismi, ma la strada sulla quale ci troviamo è solida e ci ha dato soddisfazioni».
    Ma di fronte a questo ottimismo capitalista sta lo status quo dell’indebitamento e dell’immiserimento dei paesi delle aree dominate.
    I paesi del «Terzo Mondo» sono sempre più poveri e per loro il FMI/BM è una vera e propria macchina di sfruttamento e morte. E’ uno strumento di dominazione diretta perché organizza le basi del sistema economico di quei paesi: attraverso di esso il capitalismo estorce ricchezza per il suo sviluppo.
    Nella situazione che si è venuta a determinare a livello mondiale, in questo stadio dell’imperialismo, il FMI/BM più che centralizzare il ritmo dei flussi finanziari verso i paesi in via di sviluppo diviene sempre più «poliziotto del sistema finanziario» a livello mondiale. In questa direzione si moltiplicano e articolano i diversi gradi di ingerenza del FMI/BM nell’economia di ogni paese.
    Un indebitamento di 1200 miliardi di dollari per i paesi del «Terzo Mondo» è sicuramente una contraddizione per l’economia mondiale, ma è soprattutto una questione di sopravvivenza per i popoli di quei paesi.
    Già all’inizio degli anni ’70 l’impossibilità di pagare i debiti si traduce nella necessità di contrarne ulteriori per pagare almeno gli interessi: il 75% dei nuovi prestiti erano concessi per pagare gli interessi di quelli precedenti!
    A Berlino nessuna soluzione di revisione delle politiche di prestito è stata adottata, e tantomeno una riduzione generale dell’ammontare del debito, mentre si è riconfermata la linea egemone americana del «Piano Baker», cioè di un approccio caso per caso, paese per paese, in base agli interessi degli stati imperialisti occidentali più forti ed alla spietata politica delle multinazionali.
    Le politiche del FMI/BM, ben lungi dall’invertire il flusso di capitali dal Sud verso il Nord – flusso che è anche alla base della ristrutturazione e dello sviluppo del sistema produttivo nel centro imperialista – non fanno che favorire il processo di accumulazione e concentrazione capitalistica.
    Nei fatti il trasferimento netto di capitali da questi paesi verso il Nord, tra l’84 ed oggi, si aggira sugli 87 miliardi di dollari.
    La «crisi del debito» ha fatto capire a tutto il mondo il meccanismo di dominazione e dipendenza attraverso cui viene strangolata la maggioranza della popolazione mondiale. Le politiche del FMI/BM hanno agito nell’esclusivo interesse dei paesi industrializzati, intensificando la dinamica di sviluppo ineguale alla base del peggioramento delle condizioni di vita nelle aree dominate.
    Queste due istituzioni sovranazionali si rivelano sempre più come due organismi di sfruttamento al servizio degli USA e del «Gruppo dei 7».
    E’ assodato che oltre il 60% dei debiti che oggi i paesi sottosviluppati dovrebbero pagare non è stato utilizzato a favore della crescita economica di quei paesi, ma ha costituito una ricca fonte di profitti per i paesi industrializzati. A ciò si aggiungono gli effetti tragici delle strategie di «austerità e risanamento» imposte ai paesi più indebitati. Il FMI/BM ha stabilito in quelle aree una politica diretta ad aumentare le risorse destinate al pagamento dei debiti attraverso la riduzione dei consumi interni e l’aumento delle esportazioni delle materie prime e delle produzioni agricole, a scapito di quella parte della popolazione che è esterna al mercato. Ormai definitivamente un surplus per l’economia mondiale!
    Un esempio di questo pesante meccanismo di annientamento è fornito dalle valutazioni fatte dagli esperti di 23 paesi riuniti a Cartagena (Colombia) agli inizi di settembre. In America Latina dall’80 all’85 – cioè in soli cinque anni – il numero dei «poveri» è aumentato del 25%.
    Pagare 410 miliardi di dollari con i relativi altissimi interessi ha significato un calo del 14% nel reddito di ogni abitante tra l’80 e l’86, la caduta reale dei salari, l’aumento della disoccupazione e la riduzione della spesa pubblica. Oltre 60 milioni di persone vivono in condizioni di «miseria assoluta».
    Questa politica di sfruttamento nei confronti dei popoli delle aree dominate trova esplicite conferme nei piani di «aiuti allo sviluppo» adottati dai paesi europei nei confronti del Medio Oriente e del Nord Africa (rispetto ai quali si favoleggia di un nuovo «Piano Marshall» moltiplicatore di profitti), nel Centro e Sud America, e nella costruzione del sistema produttivo decentrato nel Sud-Est Asiatico, dove le fabbriche delle multinazionali possono spingere al massimo lo sfruttamento della manodopera.
    Ma il ruolo del FMI/BM si estende a tutto il mondo capitalistico, anche nel centro: esso è funzionale a determinare l’egemonia dei capitali più forti su quelli più deboli, esercitando un controllo generale sullo «stato di salute» delle economie di ogni paese.
    Nella stessa Europa Occidentale, ad esempio, se in precedenza, secondo stime CEE, i «poveri» erano 24 milioni, ora sono ben 62 milioni; alle aree del grande sviluppo nelle produzioni ad alta tecnologia si contrappongono le «regioni industriali in declino» e quelle del sottosviluppo cronico.
    È chiaro comunque che questo pesante meccanismo agisce in modo completamente diverso nei paesi dominanti.
    Il problema del debito nel centro imperialista – gli Stati Uniti ad esempio sono il paese più indebitato del mondo – assume un’importanza relativa, per il fatto stesso che il FMI/BM è un organismo al servizio soprattutto dei loro interessi.
    In questo congresso del FMI/BM, che è stata una delle assise più importanti della borghesia imperialista dopo la seconda guerra mondiale, quello che balza agli occhi, a più di quarant’anni dalla ridefinizione e spartizione del mondo in sfere d’influenza, è che il sistema imperialista mette a disposizione della maggior parte dell’umanità sempre meno risorse.
    La politica imperialista tende a riprodurre inesorabilmente il processo di sviluppo e sottosviluppo in ogni area del mondo, dal centro alla periferia, ed il consolidamento del sistema mondiale imperialista non fa che aggravare questa tendenza.
    In questo senso la legge dell’accumulazione capitalistica di Marx trova la sua puntuale verifica all’interno dello sviluppo del capitalismo, anche nel suo attuale sviluppo metropolitano.
    «Questa legge determina un’ accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza ad uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto, ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale » (Marx).
  1. Se da un lato la mobilitazione anti-FMI/BM focalizza il rapporto centro-periferia ed il ruolo che in esso ricoprono i vari organismi sovranazionali dell’imperialismo, trova dall’altro un suo punto di forza nell’individuazione e comprensione del ruolo specifico dell’Europa Occidentale nel sistema imperialista.
    Questa mobilitazione è concepita come iniziativa di lotta e comunicazione a dimensione continentale europea e mondiale contro le strategie ed i progetti sovranazionali attraverso cui l’imperialismo organizza ed impone lo sfruttamento del proletariato nel centro e nella periferia.
    All’interno della scadenza, l’attacco alla formazione del «blocco europeo-occidentale» è diventato un elemento centrale. Questo processo capitalistico è lo sviluppo di «una controtendenza che mira al rilancio dell’accumulazione, che tende a realizzare una riduzione dei costi su scala europea» (dichiarazione dei prigionieri della guerriglia al processo di Stammheim, 1988).
    L’integrazione capitalistica in Europa Occidentale si fonda sui processi di concentrazione/centralizzazione dei capitali, sulla ristrutturazione e ridefinizione del sistema produttivo attorno ai grandi progetti dell’alta tecnologia (ESPRIT, EUREKA, ecc.) e sull’integrazione e coordinamento degli apparati militari. Essa è diretta a costruire la base economica e sociale per assicurare ai capitali multinazionali le condizioni ed il mercato necessari per continuare a svilupparsi e per essere competitivi a livello mondiale.
    Il complesso delle iniziative di integrazione economica, finanziaria e monetaria attorno alla scadenza del «Mercato Unico» del 1992 danno corpo concretamente a questo progetto.
    A questo proposito è bene tenere presente che il «blocco europeo-occidentale» non è una realtà già data, ma un processo in costruzione in cui la forte spinta del capitale internazionale, che si muove ormai in una dimensione europea e mondiale, deve fare i conti sia con la conflittualità delle strategie di produzione e di mercato dei diversi capitali, sia con gli interessi particolari e le politiche divergenti dei vari governi e stati europei.
    Questa dinamica, comunque, già oggi porta a dei significativi mutamenti nella collocazione degli stati europei all’interno del mercato capitalistico e del sistema di dominio imperialista.
    In questo contesto il perdurare della crisi di egemonia USA, a causa della impossibilità per questo paese di sostenere da solo i costi crescenti della crisi capitalistica internazionale – data la sua attuale complessità e profondità – fa assumere un ruolo specifico ed un peso politico complessivo più rilevante all’Europa Occidentale e al Giappone.
    Gli stati europei più forti (RFT, Francia, Gran Bretagna, Italia) non hanno più soltanto il compito di affiancare le strategie dell’amministrazione americana a livello mondiale; oggi impegnano direttamente la loro forza economica, politica e militare come parte integrante del sistema di potere dell’imperialismo occidentale.
    Questa ridefinizione dell’assetto capitalistico in Europa Occidentale, si traduce immediatamente in un aumento dello sfruttamento e della disoccupazione, in un peggioramento generale delle condizioni di vita del proletariato, in sostanza in una intensificazione dell’alienazione nella metropoli.
    È un processo che si materializza anche verso l’esterno, proiettandosi in modo consistente nelle diverse aree del mondo, sia come ruolo della CEE nelle principali regioni di crisi, sia come intervento mirato dei singoli stati europei.
    Il peso crescente dell’intervento degli stati e dei capitali multinazionali italiano e francese in Medio Oriente e in Nord Africa, di quello inglese in tutta l’Africa, di quello tedesco in Africa Australe, America Latina, Sud-Est Asiatico, è la prova più evidente di questa dinamica.
    Ancora più evidente in questo senso è il ruolo della «Convenzione di Lomè», tra la CEE e 66 paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, in cui i piani di «aiuto allo sviluppo» finanziati direttamente dal Fondo Europeo di Sviluppo (FES) e dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI) consentiranno sempre più alla Comunità di «intervenire nei processi di riaggiustamento strutturale delle economie dei paesi beneficiari». Queste politiche si muovono nella stessa direzione di quelle del FMI/BM, ricercando costantemente un maggior coordinamento tra di esse.
    In definitiva possiamo dire che i programmi economici «concordati» tra il paese che accede al credito, gli organismi sovranazionali finanziari e monetari (FMI/BM, FES, BEI, ecc.) ed il grande capitale finanziario privato, sono semplicemente la pianificazione delle possibili linee di penetrazione del capitale imperialista nelle aree dominate.
    Ma questo meccanismo si riproduce anche nei confronti di alcuni paesi dell’Europa, in base al principio della divisione di quote all’interno del FMI/BM in rapporto al potere di ognuno dei sette paesi più industrializzati.
    L’Italia nell’ultima riunione ha aumentato il suo potere nel comitato esecutivo del FMI/BM, assumendo il compito di rappresentare, oltre agli interessi di Grecia, Portogallo e Malta, anche quelli della Polonia (uno dei paesi in cui è più forte la penetrazione del capitale FIAT!).
    E, proprio per rendere più efficiente questa strategia di profitto, al Congresso di Berlino Ovest sono andati in massa i grandi banchieri, i dirigenti delle grandi multinazionali, i supertecnocrati degli stati e degli organismi sovranazionali.
    I porci imperialisti seduti attorno al grande banchetto del FMI/BM erano ben 14.000!
    È contro questi uomini, questi progetti e apparati che tendono a potenziare la cosiddetta «politica di sviluppo» del capitalismo sulla pelle del proletariato del centro e della periferia, che si è indirizzata la mobilitazione in questa scadenza, stabilendo una connessione strategica tra le lotte nel «centro europeo-occidentale» e quelle nel «Tricontinente» (Asia, Africa, America Latina).
  1. Dal punto di vista della classe, la mobilitazione sviluppatasi attorno alla scadenza del Congresso di Berlino Ovest è parte di quell’ampia dimensione di dibattito che si è aperta da tempo nel movimento rivoluzionario a livello internazionale. Dal Convegno di Francoforte dell’86, alle «Giornate Antimperialiste» di Barcellona dell’87, in cui si ponevano in primo piano «i processi concreti di coordinamento della lotta comune contro l’imperialismo».
    Ciò che viene posto al centro è il proletariato internazionale come soggetto mondiale della rivoluzione e il suo processo di costituzione in classe nella lotta contro l’imperialismo nel suo insieme. Questa importante dinamica di lotta è un’espressione dello scontro prodotto dallo sviluppo storico del capitalismo, che ha creato ormai un’unica formazione sociale estesa a tutto il mondo, dove il processo di proletarizzazione, che riveste caratteri specifici nelle diverse aree, costituisce la base oggettiva che mette «in relazione» le diverse frazioni del proletariato mondiale, dall’Europa Occidentale alle Filippine, alla Corea del Sud, dal Perù al Salvador, dai Territori Occupati della Palestina al Libano, fino all’Africa Australe.
    Si può dire che c’è un salto storico che ha internazionalizzato in maniera irreversibile il concetto di classe: alla fine degli anni ’70 il processo rivoluzionario mondiale come processo unitario è diventato attuale.
    È nella lotta contro l’imperialismo che il proletariato internazionale si ricompone a livello mondiale e si costituisce in classe rivoluzionaria che combatte per il proprio interesse.
    «La dominazione del capitale ha creato a questa massa (di lavoratori) una situazione comune, interessi comuni. Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale ma non ancora per se stessa. Nella lotta (…) questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe». (Marx).
    La progressiva omogeneizzazione delle contraddizioni di classe nella formazione sociale capitalistica metropolitana è la base da cui scaturisce la simultaneità delle lotte nei diversi poli rivoluzionari e che fonda il carattere antimperialista dei movimenti e delle guerriglie in Europa Occidentale come in Medio Oriente, in America Latina come nel Sud-Est Asiatico.
    Anche nella mobilitazione contro il FMI/BM emerge questa qualità nuova del processo rivoluzionario: il carattere internazionale del soggetto e della lotta, e la dialettica ampia fra le lotte proletarie e rivoluzionarie nelle diverse aree del mondo. La mobilitazione ha agito da catalizzatore del movimento di classe, sia nel lungo dibattito preparatorio, sia durante la scadenza.
    Sul piano continentale europeo, perché pur trovando nella iniziativa del movimento tedesco il suo punto di forza, ha stabilito un processo comunicativo ampio tra i proletari di tutti i paesi dell’area.
    Sul piano mondiale, perché è diventata un punto di riferimento della iniziativa dei proletari e dei rivoluzionari in diversi paesi delle aree dominate, attivando un primo ed importante momento di interazione rivoluzionaria.
    In America Latina si è avuta una significativa mobilitazione attorno alla scadenza contro il FMI/BM, con iniziative in vari paesi. Alcuni compagni dei sindacati boliviani «dei contadini e delle donne lavoratrici» si sono rapportati direttamente al «movimento anti-FMI/BM» scrivendo: «la lotta internazionalista vive nella lotta antimperialista: nessuno ha l’illusione che le riforme possano cambiare la politica assassina del FMI/BM, nessuno pensa seriamente che la lotta per la liberazione sia possibile in un contesto nazionale, nessuno pensa seriamente che la lotta di liberazione in un quadro nazionale possa minacciare il perdurare della politica imperialista perché questa politica è a dimensione mondiale».
    A vent’anni dalla morte di Che Guevara si assiste ad un sicuro risveglio del dibattito e della iniziativa rivoluzionaria in tutte le aree di scontro del mondo, risveglio che pone al centro proprio i contenuti di rottura dell’internazionalismo proletario: una sola lotta delle diverse frazioni del proletariato internazionale contro l’imperialismo.
    «Non ci sono frontiere in questa lotta mortale, non possiamo rimanere indifferenti di fronte a ciò che avviene in qualsiasi parte del mondo; la vittoria di un paese qualunque sull’imperialismo è una nostra vittoria, così come la sconfitta di una qualunque nazione è una sconfitta per tutti. La pratica dell’internazionalismo non è soltanto un dovere dei popoli che lottano per assicurarsi un futuro migliore ma anche una necessità imprescindibile» (Che Guevara, Secondo Seminario Economico di Solidarietà Afro-Asiatica, Algeri 1965).

 

  1. La mobilitazione contro il FMI/BM non nasce dal nulla. Essa è il risultato di un lungo percorso di dibattito sviluppatosi nel movimento rivoluzionario in Europa Occidentale, a partire dai contenuti internazionalisti e antimperialisti affermati dalla guerriglia nelle due offensive dell’84 e dell’86.
    In questo contesto, negli ultimi due anni, sono stati posti al centro i nodi fondamentali dello scontro fra borghesia imperialista e proletariato internazionale e della organizzazione rivoluzionaria nella metropoli, e la necessità del superamento della parzialità delle lotte settoriali.
    Attorno a questo percorso si è determinato il convergere di esperienze di lotta anche molto diverse e si sono create le condizioni per la presa di coscienza della dimensione internazionale della crisi e dello scontro, e per un più maturo sviluppo del rapporto tra guerriglia e movimento rivoluzionario all’interno del Fronte Rivoluzionario Antimperialista.
    Il consolidamento di questo processo di autorganizzazione proletaria, pur essendo ancora disomogeneo e contraddittorio, ha una portata politica indiscutibile che va al di là del contingente; esso rilancia i contenuti strategici che erano alla base del grande movimento antimperialista nato alla fine degli anni ’60, collocandoli all’interno dello scontro attuale.
    Il dato più importante che emerge da questa ricca dimensione di confronto, lotta e organizzazione affermatasi intorno alla scadenza è la coscienza che le frazioni più avanzate di questo movimento hanno maturato di lottare contro il nemico comune assieme al proletariato di tutto il mondo direttamente contro la politica del capitale e lo stesso meccanismo intrinseco del modo di produzione capitalistico.
    Questo ampio e forte movimento di lotta si colloca con chiarezza sul terreno della critica rivoluzionaria dell’imperialismo di questa epoca, mettendo in discussione la sostanza del rapporto sociale capitalistico e muovendosi in direzione della costruzione del potere proletario.
    L’enorme rilevanza della contraddizione al centro della scadenza e l’altezza dello scontro che vi si è aperto, hanno fatto in modo che si mobilitasse un vastissimo arco di soggetti e di esperienze. La manifestazione degli 80.000 a Berlino Ovest dimostra l’ampiezza dello scontro su questi aspetti peculiari della formazione economico-sociale capitalistica.
    Gli stessi riformisti, vecchi e nuovi, ne hanno dovuto prendere atto, tentando di inserire e propagandare i contenuti dell’impossibile «riconversione democratica» di una politica che non può essere riformata, con l’unico risultato di svelare ancora di più la loro impotenza e subalternità all’imperialismo.
    I contenuti di rottura e di potere consolidati in questi ultimi anni di pratiche di lotta della «resistenza rivoluzionaria» si sono tradotti in questa occasione in precise iniziative volte a sviluppare l’unità strategica con la guerriglia nel Fronte.
    Questo è il senso delle iniziative programmate e sviluppate contro il FMI/BM, con gli attacchi incendiari contro le banche, contro le multinazionali Siemens, Schering, Adler, con l’irruzione nei locali della «Conferenza di Amburgo» e la bastonatura del direttore esecutivo tedesco del FMI, con l’«assedio» del DIE (Istituto Tedesco per la politica di sviluppo)… Come molte altre iniziative.

 

  1. Con l’attacco a Tietmeyer la guerriglia riconferma il terreno strategico di scontro aperto negli anni passati, ponendosi come punto di riferimento nei confronti del movimento di classe per il rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria nel suo complesso.
    La lotta del Fronte Rivoluzionario nel centro imperialista viene oggi concepita in «unità strategica» con le lotte nel «Tricontinente del Sud», per questo viene attaccato uno dei principali operatori del management della crisi «sul piano nazionale, europeo ed internazionale», un delegato al FMI/BM, agli incontri del «Gruppo dei 5» e del «Gruppo dei 7»… perché dentro questi meccanismi viene decisa, sviluppata ed accelerata la politica di annientamento «delle masse e dei popoli del Terzo Mondo».
    «La lotta contro i concreti progetti della strategia imperialista deve essere condotta con lo scopo di collocarsi al loro limite… di bloccarne ed impedirne il funzionamento per rompere realmente la strategia dell’imperialismo e per incentivare il processo di erosione del sistema » (RAF, 1988).
    In questa iniziativa la guerriglia ha saputo tener conto sia dell’insieme delle condizioni internazionali, europee e nazionali che si vanno determinando nello scontro, sia della necessità di aprirsi alla dialettica con i diversi soggetti e le lotte che hanno preso corpo intorno alla scadenza anti-FMI/BM, per dare il respiro strategico adeguato ad un’offensiva più matura e consolidata delle forze rivoluzionarie che si «incontrano» nel Fronte.
    Il dato politico che emerge è una pratica che pone in primo piano il processo rivoluzionario nella metropoli come parte del processo di liberazione ed emancipazione del proletariato mondiale, come guerra di lunga durata tesa all’indebolimento del sistema imperialista. Un processo rivoluzionario di dimensioni mondiali che costruisce le condizioni per specifiche rotture in specifici punti/aree di crisi nel mondo.
    Non si tratta di seguire una errata concezione di rivoluzione mondiale come esplosione simultanea ed unica in tutto il mondo, quanto di porre al centro gli scopi universali del processo di emancipazione proletaria ed i passaggi concreti che muovono nella sua direzione all’interno dello scontro tra borghesia imperialista e proletariato internazionale nelle diverse aree.
    Lo scontro tra imperialismo e rivoluzione in Europa Occidentale ha assunto negli ultimi anni una dimensione più ampia e feroce per l’accelerazione del processo di integrazione dei capitali e delle politiche degli stati europei da una parte, e per il radicarsi dell’iniziativa rivoluzionaria nell’intero continente dall’altra.
    La borghesia imperialista, nel processo di ristrutturazione e «sviluppo» capitalistico che ha preso corpo dalla metà degli anni ’70 in poi – e che è entrato nel vivo nei primi anni ’80 – si è rimangiata gran parte delle conquiste operaie e sociali, e soprattutto ha teso a distruggere ogni aspetto dell’autonomia e auto-organizzazione proletaria: dalla FIAT nell’80 alla Renault, alla Wolkswagen, dai massicci tagli occupazionali della siderurgia a quelli nell’area dei servizi che hanno attraversato tutta l’Europa, dai poli industriali nella Ruhr, in Lorena e in Inghilterra, a quelli italiani.
    Ma soprattutto la borghesia ha attaccato i contenuti di rottura della pratica rivoluzionaria che si è affermata nel centro imperialista, cercando di far franare le organizzazioni guerrigliere e l’esperienza rivoluzionaria più in generale, che in Europa si è posta nella direzione della distruzione dell’imperialismo e della costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria del proletariato, mettendo al centro i rapporti di potere tra le classi.
    In realtà negli anni ’80 lo scontro rivoluzionario nei singoli stati europei si è ridefinito nei suoi caratteri fondamentali, collocandosi sul terreno dei rapporti di forza tra borghesia e proletariato a livello continentale. Si è aperto un nuovo terreno di sviluppo del processo rivoluzionario nella metropoli, una prospettiva unitaria che trova nell’antimperialismo il suo elemento principale e che nel corso degli ultimi anni si è caratterizzata con una pratica di attacco ai progetti e alle determinazioni sovranazionali dell’imperialismo e ai processi di rifondazione dei singoli stati.
    La guerriglia, come asse centrale del Fronte, ha teso prima ad affermare questa prospettiva nel movimento di lotta e nella classe, per sviluppare poi un processo di unità dei rivoluzionari e di cosciente unificazione delle lotte, radicandola definitivamente nel centro imperialista.
    In questa direzione, la campagna dell’85-86 delle organizzazioni Action Directe e Rote Armee Fraktion ha costituito un indubbio passo avanti della soggettività rivoluzionaria in Europa nel quadro dell’attacco ai progetti centrali dell’imperialismo.
    Il filo conduttore che lega le azioni Audran-Zimmermann, Brana, Beckurts, Braunmühl e Besse è estremamente chiaro: «Colpire sulla linea di demarcazione e di scontro Proletariato Internazionale/Borghesia Imperialista (…). Organizzare il Fronte Rivoluzionario in Europa Occidentale (portando) le lotte nella metropoli ad un livello politico militare con un orientamento strategico che metta in discussione il sistema imperialista nel suo insieme e cominci il processo di ricostruzione della classe come processo internazionalista.» (Action Directe, 1986).
    È questa progettualità che la borghesia vuole sconfiggere, è questa capacità delle forze rivoluzionarie di situare lo scontro nei singoli paesi europei a livello dei rapporti di forza sul piano continentale a dover essere distrutta!
    Ma la rottura rivoluzionaria operata dalla guerriglia nella metropoli è un punto di non ritorno, è un processo ormai aperto ed affermato, nonostante gli attacchi che la controrivoluzione riesce puntualmente a sferrare. Essa trova ogni volta la capacità di rilanciarsi nei contenuti stessi dello scontro tra borghesia e proletariato che si è andato delineando in questa area, e lo dimostra la capacità stessa delle organizzazioni guerrigliere di superare le diverse fasi critiche succedutesi in questi anni.
    Questa è la chiave di lettura che può consentire ai comunisti di vedere più in là delle periodiche «batoste» che le forze rivoluzionarie subiscono in Europa Occidentale.
    Oggi l’unità dei rivoluzionari e l’unificazione delle lotte in una strategia comune contro l’imperialismo sul territorio europeo ricevono una nuova spinta con la scelta politica ed operativa della RAF e delle BR-PCC. Questa è una indicazione estremamente importante e pone le condizioni per un avanzamento rispetto alla stessa fase chiusasi nell’86.
    La scelta strategica operata da queste due organizzazioni storiche ha un grosso peso politico, perché mette in primo piano i processi unitari che possono «sviluppare la forza politica e pratica» per consolidare la prospettiva del Fronte.
    «Il salto ad una politica di Fronte è necessario (…). Le differenze storiche di percorso e di impianto politico di ogni organizzazione non devono essere di impedimento alla necessità di lavorare ad unificare le molteplici lotte e l’attività antimperialista in un attacco cosciente e mirato » (Raf/BR-PCC, 1988).
    È il segno di una tendenza che si è fatta sempre più forte e concreta, e che oggi mette in primo piano la connessione con le lotte rivoluzionarie nell’intera area europea, mediterranea e mediorientale. Un processo unitario aperto che costruisce i passaggi concreti per una solida unità e cooperazione con le altre forze rivoluzionarie che combattono l’imperialismo in questa area geopolitica: dalla Grecia all’Irlanda, dal Portogallo alla Spagna fino al Medio Oriente e al Nord Africa. In primo luogo con le organizzazioni rivoluzionarie e la lotta del popolo palestinese e libanese.

 

  1. Nel contesto specifico dello scontro rivoluzionario in Italia, il percorso realizzato in questi anni dalle BR-PCC costituisce un importante contributo al superamento della logica difensivistica e del risorgente revisionismo, che hanno intralciato la pratica della guerriglia e dell’intera esperienza rivoluzionaria italiana dopo la sconfitta dell’82. Questo percorso ha saputo riportare l’iniziativa rivoluzionaria sul terreno strategico dell’attacco ai progetti e alle determinazioni centrali della borghesia imperialista.
    L’azione contro Ruffilli ha posto al centro la contraddizione fondamentale della rifondazione dello stato in un momento cruciale della ridefinizione e integrazione delle politiche imperialiste a livello europeo.
    Oggi, ponendo al centro il processo unitario della guerriglia in Europa e nel Mediterraneo all’interno del Fronte, e collocando l’attacco sul terreno della dimensione sovranazionale delle politiche e dei progetti dell’imperialismo, questa organizzazione fa vivere un livello di progettualità più alto e complessivo.
    L’attacco della controrivoluzione nei confronti delle forze rivoluzionarie in questi ultimi mesi in Italia, mostra come il rilancio dell’iniziativa guerrigliera e rivoluzionaria in generale in questo paese si muova su un terreno particolarmente difficile e contraddittorio, data la durezza dello scontro con cui si deve misurare, anche a fronte della politica di distruzione della soggettività rivoluzionaria portata avanti dallo stato dai primi anni ’80 in poi (dalle operazioni mirate dei carabinieri al «progetto pentiti», alla «soluzione politica»…).
    Esiste oggi in tutta evidenza un problema di riqualificazione della avanguardia, di ricostituzione delle forze rivoluzionarie e degli strumenti politico-organizzativi, e ciò non può trovare certo risoluzione dentro una concezione lineare del processo rivoluzionario.
    In questo senso, uscire dalla difensiva non può significare partire da sé e tantomeno dai livelli imposti dalla controrivoluzione. È necessario invece porre al centro la complessità dello scontro di classe così come si è venuto a determinare riadeguando in esso l’agire della avanguardia.
    Anche oggi si tratta di rilanciare e consolidare la rottura rivoluzionaria aperta dalla nascita della guerriglia metropolitana nel ’70, ponendo ancora una volta al centro i problemi fondamentali dell’«organizzazione», della «teoria» e della «progettualità rivoluzionaria nella metropoli» con un orientamento strategico capace di sviluppare il processo complessivo di costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria del proletariato nelle condizioni che si vengono a creare ogni volta nello scontro.
    Di qui si può partire per «sviluppare la lotta rivoluzionaria nella metropoli europea. Perché di questo si tratta. Non tanto di vincere subito e di conquistare tutto, ma di crescere in una lotta di lunga durata » (Collettivo Politico Metropolitano, 1970).
    La riqualificazione della soggettività rivoluzionaria si trova di fronte al compito di tracciare una precisa linea strategica capace di radicare il processo rivoluzionario per linee interne alla classe, sviluppando una concreta dialettica con il movimento rivoluzionario.
    «La direzione dello scontro non può limitarsi ad accumulare semplicemente le forze che si dispongono spontaneamente sul terreno rivoluzionario, ma comporta una formazione delle stesse in termini qualitativi arricchendole del patrimonio dell’esperienza rivoluzionaria; una direzione che comporta principalmente il saperle disporre all’interno degli obiettivi politici e programmatici perseguiti: una direzione che deve tenere conto di tutti i fattori interni ed internazionali che caratterizzano lo scontro rivoluzionario » (BR-PCC, 1988).
    Il problema è quello di far vivere la pratica della guerriglia nella dialettica possibile e necessaria con il movimento rivoluzionario, attorno ad una strategia incentrata sui terreni principali in cui oggi si determinano i rapporti di potere tra le classi, e capace in questo di essere forza propulsiva ed espansiva dello scontro di classe.
    In questo senso il carattere della avanguardia rivoluzionaria è sempre distinto e peculiare rispetto a quello del movimento, per i compiti politici che si pone e per lo scontro mortale che vive con lo stato e l’imperialismo.
    Il percorso che ha cominciato a prendere corpo in Europa e in Italia, con l’affermarsi di una strategia comune delle forze guerrigliere contro l’imperialismo, apre una valida prospettiva rivoluzionaria e costituisce un grosso contributo al rilancio dell’iniziativa rivoluzionaria anche in questo paese.
    È questo il dato politico indiscutibile che si è affermato nella pratica e che la controrivoluzione non può cancellare!
    Questo percorso di lotta e organizzazione rivoluzionaria va sostenuto e sviluppato da tutti i comunisti e i rivoluzionari all’interno di un confronto aperto e responsabile in cui vanno messi al centro gli aspetti unitari della lotta antimperialista e internazionalista.
    Un confronto che arricchisca e contribuisca a riqualificare la progettualità rivoluzionaria alimentandosi delle diverse esperienze, dei differenti percorsi e del dibattito che compongono l’intero movimento rivoluzionario europeo.
    Come comunisti prigionieri non possiamo che collocarci all’interno di questa potente dinamica unitaria che si è sviluppata attraverso le iniziative della guerriglia, lavorando con determinazione a costruire in questa direzione un processo unitario di lotta anche tra i prigionieri della guerriglia in Europa Occidentale.

Questo è il senso che diamo alla nostra identità di comunisti in carcere ed è anche il modo di costruire la nostra internità reale allo scontro in atto.

Costruire l’unità dei rivoluzionari nel Fronte Rivoluzionario Antimperialista in Europa occidentale e nell’area mediterranea!

Sviluppare la più ampia dialettica con tutti i proletari e i rivoluzionari che nel mondo combattono l’imperialismo.

Solidarietà alla lotta del popolo palestinese!

 

Susanna Berardi, Vittorio Bolognese, Lorenzo Calzone, Luciano Farina, Natalia Ligas, Giovanni Senzani

 

Roma, 12 ottobre 1988

Roma, processo Moro-ter – Dichiarazione di Susanna Berardi, Vittorio Bolognese, Lorenzo Calzone, Luciano Farina, Natalia Ligas, Giovanni Senzani

Come comunisti prigionieri vogliamo esprimerci dal processo Moro-ter sull’azione dell’organizzazione Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente contro il senatore democristiano Roberto Ruffilli: noi riteniamo importante appoggiare tutte quelle pratiche e forze rivoluzionarie che si muovono nella direzione della guerriglia metropolitana per il comunismo.

A nostro avviso questo attacco mette in luce uno dei nodi su cui la borghesia cerca di riadeguare il suo sistema di potere per funzionalizzare l’insieme delle strutture e articolazioni dello stato ai processi di integrazione economico-politico-militare dell’imperialismo occidentale.

La cosiddetta “riforma istituzionale“ su cui è in atto un ricompattamento dell’intero arco delle forze politiche, è uno dei passi necessari per adeguare la struttura di governo ai processi di ristrutturazione del sistema produttivo italiano già avviati da anni in una dimensione internazionale.

Nel quadro dello scontro tra borghesia e proletariato quest’azione contribuisce a svelare i progetti di stabilizzazione politica e di centralizzazione delle decisioni nell’esecutivo e attacca la pacificazione sociale che lo stato tenta di imporre sul tessuto di classe. Nello stesso tempo riafferma per tutti i comunisti la necessità di lavorare unitariamente al rilancio della prospettiva rivoluzionaria.

La guerriglia in questi ultimi anni si è confermata a livello internazionale, come in Italia, l’unica strategia rivoluzionaria capace di affermare gli interessi generali del proletariato contro il rapporto sociale capitalistico di questa epoca. Ciò è ampiamente dimostrato dalla pratica sviluppata in Europa occidentale dalla RAF, da Action Directe, dalle Brigate Rosse-PCC e dalle altre organizzazioni rivoluzionarie che combattono in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

Queste organizzazioni, di fronte all’attacco controrivoluzionario scatenato dall’imperialismo nei confronti del proletariato internazionale, sono state capaci di mantenere vivo il patrimonio storico della lotta armata nell’intero territorio europeo e hanno cominciato a tracciare e concretizzare i primi passi di una strategia rivoluzionaria internazionale nella metropoli.

È un’indiscutibile realtà che mette in crisi tutte quelle posizioni liquidazioniste che in questi ultimi tempi tentano di disgregare il movimento rivoluzionario.

Lo scontro in Italia oggi vede il manifestarsi di chiari segnali di ripresa dell’iniziativa di classe, soprattutto nelle lotte di alcuni settori operai (dai siderurgici di Bagnoli, Genova e di altri poli, contro i tagli occupazionali previsti dai piani CEE, fino ai nuovi fermenti degli operai metalmeccanici della FIAT e Alfa), nelle estese lotte dei lavoratori dei servizi e nella costante mobilitazione contro il piano energetico nucleare.

Queste dinamiche di lotta, in cui cominciano a vivere seppur contraddittoriamente momenti di autonomia e autorganizzazione di classe, si scontrano sempre più con i processi di ristrutturazione che la borghesia e le imprese multinazionali stanno portando avanti per essere competitive a livello mondiale ed attrezzarsi adeguatamente rispetto ai piani di integrazione del capitale europeo e internazionale. E soprattutto in vista dell’apertura del mercato unico europeo del 1992.

Tutto ciò per i proletari si traduce in maggior sfruttamento, disoccupazione e criminalizzazione di ogni lotta antagonista. Dalle manganellate durante le manifestazioni alle denunce per picchetti e blocchi stradali, fino all’attacco al diritto di sciopero.

Questo scontro è lo stesso che vive ormai da anni in vari paesi europei per il movimento unitario delle contraddizioni generate dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica. Allo stesso modo diventa sempre più estesa la lotta di vari strati del proletariato metropolitano europeo contro le politiche imperialiste di rapina e di guerra nei confronti del proletariato e dei popoli oppressi in ogni angolo del mondo.

Oggi la dinamica nazionale interna ai singoli stati europei si intreccia indissolubilmente con il ruolo internazionale che essi vengono ad assumere nel sistema imperialista mondiale.

In questo senso anche le scelte operate dallo stato italiano negli ultimi anni evidenziano la reale natura del suo ruolo e dei suoi interessi economici, politici e militari nelle diverse aree di crisi del mondo.

In primo luogo l’appoggio alle politiche americane e sioniste nel Medio Oriente contro il popolo palestinese, libanese e arabo in generale, sostanziato soprattutto dagli accordi bilaterali con Israele nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrorismo internazionale”, dal sostegno attivo alle “missioni diplomatiche” di Schultz e quindi nella pianificazione della repressione delle organizzazioni rivoluzionarie e delle lotte di liberazione nell’area.

Le “democratiche denunce” dei politici e dei mass-media italiani contro i massacri di Israele in Gaza e Cisgiordania e contro gli assassinii del Mossad a Cipro e Tunisi, servono a coprire la responsabilità dello stato italiano a fianco dell’imperialismo americano e sionista.

Allo stesso modo lo stato italiano è con la sua flotta, i suoi missili e le sue bombe nel Golfo Persico a fianco degli USA e degli altri stati europei per pacificare un’intera area, difendere gli interessi vitali e imporre l’ordine dell’imperialismo occidentale (ne sono una conseguenza la corresponsabilità nel massacro di migliaia di Curdi e il pieno accordo alle operazioni di guerra congiunte degli USA e dell’Iraq contro l’Iran…).

Il ruolo imperialista dell’Italia e degli altri stati europei, d’altra parte, si proietta in modo chiaro in altre aree come il Corno d’Africa, il Sud-Africa, il Sud-Est Asiatico, l’America Latina…

Per queste ragioni il proletariato internazionale individua sempre più come nemico da combattere anche lo stato italiano, come dimostrano i numerosi attacchi portati da diverse organizzazioni rivoluzionarie internazionali, sia all’interno che all’estero, rispetto alla sua politica filo-americana e sionista.

Non solo. In Italia una vasta e articolata critica proletaria nei confronti delle politiche imperialiste dello stato si è manifestata nei movimenti di massa. Ne sono un chiaro esempio le iniziative di solidarietà con la lotta del popolo palestinese e dei popoli dell’America Latina, contro l’apartheid in Sud-Africa, contro l’intervento nel Golfo Persico, contro la NATO, contro gli USA…

Questa realtà significativa evidenzia un processo di costruzione e radicamento della coscienza antimperialista ed internazionalista nella realtà di classe italiana.

È sotto gli occhi di tutti l’emergere della simultaneità delle lotte e dei processi rivoluzionari su scala mondiale e questa, secondo noi, è la caratteristica principale dello scontro di questa epoca, perché l’intera formazione economico-sociale capitalistica è contraddistinta da un insieme di contraddizioni comuni che al di là delle singole specificità attraversano tutte le aree del mondo.

Nell’interazione di queste lotte e nel loro intreccio internazionale si generano processi di costituzione in classe di qualità completamente nuova, si creano le condizioni per la costruzione di una strategia rivoluzionaria internazionale che si ponga come nemico mortale dell’imperialismo.

La lotta antimperialista e internazionalista supera il carattere semplicemente solidaristico e di appoggio ai movimenti di liberazione e diviene sempre più lotta comune del proletariato internazionale contro il sistema imperialista nel suo insieme.

In questo contesto la prospettiva del Fronte Rivoluzionario Antimperialista che le organizzazioni guerrigliere hanno teso a radicare negli ultimi anni in Europa occidentale individua con chiarezza il terreno unitario su cui comincia a svilupparsi l’iniziativa combattente e a consolidarsi la dialettica con il movimento di classe e rivoluzionario.

All’interno di questo percorso teorico pratico si è concretizzato un primo livello di organizzazione dell’attacco all’imperialismo come sistema unitario in Europa occidentale, individuando i terreni principali dello scontro su cui si giocano i rapporti di potere tra le classi.

Su questi presupposti l’avanguardia comunista può realizzare la sua crescita e la sua pratica in dialettica e per linee interne ai movimenti di lotta e alle frazioni più avanzate del proletariato in questa fase storica.

Lottare uniti per costruire la più ampia e concreta dialettica tra tutti i rivoluzionari che in Europa occidentale, nel Mediterraneo e nel mondo combattono contro l’imperialismo.

Sviluppare l’internazionalismo proletario nella guerra di classe all’imperialismo.

Solidarietà con il popolo palestinese.

Onore a tutti i proletari e rivoluzionari arabi caduti combattendo contro l’imperialismo e il sionismo.

Susanna Berardi, Vittorio Bolognese, Lorenzo Calzone, Luciano Farina, Natalia Ligas, Giovanni Senzani

 

Roma, 26 aprile 1988

Roma – Dichiarazione dei militanti prigionieri delle BR-PCC – Domenico Delli Veneri, Antonino Fosso, Sandro Padula, Remo Pancelli

Sabato 16 Aprile le Brigate Rosse hanno attaccato il progetto demitiano di riformulazione dei poteri e delle funzioni dello Stato. Progetto politico dominante volto a far coincidere l’accentramento del potere reale con la più vasta apparenza di democrazia. Con la rifunzionalizzazione dello Stato la borghesia italiana intende sancire nuove “regole del gioco” in senso antiproletario (vedasi tra l’altro l’attacco al diritto di sciopero) per meglio inserirsi nella competizione capitalistica internazionale. Questo progetto, in parte già avviato, vuole realizzare una serie di trasformazioni negli apparati dello Stato e nelle strutture di rappresentanza e di governo, per rendere i meccanismi decisionali più adatti alle nuove esigenze capitalistiche.

L’accentramento dei poteri nell’esecutivo e la ridefinizione di “nuovi” strumenti di governo delle contraddizioni sociali, rappresentano dei passaggi politici inquadrabili in una fase storica nella quale la borghesia cerca di trasformare tutti i termini delle relazioni tra le classi, dalla contrattazione della forza-lavoro agli aspetti più generali del rapporto politico tra proletariato e Stato.

Con le cosiddette “riforme istituzionali” lo Stato tende a creare le condizioni politiche più idonee per cercare di prevenire e controllare i movimenti antagonistici del proletariato, nonché le condizioni politiche migliori per il ruolo che l’Italia va assumendo sempre più attivamente nello scenario internazionale, anche come pilastro fondamentale del fianco Sud della NATO.

L’attacco a tale progetto è dunque l’esplicazione più alta dell’interesse generale del proletariato in contrapposizione alla borghesia e al suo Stato.

Portare l’attacco al cuore dello Stato!

Rafforzare il campo proletario per attrezzarlo allo scontro in atto!

Costruire alleanze antimperialiste per rafforzare e consolidare il Fronte Antimperialista Combattente nell’area!

Sostenere la guerra del popolo palestinese e libanese contro l’oppressione imperialista e sionista!

Guerra all’imperialismo! Guerra alla NATO!

Onore a tutti i compagni caduti combattendo!

I militanti prigionieri delle Brigate Rosse per la costruzione del PCC – Domenico Delli Veneri, Antonino Fosso, Sandro Padula, Remo Pancelli

 

Roma 26 aprile 1988

Un’ipoteca sulla ripresa rivoluzionaria. Carcere di Voghera, alcune compagne

Ci sembra opportuno e per certi versi doveroso, come comunisti, esprimere il nostro punto di vista sulle attuali dinamiche politiche che stanno attraversando i prigionieri in Italia, quantomeno per cercare di svelare il progetto di soluzione politica che da alcuni di essi viene riproposto al movimento rivoluzionario.

A nostro avviso non si tratta unicamente dell’ennesima defezione prodottasi nelle fila dei prigionieri comunisti, seguendo una dinamica già nota e quindi immediatamente configurabile, quanto di un progetto politico ben più ambizioso, diretto da ex-rivoluzionari «prestigiosi», che, a nome del loro presunto riconoscimento e a partire da difficoltà reali incontrate dal processo rivoluzionario in questi anni, sono tutti intenti a dare colore politico e senso strategico al loro opportunismo.

Da parte dello stato questo progetto poggia sulla necessità di rilegittimare la propria immagine e di rifondarsi su basi più solide e su coordinate «democratiche»; in ultima analisi, sulla necessità di assestare una vittoria strategica sulla prospettiva rivoluzionaria in Italia. E il coinvolgimento e l’attivizzazione di ex-rivoluzionari in questo progetto, conduce direttamente ad una condizione i cui effetti possono essere capitalizzati all’interno di una prospettiva di pacificazione del fronte interno, di largo respiro per la borghesia. È d’altronde facilmente comprensibile in termini politici come la possibilità per lo stato di affermarsi come «stato democratico» debba necessariamente passare attraverso la rilettura e la risoluzione del «fenomeno» degli anni ’70 e, di conseguenza, misurarsi sul riconoscimento politico di una fase di scontro per il potere in Italia e delle Brigate Rosse come avanguardia rappresentativa di quello scontro. Riconoscimento, sia chiaro, che per uno stato imperialista è possibile esclusivamente se serve a ratificare una sconfitta e, conseguentemente, a riconoscere l’inattualità e l’improponibilità della trasformazione rivoluzionaria della società, per riaffermare l’ambito istituzionale borghese come l’unico in grado di dare soluzione alle contraddizioni sociali.

Sono proprio le particolari condizioni di questa fase, caratterizzata da rapporti di forza a favore della borghesia e da un complesso processo di trasformazione dello stato italiano a stato imperialista a pieno titolo, a rendere necessario e possibile questo passaggio e a far sì che il tentativo di pacificazione del fronte interno, giocato intorno all’annientamento politico dell’avanguardia rivoluzionaria in galera, acquisti immediatamente valenza strategica. Innanzitutto, perché il riassorbimento delle avanguardie rivoluzionarie, privando la classe della sua prospettiva, sancisce l’egemonia borghese, stabilizzando i rapporti di forza già assestati a favore della borghesia. E, non ultimo, perché questa immagine di stabilità sociale rafforza il carattere di concreta affidabilità in chiave internazionale dell’Italia, determinante per il ruolo ad essa affidato, e che intende rivestire, all’interno del sistema imperialista.

Questo progetto della borghesia imperialista italiana non si discosta, oltretutto, dall’approccio che il sistema imperialista nel suo complesso riserva all’affrontamento dei conflitti che minacciano la sua egemonia. A partire, infatti, dal livello di sviluppo e crisi imperialista e dalla portata strategica degli interessi in gioco in campo internazionale, si determina oltre ad un’aggressività crescente, l’affermazione necessaria e parallela di risoluzione politica dei conflitti. Ma è perseguendo il suo intento egemonico, nonché la penetrazione economica e politica su scala globale, che l’imperialismo ricerca la sua stabilità. Stabilità che, al contrario, si regge su precari equilibri, soprattutto dettati dalle contraddizioni prodotte dal dominio imperialista nel mondo e dove la tendenza alla guerra imperialista si manifesta oggettivamente nel processo di sviluppo dell’imperialismo.

La guerra imperialista è appunto manifestazione e, nello stesso tempo, controtendenza principale alla crisi imperialista che, al di là delle scelte politiche che ne determinano le forme e l’attuazione, si sta man mano imponendo nelle relazioni internazionali, come tendenza dominante. Non è trascurabile in questo contesto il peso economico raggiunto dall’industria bellica come vero e proprio volano dell’economia mondiale. Un processo che per le stesse leggi economiche che guidano la produzione della merce-arma, non potrà non portare che ad ulteriori squilibri dell’economia capitalista e, conseguentemente, ad un’escalation dell’aggressività dell’imperialismo in tutto il mondo.

È proprio intorno a questa tendenza dominante, infatti, che ruotano e trovano congiunturalmente una convergenza oggettiva anche politiche dettate da interessi strutturalmente diversi, che tuttavia si stanno adoperando nella definizione politica e diplomatica dei conflitti in corso.

Da parte imperialista questa politica non riflette altro, quindi, che la necessità di distruggere preventivamente e annientare alla radice il potenziale sviluppo di forme rivoluzionarie che ne mettono in discussione la stabilità, attraverso la reale possibilità e capacità di legare alla causa rivoluzionaria ed antimperialista le forme di antagonismo generate dalle contraddizioni del sistema sociale dominante. E la borghesia imperialista italiana non si sottrae a questo indirizzo: anzi ha dimostrato a più riprese la determinazione ad assumere una piena responsabilità sia nel riassorbimento delle tensioni politiche, che per una presa di posizione oltranzista in funzione controrivoluzionaria, ponendo a completa disposizione la sua acquisizione di conoscenza in questo campo.

Non di meno, l’attuale proposta di soluzione politica per i prigionieri, come elemento che contribuisca in senso strategico ad un’affannosa quanto improbabile pacificazione sociale, trova terreno favorevole nella particolare situazione dei rapporti tra le classi in Italia. Una situazione che si è determinata in seguito alla sconfitta della classe e delle sue avanguardie e in seguito al processo di ristrutturazione produttiva e al complesso salto di riadeguamento dello stato e del personale politico imperialista che hanno trasformato le caratteristiche dello scontro sociale. Rafforzamento dello stato e ristrutturazione sociale cui non ha corrisposto, proprio per le difficoltà e per la complessità dei problemi posti da questa diversa condizione, un processo di riadeguamento da parte dell’avanguardia rivoluzionaria, diretto a dare prospettiva strategica al processo rivoluzionario.

L’iniziativa di consistenti settori di prigionieri politici si sta pertanto inserendo in modo strumentale in questo contesto di debolezza dell’attività rivoluzionaria e di sensibile scarto nei rapporti di forza tra le classi, con un’attivizzazione crescente rivolta al buon esito della soluzione politica. Si tratta, quindi, di un avallo opportunista di ex-rivoluzionari al progetto di pacificazione portato avanti dallo stato, che in questo modo ne amplia e rafforza la portata e che, in ultima analisi, è teso ad endemizzare l’intervento proletario e rivoluzionario, attraverso la decapitazione della sua direzione strategica espressa dalla lotta armata per il comunismo. In sostanza, l’obiettivo sarebbe quello di conseguire una pace sociale mortifera che, tuttavia, e nonostante i successi riportati dall’offensiva borghese in questi anni, non è stata raggiunta e che rappresenterebbe la condizione migliore per il radicamento delle politiche borghesi di governo dei conflitti sociali e per la massima agibilità delle politiche imperialiste guerrafondaie in campo internazionale.

Il tentativo di affossamento della rottura rivoluzionaria in Italia fa leva sul concetto politico -strumentalmente agitato – di discontinuità fra passato, presente e futuro e sulla chiusura di un ciclo di lotte con l’esperienza storica degli anni ’70, imbalsamata e superata dalla «moderna onnipotenza e tolleranza» imperialista ed improponibile oggi se non come coazione a ripetere, del tutto priva di prospettive. Evidentemente, invece, si sta tentando di porre una pesante ipoteca sul processo rivoluzionario in Italia, con l’obiettivo di delegittimare una possibile ripresa dell’intervento rivoluzionario su basi più mature e adeguate all’attuale livello di scontro. Un tentativo che se si realizzasse comporterebbe più o meno conseguentemente la possibilità per lo stato di capitalizzare e reimmettere – in funzione controrivoluzionaria – nelle dinamiche sociali il patrimonio storico rivoluzionario e dei «personaggi» che vi hanno partecipato. Anche su questa scommessa si misura la capacità dello stato di svolgere il proprio ruolo su basi «moderne» ed «efficienti», conseguenti ad una sua rimodellazione.

Una politica, d’altronde, che nella storia italiana non è sconosciuta e che è stata attuata a più riprese in occasione dei passaggi politici cruciali del dominio borghese e che ha permesso di avvalersi dell’apporto della sinistra, riformista, revisionista o ex-rivoluzionaria, per superare le fasi politicamente critiche.

È infatti di fronte ad un’offensiva rivoluzionaria di enorme portata, profondamente radicata nelle contraddizioni di classe, che lo stato italiano si è trovato ad affrontare una svolta di carattere storico che gli ha imposto un riadeguamento complessivo delle forme di dominio e della mediazione politica. Era andato profondamente in crisi un modello sociale: da una parte l’incalzare del processo di ristrutturazione produttivo a livello internazionale, spinto dalla crisi generale del modo di produzione capitalistico e che avrebbe trasformato radicalmente le condizioni della produzione, con l’introduzione generalizzata dell’automazione e dell’informatica; dall’altra, l’avanzamento sul fronte interno dei rapporti di forza del campo proletario intorno al progetto della lotta armata. Una situazione che andava completamente ribaltata se non si voleva finire nel novero dei paesi dipendenti.

Il passaggio dell’Italia al ruolo di media potenza imperialista esigeva, quindi, innanzitutto la sconfitta dell’ipotesi rivoluzionaria ed in secondo luogo la capacità di governo delle contraddizioni sociali di una formazione economico-sociale ristrutturata. È rispetto a questa necessità vitale che si è resa possibile l’assunzione, anche da parte di quelle forze politiche che avevano egemonizzato la gestione del potere politico ed economico fino ad allora, di una visione politica «moderna» ed «efficiente» e di una strategia di governo dei conflitti improntata a criteri «riformisti». E a questo scopo si è rivelata fondamentale la cooptazione, o la cogestione in mille forme, all’interno del sistema di governo della borghesia, delle forze storicamente riformiste e revisioniste, che, dulcis in fundo, ha dato il via ad una ridicola misurazione competitiva sul grado «riformista» di ogni partito. Intorno alla stessa soluzione politica si assiste ad una corsa scomposta delle forze borghesi, con il proposito di conquistarsi il primato e di affermarsi come forza politica «intelligente», in grado di fornire risposte sociali adeguate alla complessità della fase e, simultaneamente, a respiro strategico.

Va comunque detto che proprio la complessità di questo processo di riadeguamento e il suo dispiegamento in una situazione politica in cui ancora resistono in forma residuale elementi del precedente sistema di governo sociale, accentuano i caratteri di passaggio e di transizione di questa fase, senza assolutamente sottovalutarne la portata strategica, e in gran parte irreversibile, che assume a partire dalla sua base strutturale.

Nello stesso tempo è chiaro che alla gestione dei conflitti in senso «riformista» doveva corrispondere un progressivo rafforzamento dello stato, che se da una parte ha applicato una strategia ferocemente antiproletaria, attaccando la classe nelle sue condizioni di vita e nelle sue conquiste politiche e, in fin dei conti, nella qualità della vita, dall’altra, ha posto le basi per la definizione in senso autoritario della società. Una ridefinizione che ha interessato in particolar modo i paesi dell’occidente capitalistico, all’interno di una tendenza all’integrazione e al coordinamento delle politiche imperialiste, pur rispettando la specificità di ogni formazione economico-sociale.

Si tratta di una situazione alquanto problematica e complessa nella quale l’autoritarismo dello stato si affianca alla mediazione politica, e al ricorso a tutti gli strumenti che contribuiscono a rafforzare la figura dello stato, dalla ridefinizione in campo istituzionale, all’utilizzo spregiudicato dei mezzi di informazione, fino al loro uso scientifico e oculato, finalizzato alla creazione indotta del consenso e che dovrebbe puntare alla sua pianificazione preventiva, attraverso martellanti campagne di disinformazione tendenti ad influenzare la coscienza di massa. Si assiste ancora all’uso spettacolarizzato della nuova immagine efficientista agile e svecchiata dagli squilibri strutturali del sistema politico italiano, che tuttavia non riesce a raccogliere se non forme passive di consenso, non essendosi affatto realizzata l’identificazione nello stato, in senso socialdemocratico, da parte proletaria.

La stessa politica estera italiana viene avvolta e contrabbandata da un’immagine propagandistica di autonomia, umanità e spirito mediatorio, tutta funzionale alla creazione di consenso attorno al ruolo imperialista dell’Italia. Al contrario, dietro la mistificazione di una «politica di cooperazione e aiuto allo sviluppo» e intorno a quello che è stato comunque un indirizzo comune a tutta la politica estera dell’Italia da Mattei in avanti, si nasconde l’attuale obiettivo dell’imperialismo italiano. Se per quarant’anni gli squilibri del sistema politico e il debole profilo dell’Italia avevano maggiormente messo in luce gli aspetti mediatori della sua politica, con il suo salto a paese forte del sistema imperialista «finalmente» si rende possibile il pieno usufrutto di questo aspetto politico in un disegno di sfruttamento neocolonialista dei paesi della periferia con tutte le potenzialità di rapina che ne derivano.

Quest’ultimo elemento, nel salto operato dalla borghesia imperialista italiana, per quanto contraddittorio, contribuirà sensibilmente alla ridefinizione del panorama degli equilibri sociali interni. Se però da una parte questo processo inevitabilmente tenderà ad incrementare il solco tra i paesi della periferia del sistema imperialista e quelli del centro altamente industrializzato, dall’altra il proletariato delle metropoli dovrà misurarsi con contraddizioni vecchie e nuove che il sistema di dominio imperialista non cessa di produrre.

La ristrutturazione produttiva, che in questi anni ha informato le relazioni sociali, ha prodotto modificazioni radicali nell’assetto socio-economico, da una parte ribadendo ed accentuando la polarizzazione fra le classi e razionalizzando condizioni di sfruttamento sempre più pesanti per la forza-lavoro e, dall’altra, ampliando il campo della marginalità sociale attraverso una massiccia espulsione di f-l e un restringimento drastico della base occupazionale. Si è prodotta una ridefinizione profonda delle condizioni della produzione, automatizzando e segmentando il processo produttivo e la composizione stessa di classe, aumentando l’espropriazione e l’alienazione della f-l nel processo produttivo, ma ribaltando la centralità del profitto in una società fortemente industrializzata. Parallelamente a queste trasformazioni strutturali e proprio come manifestazione sociale di esse, la qualità complessiva della vita nelle metropoli ha subito una progressiva degenerazione, sia nelle condizioni materiali che nelle prospettive umane e sociali, sottoposte oltretutto ad un martellamento continuo dell’ideologia borghese dominante. Dall’altra parte, la tendenza alla guerra imperialista pur assumendo forme e tempi che apparentemente sembrano riassorbire le tensioni antagoniste che essa produce, tuttavia è in grado di condizionare direttamente lo sviluppo sociale, stabilendo da subito un innalzamento del livello delle contraddizioni sociali.

Di fronte all’imbarbarimento del sistema di relazioni sociali nelle metropoli imperialiste, che genera tendenze disgregative e implosive dell’antagonismo tutte riassorbibili e compatibilizzabili dall’apparato di dominio imperialista, l’alternativa rivoluzionaria si riafferma come l’unica possibilità in grado di dare reale prospettiva alla distruzione della società capitalistica. E’ ancora una volta la strategia della lotta armata, l’unica reale alternativa ai rapporti sociali capitalistici, l’unica prospettiva realmente in grado di disarticolare il progetto imperialista, di far avanzare il processo rivoluzionario nelle metropoli senza poter essere riassorbita nei meccanismi politici borghesi.

In Italia la guerriglia metropolitana, come forma storicamente determinata della strategia della lotta armata, si è affermata in un contesto caratterizzato da contraddizioni politiche, interne ed internazionali, favorevoli – per quanto non oggettivamente rivoluzionarie. È proprio questo elemento ad evidenziare e a legittimare l’originalità della guerriglia nelle metropoli imperialiste, in quanto unità dialettica del politico e militare, unica capace di dare impulso allo sviluppo rivoluzionario nel centro imperialista, rompendo con le politiche revisioniste che da sempre hanno privato il proletariato della prospettiva rivoluzionaria.

È questa scelta originale e strategica che ha permesso all’avanguardia combattente di sviluppare la sua attività in dialettica con le dinamiche più significative dell’antagonismo, collocandosi sempre al livello più alto dello scontro di classe, anche in condizioni di debolezza. Il significato di questa capacità di rottura radicale rappresenta l’elemento fondamentale di continuità del nostro processo rivoluzionario a partire dal quale è oggi possibile e necessario ridefinire i compiti della guerriglia ridando slancio alla sua progettualità su basi adeguate alle nuove condizioni dello scontro nella metropoli.

Solo lo sviluppo della guerriglia può trasformare la barbarie imperialista in un processo cosciente di guerra di classe di lunga durata in grado di ribaltare i rapporti di forza generali sul terreno internazionale dello scontro. È questo infatti il terreno che delinea le dimensioni e gli orientamenti della contrapposizione tra proletariato internazionale e borghesia imperialista, all’interno del più generale conflitto imperialismo/antimperialismo.

La configurazione stessa di questo conflitto, se da una parte tende a spostare le sue manifestazioni più acute verso la periferia del sistema – e sulla pelle del suo proletariato -, dall’altra implica direttamente conseguenze e contraddizioni nel centro imperialista; perché è qui, nel cuore del sistema, che si genera e riproduce l’apparato di dominio della borghesia imperialista, ed è qua che l’imperialismo impone le sue scelte ed obiettivi alla società in nome della stabilità e sicurezza, nella difesa ad oltranza dei valori occidentali.

In questo senso l’individuazione da parte delle forze della guerriglia della costruzione del Fronte Antimperialista Combattente nella sua configurazione strategica, rappresenta un passo in avanti e una conquista storica per le prospettive del proletariato rivoluzionario ed antimperialista. È proprio ed esclusivamente la capacità di riattualizzare i caratteri originali della rottura della guerriglia, salvaguardandone tutta la visione strategica, che renderà possibile il superamento delle inevitabili stasi e difficoltà che attraversano ogni processo rivoluzionario.

Operare diversamente, lungi dal dimostrare una capacità di riadeguamento da parte dell’avanguardia alle mutate condizioni dello scontro, apre oggettivamente spazi al radicamento di tendenze neo-revisioniste. L’abbandono della visione strategica della lotta armata, la trasformazione di quest’ultima in strumento da far pesare occasionalmente sulle politiche della borghesia, la scissione della dialettica fra politico e militare costitutiva della guerriglia o la prevalenza dell’attività politica a partire dal basso, oltre a snaturare e disperdere il senso dell’esperienza rivoluzionaria in Italia, finirebbe con l’ipotecare pesantemente una ripresa rivoluzionaria, indirizzando su un terreno riassorbibile nei meccanismi della politica borghese, potenziali energie antagoniste a questo sistema di relazioni sociali.

 

Alcune compagne

 

Carcere di Voghera, settembre 1987

Stammheim – Mogadiscio 1977: Il coraggio dell’internazionalismo. Documento dei militanti prigionieri per la costituzione del PC P-M Davide Bortolato, Alfredo Davanzo, Claudio Latino, Vincenzo Sisi

Se c’è un merito ampiamente riconosciuto alla RAF, questo è il grosso contributo dato alla riqualificazione e rilancio di un Internazionalismo Proletario autentico. È un merito riconosciuto in tutta Europa e in Medio Oriente, cioè nelle due aree tra cui la loro coraggiosa esperienza ha gettato un ponte.

La fattiva cooperazione con alcuni Movimenti di Liberazione Nazionale, quello palestinese in primis, ha contribuito enormemente a ricreare un rapporto di fiducia e stima da parte di quei Movimenti con Movimenti Rivoluzionari metropolitani troppo spesso vaganti tra opportunismi politici e “vita comoda”. Cooperazione che si è alimentata di varie attività e momenti di lotta, fra cui le azioni dell’ottobre ’77 restano un simbolo di eroismo militante.

Tant’è che, alla notizia dell’assassinio dei compagni/e prigionieri/e, la reazione solidale in Europa fu molto forte. In Italia, dove il movimento rivoluzionario era in piena ascesa, vi fu un’ondata di attacchi armati a interessi del capitale e dello Stato tedeschi, in molte città. Un compagno, Rocco Sardone, giovane operaio a Torino morì nell’esplosione accidentale della bomba che stava trasportando per una di queste azioni. Anche in Italia si sentiva l’importanza ed il coraggio dell’esperienza di lotta dei compagni/e tedeschi/e, ancora più rispetto ad una realtà come quella del Movimento Rivoluzionario italiano, molto forte sì, ma piuttosto auto-centrato sullo scontro interno.

Certo, questo aspetto positivo era il portato di un’impostazione non solo positiva.

Si sa che la giusta attenzione alla connessione internazionale (che non fa che approfondirsi con i tempi dell’imperialismo) può portare a degli eccessi, alla negligenza del processo rivoluzionario nel proprio paese. Nel caso della RAF avvenne un po’ questo. La pur giusta considerazione di limiti e contraddizioni che gravavano sul proletariato, sulla classe operaia tedesca (tanto da averne compromesso capacità di lotta e coscienza di classe per un lungo periodo), portò a sbrigative analisi e conclusioni marcate da una sfiducia di fondo sulle possibilità rivoluzionarie nella metropoli, e ad una costruzione rivoluzionaria come “quinta colonna” dei Movimenti Rivoluzionari dei popoli oppressi. Portò a staccarsi, a non più ricercare il rapporto organico con le istanze dell’autonomia di classe; portò a rinchiudersi in una dinamica organizzativa auto-centrata, in un certo senso “elitista”.

Altrettanto, la definizione ideologica divenne sempre più imprecisa, i termini marxisti-leninisti d’origine si appannarono in un’impostazione “estremistico-totalizzante”.

La fine degli anni Ottanta, con il dispiegarsi dell’ondata reazionaria internazionale e la sparizione delle vestigia del campo socialista (degenerato grazie all’opera distruttiva metodica, condotta internamente dai revisionisti al potere ed esternamente dall’incessante pressione imperialista), videro i rapporti di forza sbilanciarsi decisamente. Ciò che crollava ad Est erano la mistificazione e l’inganno revisionisti, a copertura di regimi che tutto avevano fatto per svuotare e degenerare il contenuto socialista, permettere il formarsi di una nuova borghesia e delle condizioni per la restaurazione del capitalismo. Ma quest’ultima, con i conseguenti drammi sociali per le popolazioni gettate nella fornace del mercato mondiale, ha permesso pure di far ricadere le loro macerie non sul revisionismo ma sul comunismo.

Certo, questo fa parte della battaglia di classe, ed ideologica in particolare, ma è un dato di fatto che questo terremoto di fine Ottanta ha significato uno squilibrarsi nei rapporti di forza internazionali, e una conseguente ondata reazionaria sul piano ideologico più forte che d’abitudine.

Insomma, per il Movimento Comunista Internazionale, per i Movimenti Rivoluzionari, gli anni Novanta sono stati duri. Molti si sono persi per strada. Purtroppo, è stato il caso della RAF.

E diciamo purtroppo, perché la sua capitolazione è stata netta e ha lasciato il vuoto dietro di sé.

Talvolta, la discontinuità nella lotta s’impone. Non bastano volontà e determinazione, se le condizioni oggettive della situazione e quelle soggettive di classe sono particolarmente sfavorevoli. In certi casi bisogna saper ripiegare.

È quello che successe in Italia, con la “Ritirata Strategica” negli anni Ottanta. Ritirata Strategica significa certo arretrare, attestarsi su posizioni sostenibili, o anche mettersi in “lunga marcia” – sfuggire il confronto frontale con il nemico, ma salvaguardando armi e bandiera!

In Italia, ciò permise di salvare la continuità politica. Come la nostra vicenda ha messo chiaramente in luce.

Ciò che è da salvaguardare a tutti i costi è il patrimonio di lotta ed esperienza, e questo si può e deve fare con il lavoro di memoria e difesa politica-ideologica. “La mémoire est un combat”, così i compagni/e di Action Directe hanno titolato un loro testo di ricostruzione storica. Formulazione esatta! Basti vedere le periodiche campagne che la borghesia scatena sulla Storia, sulla memoria nazionale, sulle categorie etimologiche persino… basti vedere l’accanimento, il terrorismo culturale, la macchina goebbelsiana che mette in moto, per rendersi conto dell’importanza di questo terreno di lotta.

In questi anni in Europa, da più parti si è cercato di mantenere il filo rosso della continuità, pur nelle necessarie rotture. È stato indispensabile superare le ristrettezze del proprio contesto e delle proprie vicende. È stato indispensabile ricordarsi che “la Rivoluzione è mondiale nel suo contenuto e nella sua dinamica, è nazionale nella sua forma specifica”. E quindi ancorarsi alla Rivoluzione laddove avanza: Perù, Colombia, Nepal-India, Medio Oriente… Ancorarsi alla dinamica internazionale, che è decisiva e prepara irresistibilmente l’ondata futura della Rivoluzione Mondiale.

Perché le nostre difficoltà si son dimostrate poca cosa rispetto all’esplosione delle contraddizioni di classe provocate dall’imperialismo, dalla sua crisi generale storica.

L’esponenziale divario ricchezza/miseria (tra classi e tra paesi); la formazione di nuove classi operaie super-sfruttate nel Tricontinente; la spirale internazionale all’intensificazione dello sfruttamento; la spirale concorrenziale con i conseguenti saccheggio delle risorse e consumismo devastante che stanno distruggendo le condizioni stesse d’esistenza sul pianeta; l’ondata reazionaria che cerca d’incanalare il malessere sociale sui peggiori retaggi del passato, fra cui razzismo e nazionalismo imperialista, di supporto alla guerra, ridiventata arma economica per eccellenza, forma concreta di esistenza dell’imperialismo, oggi.

La profondità, la gravità, l’assurdità anti-sociale di questa spirale, che è la forma propria dell’imperialismo, impongono la via rivoluzionaria. Una nuova ondata di Rivoluzione Mondiale crescerà inevitabilmente.

Perché come dice Mao:

“O la Rivoluzione impedisce la guerra O la guerra scatenerà la Rivoluzione”

A noi di scegliere da che parte stare: o perdersi dietro un ribellismo tanto folkloristico nelle forme quanto subalterno nella sostanza, o a pratiche economiciste, o peggio fare i critici ultrasinistri ma ben dentro il sistema. Oppure: riprendere il cammino delle esperienze rivoluzionarie autentiche, e anche dalle contraddizioni, dai problemi irrisolti, da raccogliere e risolvere. E così con l’eredità della RAF.

Nei nostri paesi, del centro imperialista, significa soprattutto porsi il problema di una strategia che rende concreta, possibile la via rivoluzionaria, in stretta dialettica con i movimenti rivoluzionari delle periferie. Ciò che richiede il contenuto – ideologia (marxismo-leninismo-maoismo), linea politica, programma – ed i mezzi – l’unità del politico-militare, come sintesi indispensabile  sin dai primi passi del processo se si vuole elevare lo scontro sul piano politico, strategico, programmatico.

Contenuto e mezzi che possono essere tenuti insieme e portati solo da un livello organizzato adeguato: il Partito Comunista Politico-Militare, della Classe Operaia.

 

ONORE AI COMPAGNI/E TEDESCHI/E E PALESTINESI CADUTI COMBATTENDO PER LA RIVOLUZIONE E L’INTERNAZIONALISMO

COSTITUIRE IL PARTITO COMUNISTA POLITICO-MILITARE DELLA CLASSE OPERAIA

 

Davide Bortolato

Alfredo Davanzo

Claudio Latino

Vincenzo Sisi

Militanti per la costituzione del PC P-M

Ottobre 2007